Congiure e cospirazioni

“Chi vuole esser lieto, sia: di doman non c'è certezza…”, i versi del Magnifico ricordano ancora oggi come possa essere incerto il futuro; la celebre casata fiorentina non fa eccezione, essendo stata vittima di una delle più cruente congiure della storia.

Firenze, anno 1478: i Medici erano i protagonisti indiscussi della vita economica e politica della città; a loro si contrapponeva la famiglia Pazzi, anch’essi banchieri, curavano gli interessi economici della curia romana e non mancavano di finanziare le mire espansionistiche del battagliero Papa Sisto IV; più a nord suo nipote, Girolamo Riario, Signore di Imola, sostenuto dal papato, tramava per ingrandire la Romagna in danno dei territori fiorentini. Aggiungiamo che Lorenzo de’ Medici aveva fama di essere abile banchiere, accorto politico e mecenate dell’arte: per suo merito ripresero vita la Scuola di Botticelli e quella di Verrocchio, primo il Maestro di un giovanissimo Leonardo da Vinci.

Particolare di due angeli dipinti da Leonardo nell'opera Battesimo di Cristo del Verrocchio

Particolare realizzato da Leonardo da Vinci mentre lavorava presso la bottega di Andrea Verrocchio a Firenze.

In questo panorama maturò il piano ordito dalla famiglia Pazzi e da Girolamo Riario per eliminare Lorenzo e Giuliano de’ Medici: ne erano a conoscenza e l’appoggiavano anche il Papa, il duca di Montefeltro e il Re di Napoli. Alla trama partecipò anche Francesco Salviati, arcivescovo di Pisa, che osteggiava i Medici per ragioni connesse all’arcivescovado di Firenze.

L'immagina raffigura il Duca di Montefeltro, Piero della Francesca, Galleria degli Uffizi Firenze

Il Duca di Montefeltro, Piero della Francesca, Galleria degli Uffizi, Firenze

Il piano sarebbe dovuto scattare in occasione di un banchetto offerto da Lorenzo al giovane cardinale Raffaello Riario – altro nipote di Sisto IV – ignaro però della cospirazione, ma non andò a buon fine per l’assenza di Giuliano.
La presenza di entrambi i fratelli era fondamentale, scattò quindi la seconda opzione. Il tutto doveva avvenire domenica 26 aprile 1478, durante la celebrazione in Santa Maria del Fiore, ma anche questa volta al corteo mancava Giuliano. Francesco de’ Pazzi e un altro congiurato si recarono a casa del fratello di Lorenzo, convincendolo a partecipare alla messa. Quando tutti furono riuniti in Chiesa, le vittime prescelte erano disarmate: Giuliano venne colpito per primo e morì sotto gli occhi di Lorenzo che, invece, fu ferito a una spalla, riuscendo a fuggire grazie al sacrificio del fedele amico Francesco Nori.

Tomba di Lorenzo e Giuliano de Medici

Tomba di Lorenzo e Giuliano De Medici. Al centro la Madonna con bambino è opera autografa di Michelangelo. Museo delle Cappelle Medicee, Firenze

La congiura era fallita, per gli assassini l’unica speranza di sopravvivenza era da ravvisarsi nel sostegno dei fiorentini contro la famiglia de’ Medici, ma non andò così.
Il popolo, quando apprese dell’accaduto, affollò rapidamente le vie di Firenze al grido “Palle, palle!”, il simbolo della Casata del Magnifico. Seguì  una rapidissima feroce repressione contro i cospiratori e i loro seguaci. I congiurati catturati e quelli sospettati di aver preso parte al piano vennero immediatamente giustiziati; taluni come Francesco Pazzi furono impiccati alla finestra del Palazzo della Signoria, la stessa fine toccò a Jacopo Pazzi catturato il giorno successivo.

L'immagina raffigura l'esecuzione di uno dei congiurati, disegno di Leonardo da Vinci

Esecuzione di uno dei congiurati, disegno di Leonardo da Vinci

Questo l’epilogo di una delle tante cospirazioni tese a sovvertire il potere, le cui condotte anche oggi integrano fattispecie penalmente rilevanti; le norme attuali reprimono modo netto tutte quelle attività di istigazione, nonché gli accordi prodromici e preparatori alla commissione dei reati in danno alla personalità dello Stato o finalizzati alla turbativa costituzionale mediante sovvertimenti interni, quand’anche tali fattispecie criminose non abbiano trovato esecuzione.

La punibilità di queste condotte va ricondotta alla loro natura di “reati di pericolo presunto”, i quali non ammettono prova contraria: in tali ipotesi si prevede un’anticipazione della soglia di punibilità della condotta, che viene sanzionata non per aver leso il bene protetto (lo Stato), ma per il solo fatto per averlo posto in una situazione di pericolo, determinata dall’esistenza di un accordo o di un’associazione.
In siffatti delitti la sanzione penale viene comminata a prescindere dal compimento di quei reati contro lo Stato: è l’ideazione stessa di tali delitti a essere sanzionata.
Le norme in tema di cospirazione derogano così al principio generale di non punibilità degli atti di istigazione e degli accordi diretti a commettere un delitto che non venga poi perpetrato, pur consentendo (le norme generali) l’applicazione di una misura di sicurezza.
Nel caso della congiura dei Pazzi, tesa a sovvertire il potere nella città di Firenze, l’intento criminale ebbe esecuzione, anche se non portò al raggiungimento del risultato auspicato: i fiorentini vendicarono seduta stante e con violenza l’affronto subito dai Medici. I Pazzi oltre alle condanne a morte subirono anche la damnatio memoriae: il loro nome venne cancellato da qualsiasi documento e dagli stemmi, dovevano scomparire dal qualsiasi memoria storica come se non fossero mai esistiti.

L'immagina raffigura lo stemma della famiglia dei Medici

Stemma famiglia dei Medici, Firenze

Per approfondire:

Per approfondire: M. Vannucci “I Medici una famiglia al potere – Newton Compton ed. 2017 – L. Delpino Diritto penale parte speciale ed. Simone 2001

La Natività perduta e l’ombra della criminalità organizzata

Palermo. 18 ottobre 1969. Le sorelle Gelfo scoprirono uno dei furti più clamorosi e oscuri della storia: il capolavoro di Caravaggio “Natività con i Santi Lorenzo e Francesco” era stato rubato dall’Oratorio di San Lorenzo.

La notizia lasciò il mondo attonito. La dinamica del furto fu di una semplicità disarmante: una porta rotta, niente allarme, nessuna misura di sicurezza, nulla era stato predisposto a protezione di una delle ultime opere del Merisi e l’unica presente a Palermo.

L’olio su tela era collocato sopra l’altare, incastonato tra i meravigliosi stucchi di Giacomo Serpotta e dominava la piccola chiesa dal 1609. I malviventi staccarono il dipinto dal muro, tagliando la tela in corrispondenza del bordo della cornice con una lametta da barba, dileguandosi indisturbati con un bottino dal valore inestimabile.

L'immagine rappresenta l'Oratorio san Lorenzo a Palermo

Oratorio San Lorenzo, Palermo

Scoperto il trafugamento, le forze dell’ordine compresero subito che il recupero dell’opera sarebbe stato difficilissimo, se non impossibile: non vi era alcun indizio e neppure avevano contezza del momento in cui il furto fosse stato commesso.  Secondo il racconto delle sorelle Gelfo, all’epoca custodi dell’Oratorio San Lorenzo, dal pomeriggio del 12 sino alla mattina del 18 ottobre nessuna di loro si recò presso la chiesa: un lasso di tempo troppo lungo, unito al fatto che – ovviamente – nessuno vide o sentì alcunché. L’indagine partì malissimo.

La graffiante penna di Leonardo Sciascia sferzò dalle pagine del Corriere delle Sera le pubbliche autorità siciliane, in particolare il Prefetto, scrivendo:

L'immagine riporta uno stralcio di un articolo di L. Sciascia scritto per il Corriere della Sera

Leonardo Sciascia dal Corriere delle Sera 1969

Le ipotesi formulate dagli inquirenti erano tre: ladruncoli da quattro soldi inconsapevoli del valore dell’opera (stimata all’epoca in un miliardo di lire), un’operazione di stampo mafioso, oppure un furto su commissione.

I giorni passavano e le indagini rimanevano incagliate, neppure l’offerta di denaro in cambio di informazioni sortì un qualche effetto, mentre cresceva il fondato  timore che il quadro potesse essere  stato distrutto perché non piazzabile sul mercato dell’antiquariato clandestino, oppure tagliato in più parti da vendersi separatamente, come il volto della Vergine illuminato dalla luce, il Bambino, o l’angelo che dall’alto domina la scena.

L'immagine raffigura un Particolare della Natività con i Santi Francesco e Lorenzo, Caravaggio

Particolare della Natività con i Santi Francesco e Lorenzo, Caravaggio

Per giorni la stampa evidenziò ripetutamente l’incuria dello Stato e delle amministrazioni locali nei confronti del patrimonio artistico siciliano, ritenendo l’accaduto un fatto del tutto prevedibile. Fu il giornalista Mauro De Mauro a spingersi oltre:  in esito a un’approfondita ricerca, il cronista documentò che esisteva una copia perfetta della Natività trafugata, dipinta da Paolo Geraci nel 1627. Effettivamente, nel novembre 1984 la copia del Geraci venne ritrovata a Catania.

Gli anni passarono e della Natività di Caravaggio nessuna traccia, sino al 1995: siamo nel corso del processo a carico di Giulio Andreotti, svoltosi nell’aula bunker dell’Ucciardone a Palermo. Durante una delle udienze, uno dei pentiti storici di Cosa Nostra, Francesco Marino Mannoia, affermò di essere stato uno degli autori del furto di un Caravaggio (senza specificare null’altro circa l’opera), di avere informato del fatto il Pubblico Ministero Giovanni Falcone e di aver precisato che la tela era andata distrutta, poiché irrimediabilmente danneggiata dopo essere stata piegata. La tela   – secondo il pentito – sarebbe dovuta andare al senatore Andreotti. Su quest’ultimo punto la dichiarazione del collaboratore di giustizia rimase priva del benché minimo riscontro probatorio, ma la pista mafiosa non fu abbandonata.

Gli investigatori del Nucleo Tutela Patrimonio Artistico non credettero alla distruzione del capolavoro caravaggesco, del quale si tornò a parlare nel 1998, durante il processo di Firenze per la strage dei Georgofili del 27 marzo 1993.

L'immagine raffigura la strage di via dei Georgofili del 27 maggio 1993

Strage di via dei Georgofili a Firenze, 27 maggio 1993

Per capire i fatti dobbiamo fare un passo indietro: il 23 maggio del 1992 il Giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i cinque agenti della scorta persero la vita nella famigerata strage di Capaci; meno di due mesi dopo, il 19 luglio 1992, il Giudice Paolo Borsellino e altri cinque agenti vennero uccisi nella strage di Via D’Amelio a Palermo.

L'immagine raffigura una fotografia dei Giudici Falcone e Borsellino

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Quel periodo può essere ricordato tra i più cupi e duri della storia italiana. La gravità di quei fatti scosse la coscienza collettiva: era tempo per lo Stato di reagire e contrastare la mafia con fermezza e con ogni mezzo. Fu allora che venne introdotto l’art. 41 bis dell’Ordinamento Penitenziario, disposizione meglio nota come “carcere duro per i mafiosi”.

La norma trova applicazione nei confronti dei soggetti imputati o condannati per reati commessi  avvalendosi o agevolando l’associazione di stampo mafioso. Le severe restrizioni imposte dall’art. 41 bis limitano fortemente i contatti del detenuto sia con l’esterno, sia con l’ambiente carcerario, in quanto era stato appurato che il regime detentivo ordinario non impediva ai boss di Cosa Nostra di dirigere i loro traffici e dare ogni disposizione necessaria dal carcere.

Più volte il disposto in questione è stato sottoposto al vaglio della Corte Costituzionale, nonché della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo poiché tacciato di disumanità: entrambe le Corti ne hanno sempre riconosciuto la legittimità per l’evidente l’utilità della misura nel contrasto al fenomeno mafioso e la necessaria tutela della collettività da soggetti di accertata pericolosità.

L'immagine rappresenta l'aula della Corte Costituzionale a Roma

Corte Costituzionale, Roma

Tornando al processo di Firenze per la strage dei Georgofili, dagli atti risulta che l’attentato fu commesso dalla mafia per indurre lo Stato a revocare la misura del 41 bis, atteso che ogni altro tipo di trattativa, compresa la restituzione di importanti opere d’arte, non aveva trovato positivo riscontro. Lo Stato non cedette alle pressioni e il regime del carcere duro da misura temporanea per il periodo di tre anni venne resa definitiva nel 2002.

Da quei tragici fatti la lotta alla criminalità organizzata ha riscosso importanti successi e tutt’ora continua indefessa; forse la Natività non è andata perduta. Secondo le notizie apprese negli ultimi giorni dalla Commissione Antimafia, il   dipinto si troverebbe in Svizzera. Pare  che l’opera fu trafugata da balordi, quindi consegnata a Stefano Bontate e poi al boss Tano Badalamenti (condannato all’ergastolo anche per l’omicidio di Peppino Impastato) che la portò all’estero, verosimilmente nel paese elvetico.

Alla luce degli ultimi avvenimenti possiamo ancora sperare nel recupero di questo superbo capolavoro per troppo tempo sottratto all’Italia, alla città di Palermo e all’intera Umanità.

 

 

Per approfondire:

R. Fagiolo “L’ombra di Caravaggio”, Edizione Speciale per il Corriere della Sera, 2017; A. Della Bella Diritto on line “Carcere duro” in www.treccani.it; www.ilfattoquotidiano.it sez. attualità, “Palermo, il caso del Caravaggio rubato. Per la commissione antimafia non è stato distrutto” del 28 maggio 2018.

Denaro, potere … e la magnificenza dell’arte

Esiste un sottile file rouge che nel tempo lega indissolubilmente denaro e arte.

Il nostro straordinario patrimonio artistico è il risultato del connubio tra diversi fattori: artisti dalle menti e mani sopraffine sono stati capaci di superare la meraviglia della natura, ma tanta genialità ha avuto la possibilità di esprimersi e diffondersi grazie a coloro i quali, per i fini  più diversi, hanno creduto e sostenuto (soprattutto finanziariamente) pittori e scultori divenuti pilastri della storia dell’arte. Senza il contributo di questi mecenati non avremmo Giotto, Leonardo, Raffaello, Michelangelo, Caravaggio,  Bernini e molti, molti altri.

L'immagina raffigura il Salvador Mundi - Leonardo, David - Michelangelo, Fuga in Egitto (dettaglio) Caravaggio, Angelo - Bernini

Salvador Mundi – Leonardo, David – Michelangelo, Fuga in Egitto (dettaglio) – Caravaggio, Angelo – Bernini

La Chiesa in questo percorso è stata di certo la protagonista avendo colto, forse più di chiunque altro, lo stretto legame tra potere e  capacità comunicativa delle immagini, considerato che all’epoca quasi nessuno dei fedeli sapeva leggere. La magnificenza delle chiese e la forza evocativa delle opere realizzate diventavano l’espressione della potenza e bellezza di Dio, diffondendone il culto in Terra con l’effetto di consolidare il già forte potere ecclesiastico.

L'immagina raffigura la Basilica di San Pietro - il Baldacchino del Bernini, Roma

Basilica di San Pietro – il Baldacchino del Bernini, Roma

Ma non vi fu solo la Chiesa. Nel Rinascimento i ricchi mercanti erano divenuti banchieri in grado di finanziare Papi e Sovrani in guerre e lotte di ogni genere; anch’essi avevano compreso come il potere potesse essere rafforzato e ammantato di una luce benevola quando il denaro passava attraverso la bellezza.

L'immagine raffigura unDettaglio della Venere di Botticelli, Galleria degli Uffizi, Firenze

Dettaglio della Venere di Botticelli, Galleria degli Uffizi, Firenze

Fu così che accanto alle proficue attività finanziare dei Medici e degli altri banchieri toscani –  dai Pazzi di Firenze ai Chigi di Siena – fiorirono i collaterali rapporti con il mondo della cultura e dell’arte. Gli artisti, a loro volta, erano perfettamente consapevoli che la “sponsorizzazione” giusta, quella più illustre, poteva valere la loro fortuna.

Nonostante i secoli trascorsi, le cose  non sono molto cambiate: si trattava – e si tratta tutt’oggi –  di una questione d’immagine. La realizzazione di grandi capolavori dava lustro e fama al mecenate e, talvolta, serviva a lavarsi la coscienza di fronte alla collettività e a Dio, qualora la ricchezza provenisse da fonti non sempre lecite, usura in primis.

Interessante è la storia di Agostino Chigi: senese, figlio di banchieri, già nel corso del suo apprendistato con il padre rivelò spiccate doti imprenditoriali, unite a un’educazione raffinata e a un notevole savoir faire nelle relazioni sociali.

L'immagina raffigura il ritratto di Agostino Chigi

Agostino Chigi – Ritratto

L’occasione d’oro gli si presentò quando Alessandro VI Borgia decise di passare la gestione delle finanze pontificie al banco degli Spanocchi, presso i quali il ragazzo lavorava: Agostino riuscì a conquistare la simpatia del pontefice e iniziò a finanziare il figlio Cesare Borgia.

In breve il giovane diventò molto di più del fidato banchiere del Papa: fu abilissimo nell’insinuarsi nelle maglie della gestione del potere, ottenendo importanti incarichi all’interno del Vaticano, tra cui la direzione delle saline e la gestione della dogana. Poco più tardi accettò di finanziare Alessandro VI per cifre consistenti: il mutuo avrebbe dovuto essere restituito in tre anni circa, ma il Papa risultò inadempiente agli obblighi assunti. Pare che il Chigi non abbia promosso alcuna azione di recupero del credito, optando per una diversa strategia di rientro delle somme mutuate.

Con un vero colpo da maestro, riuscì a ottenere dal Papa la concessione dello sfruttamento delle miniere di allume a Tolfa: si tratta di un minerale essenziale nella tintura delle stoffe dell’epoca da esportarsi in tutta Europa. Con questa operazione l’attività imprenditoriale di Agostino prese il volo e diventò uno dei personaggi più ricchi d’Europa.

L'immagine rappresenta leMiniere di allume di Tolfa, Pietro da Cortona

Miniere di allume di Tolfa, Pietro da Cortona

Quanto al debito di Papa Borgia, l’estinzione dell’obbligazione fu frutto di un patto  compensativo tra i rispettivi crediti liquidi ed esigibili: da un lato quanto il banchiere doveva per la concessione di sfruttamento minerario, dall’altro il suo credito per le somme erogate a titolo di mutuo. Tre tranche di compensazione e il rientro fu integrale. Un accordo perfetto.

Lo stretto rapporto con Papa Borgia poteva rivelarsi un ostacolo per gli affari di Chigi quando alla morte di Alessandro VI gli successe Giulio II. Papa della Rovere detestava il predecessore come nessun altro: ricordiamo che rifiutò persino di occupare gli appartamenti papali abitati dal Borgia, poiché ritenuti pregni di peccato e convocò Raffaello affinché provvedesse ad affrescare le sue nuove stanze private cosicché fossero rispecchiate la grandezza e la levatura morale del nuovo pontefice.

L'immagina raffigura la Stanza della Segnatura in Vaticano

Stanza della Segnatura – Raffaello, Vaticano

Anche in questa circostanza Agostino Chigi agì da fine diplomatico: conoscendo le mire espansionistiche di Giulio II, si rese disponibile a far credito al nuovo Papa, il quale accettò senza tante remore l’offerta. Il legame tra i due fu sempre forte e solido tanto è vero che il Papa inquartò lo stemma dei Chigi a quello dei Della Rovere.

Come ogni banchiere che si rispetti, Agostino fu molto attivo anche sul fronte dell’arte: intorno al 1500 acquistò un terreno in Via della Lungara a Roma dove, su progetto dell’architetto toscano Baldassarre Peruzzi, edificò la sua Villa di rappresentanza destinata ad attività culturali e divertimento. L’immobile venne realizzato su due piani e ricorda le ville medicee per bellezza e prestigio.

L'immagina raffigura Villa Chigi a Roma

Villa Chigi, detta anche la Farnesina, Roma

Villa Chigi doveva essere la celebrazione dei successi professionali di Agostino e un tributo all’amore e ai sentimenti; il banchiere affidò l’appalto per le decorazioni niente meno che al Principe delle Arti: Raffaello. L’urbinate, che non ha mai perso un’occasione per aumentare il proprio prestigio, accettò l’incarico e realizzò lo straordinario  Trionfo di Galatea, dedicato all’amata di Agostino, Francesca Oderaschi non proprio nobili origini poiché precedentemente dedita all’antico mestiere.

L'immagine rappresenta il Trionfo di Galatea - Raffaello, Villa Farnesina, Roma

Trionfo di Galatea – Raffaello, Villa Farnesina, Roma

L’affresco è un inno alla sensualità femminile  e, nonostante fosse un’opera pagana con una protagonista al quanto discinta, il Papa si recò più volte in visita alla Villa tanta era bellezza di quel luogo.

Raffaello disegnò anche i bozzetti della Loggia di Amore e Psiche che venne affrescata dal migliore dei suoi allievi, Giovanni da Udine: l’ingegnosa idea di trasformare il soffitto in un pergolato regala allo spettatore l’illusione di entrare in un parco, mentre la favola della Ninfa Psiche che si innamora del bellissimo Cupido è rappresentata in ogni dettaglio sino al lieto fine.

L'immagina raffigura il soffitto della loggia di Amore e Psiche a Villa Farnesina

Loggia di Amore e Psiche – Villa Farnesina, Roma

Villa Chigi fu un successo, vi si tennero feste e banchetti grandiosi, ma ebbe vita breve: dopo i sette anni di convivenza Agostino e Francesca di sposarono, ma lui morì un anno dopo, lei a qualche mese di distanza e la Villa fu abbandonata sino al 1579 quando venne acquista dalla famiglia Farnese, da qui il nome attuale di Villa Farnesina.

Villa Chigi fu la massima espressione dell’incontro tra due mondi, quello della finanza e quello dell’arte spesso complementari l’uno all’altro.

L'immagina raffigura un Dettaglio Loggia di Amore e Psiche - Villa Farnesina, Roma

Dettaglio Loggia di Amore e Psiche – Villa Farnesina, Roma

Ma vi è di più, la bellezza di questa storia rinascimentale sta nell’incontro di due personalità uniche: Agostino e Raffaello,  giovani, appassionati della vita e, seppur con doti diverse, entrambi fuori dal comune, entrambi geniali; forse per questo riuscirono a comprendersi e completarsi regalandoci un capolavoro che è un inno all’amore e alla più sconsiderata bellezza.

L'immagina raffigura un Dettaglio Loggia di Amore e Psiche - Disegno di Raffaello, Villa Farnesina, Roma

Dettaglio Loggia di Amore e Psiche – Disegno di Raffaello, Villa Farnesina, Roma

 

 

Per approfondire:

U. Santarelli “Mercanti e società tra mercanti”, ed. Giappichielli 1992; C. D’Orazio “Raffaello segreto”, ed. Pickwik 2017; C. D’Orazio “Mercanti di bellezza”, ed. Rai Com SPA – Rai Eri 2017; T. Cartù “Sebastiano del Piombo a Roma 1511 -1547” ed. Federico Motta 2008; www.ilsole24ore.com “Il fiorino motore di bellezza nella Firenze del Rinascimento”, di V. Ronzani 20 settembre 2011.

Un legame per la vita… cercando il Diritto Perfetto

“L’anima della madre prima compone nella matrice la figura dell’uomo e, al tempo debito, desta l’anima che di quel debbe essere l’arbitratore” (Leonardo da Vinci)

Il pensiero di Leonardo racchiude l’essenza degli studi ch’egli condusse nel cercare di spiegare la relazione tra la madre e il figlio. Secondo l’artista, sino alla nascita vi sono due esseri in un unico corpo, con un’unica anima, quella della madre mentre l’anima del bambino rimane dormiente sino al momento in cui il piccolo vedrà la luce.

L'immagina raffigura uno dei disegni di Leonardo da Vinci sugli studi anatomici

Leonardo da Vinci – Studi anatomici

Il genio fiorentino, pur essendo stato credente per tutta la vita, non accettava il dogma della Chiesa per il quale l’anima è immortale, trattandosi di puro spirito donato da Dio: inconcepibile per lo scienziato, il quale riteneva che tutto dovesse avere una dimostrazione scientifica.

Per Leonardo l’anima era un soffio vitale collocato forse alla sommità della colonna vertebrale, o in punto non definito del cranio: l’artista intuì come il cervello giochi un ruolo fondamentale nello sviluppo delle idee e delle emozioni degli esseri umani.

Il disegno rappresenta un disegno degli studi anatomici del cranio fatti da Leonardo da Vinci

Leonardo da Vinci – Studi anatomici

Leonardo non aveva dubbi: la madre donava al figlio il soffio vitale.

L’immagine è suggestiva e fortemente evocativa della nascita e, quindi, del momento in cui una persona viene al mondo, diventando soggetto di diritto.
Oggi si afferma che non esiste diritto senza persona e persona senza diritti: ognuno di noi ha una propria personalità giuridica acquisita con la nascita, purché il soggetto sia nato vivo, il che non è un presupposto di scarso rilievo. E’ sufficiente anche un solo istante di vita – inteso come qualsiasi manifestazione di vita propria non necessariamente il pianto – perché il neonato divenga titolare di diritti sia di natura personale, sia di carattere patrimoniale, questi ultimi trasmissibili agli eredi in caso di morte sopravvenuta.

L'immagina raffigura il dipinto Adorazione dei Pastori di Gherardo delle notti, distrutta nella strage dei Georgofili del 1993

Adorazione dei Pastori – Gherardo delle notti, distrutta nella strage dei Georgofili del 1993

Il nuovo nato acquista immediatamente i diritti della personalità, essenziali, fondamentali, innati e originari alla figura dell’uomo: trattasi del diritto alla vita, al nome, all’onore, alla libertà, solo per citarne alcuni tra quelli espressamente richiamati nella Carta Costituzionale.
Nel diritto moderno è sorta l’esigenza di predisporre tutele anche a favore del nascituro: si pensi alle norme sulla fecondazione assistita, al diritto al risarcimento del danno per perdita del genitore in conseguenza di un fatto illecito avvenuto prima della nascita.

L'immagine rappresenta il dipinto la Madonna del Magnificat - Botticelli, Galleria degli Uffizi

Madonna del Magnificat – Botticelli, Galleria degli Uffizi

Vi sono casi in cui la giurisprudenza si è spinta oltre, chiedendosi se nell’ipotesi in cui il medico omettesse di informare la madre della grave malattia genetica del feto, impedendole così di far ricorso all’interruzione volontaria della gravidanza, oltre al risarcimento alla donna per lesione del diritto di autodeterminazione, debba essere risarcito anche il neonato affetto da una rara malattia. In altre parole: in questi casi esiste un diritto del concepito a nascere sano? La risposta è stata negativa: il bambino nato e affetto da una malattia non avrà diritto a un’autonoma voce di risarcimento in ragione della patologia riscontrata, poiché essa è dipesa da fattori del tutto estranei all’azione o all’omissione umana.

L'immagina raffigura il dipinto la Madonna dei Fusi di Leonardo appartenente a una collezione privata

Madonna dei Fusi – Leonardo da Vinci, Collezione privata

In caso contrario, il rischio è quello di tendere verso posizioni vicine all’eugenetica, preferendo la nascita di soggetti socialmente desiderabili invece di quelli ritenuti non perfetti.
Leonardo certamente non avrà avuto le moderne conoscenze mediche e scientifiche, ma il suo pensiero e la sua mano straordinaria hanno colto l’essenza della maternità, così meravigliosamente rappresentata nella Madonna dei Fusi, la quale con il suo gesto protettivo e lo sguardo rivolto al Bambino è la sublimazione della tenerezza di un amore senza tempo e senza confini.

 

 

Per approfondire:

C. D’Orazio “Il Leonardo Segreto” ed. Pickwick 2015, A. Trabucchi “Istituzioni di diritto Civile”, ed. 2013, G. Alpa e M. Garofoli “Manuale di Diritto Civile” ed. 2013

Il falsario che ingannò i nazisti

L’indurre taluno in errore con artifizi e raggiri al fine di trarne un ingiusto profitto, con altrui danno, è il tratto tipico della condotta del truffatore.

La truffa è un reato perseguito da tempo immemore, poiché strettamente legato alla natura umana, non sempre così attenta alla legalità e all’etica quando si parla del proprio tornaconto.
L’inganno è il cuore dei questo delitto, frequentemente perpetrato da soggetti dotati di un’intelligenza fuori dal comune, con spiccati talenti nel rappresentare attraverso credibili argomentazioni il falso per il vero, o nel far apparire ciò che non è.
I falsari di opere d’arte sono certamente tra i più celebri e – forse – tra quelli che destano minor sdegno, affascinando per l’abilità e l’ingegno. Han Van Meegeren, olandese dei primi del ‘900, era molto di più un falsario, era un vero artista con una forte propensione per Veermer, del quale non solo riprodusse alcune tele, ma ne dipinse di nuove attribuendole – con successo – al pittore del ‘600.

L'immagine rappresenta il falsario Han Van Meegern all'opera

Han Van Meegeren all’opera

Egli aveva fatto proprio il tocco e il tratto del fiammingo: utilizzava gli stessi colori, in particolare il blu di lapislazzuli con olio di lillà che stendeva con pennelli dell’epoca su tele originali del 1600. Aggiungendo della polvere riusciva persino a riprodurre la “craquelure”, ovvero quel reticolo di crepe che si forma con il tempo sulla superficie dei dipinti.

L'immagine rappresenta La cena di Emmaus - Falso di Han van Meegeren

La cena di Emmaus – Falso di Han Van Meegeren

I suoi falsi lo resero ricco, ma la beffa più grande fu compiuta ai danni dei nazisti. Nel 1942 si era sparsa la voce del ritrovamento in Olanda di un nuovo Veermer, “Il Cristo e l’adultera”: la notizia raggiunse presto anche alle alte sfere del partito nazista.

L'mmagine rappresenta "Il Cristo e l'adultera" - falso di Han Van Meegeren

Il Cristo e l’adultera – falso di Han Van Meegeren

Hermann Goering, luogotenente di Hitler, appassionato collezionista di arte non perse tempo e per evidenti “ragioni di Stato” si attivò per l’acquisto della tela.

L'immagine è la fotografia del gerarca nazista Hermann Goering

Hermann Goring

Al posto del pagamento del prezzo, i nazisti offrirono agli olandesi la restituzione di duecento opere precedente trafugate dal paese e acquisite al patrimonio tedesco. L’affare andò a buon fine: i nazisti non scoprirono mai di aver acquistato un falso e l’Olanda ritornò in possesso del proprio ingente patrimonio artistico.

Cinque anni più tardi, per una serie di sfortunate circostanze, Van Meegeren venne sottoposto a un processo con l’accusa di collaborazionismo per aver venduto opere d’arte al nemico nel corso della guerra: rischiava l’ergastolo. L’unica linea di difesa efficace contro quella pesantissima imputazione era ammettere la verità: egli stesso confessò alla Corte di aver rifilato ai tedeschi un falso Veermer.

L'immagine riporta un momento del processo di Han van Meegeren

Han Van Meegeren sotto processo

Rivelò di essere in grado di riprodurre perfettamente i capolavori del fiammingo, tanto è vero che molti suoi dipinti erano stati certificati e attribuiti senza dubbio a Veermer. Per l’accusa la confessione non era credibile: l’istruttoria dibattimentale fu molto articolata, vennero effettuate perizie e sentiti esperti senza arrivare ad alcun risultato definitivo: non vi era la certezza che i dipinti sottoposti alle consulenze tecniche fossero effettivamente dei falsi.

L’accusa chiese all’imputato di fornire le prove a sostegno della propria difesa. Per il falsario l’unico modo per dimostrare la veridicità di quanto asserito era riprodurre ancora una volta un’opera del fiammingo.

Il processo appassionò moltissimo l’opinione pubblica, che era schierata compatta con Van Meegreren: il falsario in poco tempo realizzò l’ennesimo capolavoro, mostrando all’accusa e alla Corte tutto il suo genio.

Le cronache raccontano come ancora oggi non si sia certi del fatto che tutte le opere esposte nei più prestigiosi musei del mondo attribuite al pittore Veermer siano davvero opera della sua mano… oppure se siano il lavoro di un genio indiscusso vissuto un paio di secoli dopo.

 

Per approfondire:

(Per approfondire: D. Polifonico tratto da Enciclopedia del Crimine – ©Fratelli Fabbri Editori, 1974)

Il virtuosismo velato

“Avrei dato dieci anni della mia vita pur di essere stato lo scultore del Cristo Velato”, questo disse Antonio Canova quando si trovò al cospetto dell’opera commissionata da Raimondo di Sangro a Giuseppe Sanmartino, scultore non particolarmente noto all’epoca, per la splendida Cappella di San Severo a Napoli.
L'immagina raffigura la scultura del Cristo Velato custodita nella Cappella di San Severo a Napoli

Il committente specificò che si trattava di una “statua di marmo a grandezza naturale, rappresentante Nostro Signore Gesù Cristo morto, coperto da un sudario trasparente realizzato dallo stesso blocco di pietra.”
Di fronte a questa scultura nessuno si sottrae allo stupore: il corpo giace con il capo reclinato. La morte è appena sopraggiunta, si vedono le ferite, il volto è incavato, ma allo stesso tempo disteso, si nota una vena sulla fronte.

L'immagina rappresenta il volto del Cristo Velato Cappella di San Severo, Napoli

Cristo Velato – Dettaglio – Cappella di San Severo, Napoli

Le braccia rilasciate lungo il corpo, le mani abbandonate mostrano ancora le vene: tutto è estremamente reale e porta a pensare che chi l’ha scolpito avesse conoscenza diretta l’effetto naturale della vita che sfuma dal corpo per diventare puro spirito.
Il Cristo è coperto da un velo, impalpabile, quasi trasparente, leggerissimo eppure dal potere evocativo straordinario, in grado di ampliare l’immagine della sofferenza patita per il sacrificio supremo.

L'immagina raffigura il particolare del braccio della scultura del Cristo Velato custodita nella Cappella di San Severo a Napoli

Cristo Velato – Dettaglio – Cappella di San Severo, Napoli

Il virtuosismo della scultura è talmente alto che per lungo tempo si è dubitato del fatto che il sudario fosse davvero frutto della sola mano dello scultore: si è asserito che fosse l’esito di processi alchemici, oppure si poteva trattare di un composto di polvere di marmo trattato in modo particolare. Non si è mai giunti a una risposta certa, ma la questione ha poca importanza di fronte alla magnificenza di questo capolavoro e alla forza del suo messaggio.

L'immagine raffigura un dettaglio del sudario del Cristo Velato

Cristo Velato – Dettaglio del sudario – Cappella di San Severo , Napoli

Il dolore e la sofferenza non sono concetti avulsi dal Diritto, in quanto afferenti alla vita, bene supremo della persona, alla salute e alla dignità, quali diritti costituzionalmente tutelati.
Da pochi giorni, dopo un lungo e tortuoso percorso, sono entrate in vigore le norme sul biotestamento: la persona informata, alla quale sia stato spiegato dai medici la patologia, le terapie indicate e i probabili esiti di cura, è libera di decidere se sottoporsi o meno ai trattamenti sanitari, potendo in qualsiasi momento – nei modi stabiliti dalla legge – revocare un consenso precedentemente prestato.
Tali scelte, operate quando si è ben consapevoli delle conseguenze derivanti da un eventuale diniego alle cure, possono essere effettuate anche in via anticipata, grazie alle “Disposizioni anticipatorie di trattamento”. In questo caso, il paziente, al quale il medico ha rappresentato la situazione clinica e le opzioni terapeutiche, esprime – in via preventiva – la propria volontà nell’ipotesi in cui venisse a trovarsi nell’impossibilità di manifestare validamente il proprio consenso, o dissenso, per incapacità d’intendere e volere.
Alle persone che decidono di rinunciare alle cure e ai trattamenti sanitari, nei quali sono compresi anche l’alimentazione e l’idratazione artificiali, è sempre garantita la terapia del dolore e le cure palliative. Inoltre, è vietato l’accanimento terapeutico.
Di fronte alla sofferenza senza fine, quando rimane soltanto l’ineluttabile, non esiste il Diritto Perfetto: rimane soltanto la possibilità di riconoscere al soggetto una libertà di scelta in ragione del principio di autodeterminazione che tutela la dignità della persona. Ne è espressione il disposto che consente ai malati terminali, refrattari a qualsiasi tipo di trattamento sanitario, di chiedere al medico curante di far ricorso alla sedazione palliativa profonda, che porterà la persona di addormentarsi, lasciando la fine della vita il suo decorso naturale senza ulteriori sofferenze.

 

Per approfondire:

(Per approfondire “Raimondo di Sangro principe di San Severo” di A. E. Piedimonte ed. Intra Moenia 2012)

Guardami negli occhi

Uno sguardo ammaliatore che carpisce gli occhi e la mente può essere arma pericolosissima quando il fine sia l’inganno e non la conquista.
L'immagine rappresenta "La buona ventura" - Carvaggio esposta ai Musei Capitolini Roma

Caravaggio fu maestro nel rappresentare questo delicatissimo gioco seduttivo e quanto a esso sia sotteso. Nel celebre dipinto “La buona ventura” sceglie come modella una giovane graziosa gitana, con indosso l’abito tradizionale delle veggenti, caratterizzato da un panno rosso legato su una spalla e un turbante sulla testa che le dona un’intrigante aria esotica. Lei delicatamente prende la mano del giovane elegante con cappello piumato e spada al fianco. Il gesto è sottile, il tocco lieve, tutto avviene mentre lei lo guarda languidamente con  l’accenno di un sorriso e lui si lascia irretire senza opporre la minima resistenza.

L’inganno è in quello sguardo che sposta l’attenzione del ragazzo dalla predizione del futuro a ben altri pensieri. L’abilissima gitana con una carezza gli sfila l’anello d’oro dall’anulare senza che lui neppure se ne accorga.

L'immagine rappresenta il particolare delle mani de "La buona ventura" - Carvaggio esposta ai Musei Capitolini Roma

Particolare de “La buona ventura” – Caravaggio Musei Capitolini Roma

Dall’epoca di Caravaggio il furto non è mutato particolarmente: è uno dei delitti che  rientrano nel novero dei cosiddetti “crimini a costante storica“, poiché sottratti all’evoluzione del tempo che ne ha raffinato soltanto modalità di esecuzione (grazie al progresso,  quello  tecnologico in particolare), mentre la struttura del reato è rimasta immutata.

Se il fatto è commesso con destrezza, ossia con un particolare  ingegno, con astuzia e scaltrezza scatta un’aggravante speciale (in quanto specifica per questo reato) che aumenta la sanzione comminata dalla norma prevista per il furto semplice.

L’abilità straordinaria di questo tipo di ladro – nettamente superiore al ladro comune – lo rende socialmente molto pericoloso, in quanto è in grado di superare la normale vigilanza dell’uomo medio, rendendo particolarmente difficile  qualsiasi forma di protezione e difesa della vittima. Non ricorre, invece, l’aggravante in questione qualora il furto sia commesso in un momento di distrazione del derubato, poiché in questo caso non vi è alcuna speciale abilità o scaltrezza del ladro nell’atto del sottrarre il bene e l’azione è agevolata soltanto dal calo di attenzione della parte offesa.

Si pensa che “La buona ventura” racconti anche qualcos’altro: a ben guardare la zingara non sfila un  anello qualsiasi, ma la fede nuziale del giovane (il fatto che sia alla mano destra può dipendere dalla riproduzione di una scena riflessa). Questo particolare apre un’altra interpretazione – più sottile ed evocativa – del messaggio apparente: il furto sarebbe in realtà la punizione inflitta al giovane per essersi lasciato tentare dalle lusinghe della ragazza nonostante il vincolo matrimoniale. In altre parole, sarebbe il prezzo da pagare per l’infedeltà sottesa, per non aver saputo resistere alla seduzione di due occhi tentatori.

Questo dipinto, insieme a “I bari”, altro grande capolavoro del Merisi, rappresenta il punto di svolta della carriera di Caravaggio a Roma: per la prima volta un artista raffigura scene tratte dal mondo che lo circonda, racconta di vizi, delitti e gioco d’azzardo e molti dei suoi personaggi furono reali, verosimilmente incontrati dall’artista nei vicoli del rione Campo Marzio.

L'immagine rappresenta il dipinto "I bari" di Caravaggio

“I bari” Caravaggio

Fu lo storico Giovan Pietro Bellori nel suo trattato “Le vite de’ pittori, scultori e architetti moderni” a confermare questa circostanza, scrivendo “Chiamò una Zingana, che passava a caso per istrada, e condottala all’albergo, la ritrasse in atto di predire l’avventure come sogliono queste donne di razza Egittiana: Facevi un giovine il quale posa la mano con il guanto su spada, e porge l’altra scoperta a costei…”.

L'immagine è la fotografia del libro di G. P. Bellori "Le vite de' pittori, scultori e architetti moderni"

G. P. Bellori “Le vite de’ pittori, scultori e architetti moderni” – Michelangelo Merisi

Entrambi i dipinti furono acquistati dal Cardinale Francesco Maria del Monte il quale, intuito il genio dell’artista, gli offrì un alloggio, uno studio e protezione, aprendogli la via per entrare nella storia sino a quando Caravaggio, dalla condotta sempre intemperante,  fu costretto a una fuga repentina con la pensatissima accusa di omicidio pendente sulla testa… ma questa sarà un’altra storia.

 

Per approfondire:
  • G. Findaca E. Musco “Diritto Penale – Parte Speciale I delitti contro il patrimonio” Vol. II, Zanichelli ed. 2005;
  • C. D’Orazio “Caravaggio Segreto” ed. Pickwick 2017;
  • Cassazione Penale SS. UU., sentenza n. 34090 del 12/7/2017,

Un teatro unico al mondo

“Il teatro Olimpico è un teatro d’altri tempi, realizzato in piccole proporzioni e di inarrivabile bellezza”, con queste parole Goethe descriveva il meraviglioso gioiello ideato e disegnato dall’inconfondibile mano di Andrea Palladio.
Immagine del teatro Olimpico a Vicenza

Fu commissionato al celebre architetto dall’Accademia Olimpica, istituzione culturale fondata a Vicenza nel 1555 da nobili, intellettuali e artisti – lo stesso Palladio ne era membro – il cui fine era quello di coltivare e diffondere tutte le arti: dalla musica alle lettere, alla filosofia, senza escludere lo studio della matematica, della medicina e l’esercizio delle armi con maestri di scherma ed equitazione.

Il costo per la realizzazione del teatro fu interamente sostenuto dagli Olimpici: a chi contribuì venne assegnata una delle statue – a sua immagine –  collocate sopra la gradinata; la posizione di ciascuno dipendeva  dall’entità del contributo versato.

L'immagine è la fotografia dell'interno del teatro: la gradinata con il colonnato e le statue

Teatro Olimpico – Colonnato e statue

Per il progetto Palladio s’ispirò dichiaratamente ai teatri romani descritti da Vitruvio, con una cavea gradinata ellittica, circondata da un colonnato con statue sul fregio. Purtroppo l’architetto  non vide mai la realizzazione del suo progetto e l’opera venne portata a compimento dal figlio Silla, che la consegnò all’Accademia nel 1583.

Ritratto di Andrea Palladio

Andrea Palladio

Il maestoso e coreografico proscenio, che riproduce le sette vie di Tebe, fu ideato da Vincenzo Scamozzi per la rappresentazione dell’Edipo Re di Sofocle: l’allestimento fu talmente suggestivo  che divenne parte integrante del teatro e può essere ammirato ancora oggi.

Immagine del proscenio del Teatro Olimpico ideato da Vincenzo Scamozzi

Teatro Olimpico – Proscenio

Ora come allora chi accede all’Olimpico rimane stupito e senza parole per la meraviglia, la sensazione è di varcare una porta e tornare indietro nel tempo in un silenzio quasi surreale.

L’atmosfera è unica, difficilmente descrivibile se non si ha avuto la fortunata occasione di assistere a uno spettacolo o a un concerto. L’acustica è straordinaria: la musica arriva allo spettatore piena e limpida in tutto il suo colore, avvolgendolo completamente, persino il pianissimo – anche di un solo pianoforte – si sente chiaro e morbido,  portando con sé l’intero racconto del compositore.

La bellezza classica di questo teatro lo rese famoso già all’epoca, diventando altresì luogo di rappresentanza per accogliere Papi e imperatori; anche l’attività dell’Accademia continuò nei secoli successivi, sino al famigerato decreto Napoleonico del 25 aprile 1810. Il provvedimento dispose – tra l’altro – la soppressione di quasi tutti gli istituti e le corporazioni comuni, nonché – e soprattutto – delle associazioni ecclesiastiche di qualunque natura. Si salvarono soltanto alcuni enti religiosi, come i vescovati o le collegiate e altri elencati nel decreto.

La manovra era diretta ad appropriarsi subdolamente dei beni e delle ricchezze degli enti soppressi -, quelli religiosi in particolare – che d’amblée passarono in proprietà del Monte Napoleone (istituzione finanziaria preposta alla gestione del debito pubblico del Regno d’Italia). Si salvarono soltanto quei beni che per convenzione dovevano tornare a comuni o privati in caso di soppressione dell’ente.

L’Accademia Olimpica, prima di essere travolta dagli effetti del citato provvedimento, con una mossa astuta e a sorpresa, cedette la titolarità del Teatro Olimpico alla Città di Vicenza, salvandolo così dal trasferimento in mani  – anche solo indirettamente –  francesi, riservandosene l’uso perpetuo.

Ironia della storia: la strada dove sorgeva la sede dell’istituto Monte Napoleone è oggi uno dei luoghi più famosi al mondo per l’eleganza e il glamour: parliamo di  Via Montenapoleone a Milano.

Tornado all’Accademia Olimpica, fu riattivata nel 1843 e riprese la propria attività di diffusione culturale che perdura ancora oggi.

Il genio di Andrea Palladio ha regalato alla Città di Vicenza – e al Veneto – capolavori di  straordinaria bellezza: Goethe abbagliato dalla magnificenza dell’architettura palladiana, nel Diario di Viaggio 1786/1787, scrisse « V’è davvero alcunché di divino nei suoi progetti, né meno della forza del grande poeta, che dalla verità e dalla finzione trae una terza realtà, affascinante nella sua fittizia esistenza. »

Immagine della Rotonda del Palladio

La Rotonda di Andrea Palladio
(Villa Almerico Capra)

Tra le ville venete spicca la famosissima Rotonda (Villa Almerico Capra): l’edificio a pianta quadrata è posto sulla sommità di una dolce collina alle porte di Vicenza. Fu creata come luogo per l’intrattenimento colto ed è celebre per i suoi quattro loggiati uguali dai quali si può godere lo splendido paesaggio dei Colli Berici.

Vita della Rotonda e del giardino

La Rotonda – Il giardino

Grazie al Palladio la Città di Vicenza con il suo teatro-gioiello e le sue ville sono parte della Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco: l’Organizzazione, facente parte dell’ONU, fu fondata nel 1945, con il proposito di mantenere la pace e il rispetto dei Diritti Umani attraverso la diffusione della cultura e dell’educazione al rispetto e alla conservazione del Patrimonio dell’Umanità.

 

Per approfondire:

www.ilteatrolimpicovicenza.it; www.accademiaolimpica.it/lastoria; www.lombardiabeniculturali.it – fonti documentate – Legislazione Storica; www.istitutoveneto.it; www.unesco.it

La Calunnia è un venticello…

“La calunnia è un venticello, un'auretta assai gentile che insensibile, sottile, leggermente, dolcemente incomincia a sussurrar…”: si apre così la celebre aria di Don Basilio nel Barbiere di Rossini, che continua in un crescendo inesorabile che avvolge e travolge la vittima.

La falsa attribuzione avanti all’Autorità di una condotta delittuosa è pratica antica come il mondo e sostanzialmente i connotati di questo odioso reato nel tempo non sono mutati più di tanto.
Ne abbiamo traccia già nel IV secolo a. C.: ne fu vittima Apelle di Efeso, il più noto pittore dell’epoca; il fatto è precisamente narrato dal sofista greco Luciano nel suo trattato “Non bisogna prestar fede alla calunnia “: si racconta come il pittore Antifilo – rivale di Apelle – avesse riferito a re Tolomeo che la rivolta di Tiro sarebbe stata suggerita da Apelle stesso, il quale nel corso di un banchetto avrebbe dato tutte istruzioni del caso a Teodoto governatore della Frigia.
Re Tolomeo, appresa l’accusa di cospirazione in capo al suo artista di punta, al quale aveva concesso innumerevoli benefici, non avviò alcuna istruttoria, né richiese di quali prove l’accusatore potesse disporre: si scagliò contro Apelle, apostrofandolo duramente e condannandolo a morte per decapitazione.
Soltanto un compagno di prigionia dell’artista, colpito dalla sfrontatezza di Antifilo, ebbe pietà di Apelle e testimoniò la verità di fronte al Re Tolomeo, riferendo che il pittore mai si era recato a Tiro: egli era innocente e del tutto estraneo ai fatti contestati.
Il re Tolomeo tornò sui suoi passi e per riparare all’incauto giudizio diede cento talenti ad Apelle, consegnandogli Antifilo come schiavo.
Apelle, a futura memoria, dipinse un quadro nel quale era illustrata la sua vicenda: l’opera fu dettagliatamente descritta da Luciano ed era nota agli artisti del rinascimento.

L'immagine rappresenta la Calunnia del pittore Apelle

F. Zuccari “La calunnia di Apelle” – Disegno

Nel 1494 Botticelli, in una celebre e straordinaria allegoria, rappresentò la calunnia in danno di Apelle, l’opera è oggi custodita alla Galleria degli Uffizi. Gli elementi del reato vi sono tutti: la Calunnia che trascina la vittima davanti al re, porgendogli una fiaccola senza luce, in quanto fonte di una falsa conoscenza.
L’Ignoranza e il Sospetto sussurrano alle orecchie d’asino del Re, così rappresentato come pessimo giudice.
Attrae l’attenzione una cupa figura nera incappucciata: è il Rimorso, o pentimento, che consegue all’accertamento della calunnia, mentre guarda sottecchi la statuaria e luminosa Verità.
Sono presenti anche l’Invidia e la Falsità che ancora oggi giocano un ruolo spesso determinante per la commissione di questo delitto. Tuttavia, l’elemento essenziale e dirimente è rappresentato dalla coscienza e volontà della falsa accusa mossa nei confronti della vittima avanti all’Autorità: il reo deve essere sempre consapevole dell’innocenza del calunniato.

Il particolare disvalore sociale della calunnia è ravvisabile nel fatto che il pentimento e il risarcimento monetario quasi mai elidono il danno provocato alla reputazione. Rimarrà difficile arginare il sospetto sotteso, il velato dileggio e quella chiacchiera che aleggerà ancora: al tempo e all’oblio la soluzione naturale.

Per approfondire:

G. Fiandaca E. Musco “Diritto Penale – parte speciale” Vol. II, tomo primo, I delitti contro la persona, ed. Zanichelli 2010

Una volta di stelle per rimettere il peccato.

La storia racconta di uomini che per redimersi da condotte disdicevoli, o peggio, hanno ritenuto di poter espiare i loro torti senza scontare la giusta sanzione, realizzando magnifiche opere destinate alla collettività, con il sotteso fine di lavarsi la coscienza davanti a Dio e alla Società.

Il Diritto Perfetto - Cappella degli Scrovegni

La storia della Cappella degli Scrovegni, capolavoro patavino frutto della delicatissima e innovativa mano di Giotto, non si discosta molto da tali abitudini: secondo le fonti, Enrico Scrovegni, esponente della nobile famiglia padovana, il 6 febbraio del 1300 acquistò da Manfredo Dalesmanini il terreno su cui – ancora oggi – sono visibili i resti di un’antica arena romana. Sembra che la compravendita sia stata agevolata dalla necessità del venditore di risolvere una difficile situazione finanziaria.

All’epoca gli Scrovegni potevano contare su un ingente patrimonio, frutto della sfrenata attività di usuraio di Reginaldo – padre di Enrico – il quale era odiato e detestato come nessun altro dai concittadini per aver crudelmente tratto ingenti profitti dalle loro difficoltà. Pare che alla sua morte, avvenuta nel 1301, il popolo volesse saccheggiare e dare alle fiamme il palazzo di famiglia, che si trovava dove oggi sorge il Palazzo del Monte di Pietà, vicino al Duomo.
L’odiosa pratica dell’usura ha radici nel tempo immemore ed è stata oggetto di ferme condanne dall’antichità sino ai giorni nostri ma, nonostante questo, risulta essere una piaga quasi impossibile da debellare.

Il Diritto perfetto - Cappella degli Scrovegni

La Cappella degli Scrovegni – Dettaglio


Ora come allora, tale condotta costituisce un crimine punito con severe sanzioni, in ragione della spiccata pericolosità sociale attribuitagli dall’ordinamento: per questo motivo l’originaria formulazione del reato del codice Rocco è stata ampliata, svincolandola dal presupposto dello stato di bisogno della vittima – troppo restrittivo per un’efficace politica criminale – spostandolo sull’ampio piano della difficoltà economica o finanziaria.
Purtroppo le cifre reali dell’usura sono difficilmente accertabili, vista la persistente ritrosia delle vittime a sporgere denuncia, sia per paura di ritorsioni e ricatti della più svariata natura, ma anche per un senso di vergogna connesso al fatto di essere stati costretti a ricorrere a un prestito usurario.
Questo forte elemento psicologico ha indotto il Legislatore a introdurre un Fondo di solidarietà per le vittime dell’usura, con l’obiettivo di motivare una reazione difensiva che consenta allo Stato la giusta e doverosa repressione di quest’indegno fenomeno.

Il Diritto perfetto - Cappella degli Scrovegni

La Cappella degli Scrovegni – Dettaglio


Per il fermo il disprezzo di tale delitto, Dante mandò lo Scrovegni padre dritto all’inferno, mentre il figlio – quasi se la sentisse – decise di erigere sul terreno dell’arena romana una Cappella, dedicata alla Vergine Annunziata, al fine riscattare l’anima perduta del genitore e nel contempo lavare – in via preventiva – anche la sua.
Durante i lavori di edificazione vibranti proteste furono sollevate dai frati Agostiniani del vicino monastero degli Eremitani, i quali denunciarono la difformità delle opere realizzate rispetto al progetto approvato dal Vescovo. Le doglianze dei religiosi erano fondate, poiché si stava subdolamente edificando una Chiesa – e non una Cappella privata – con tanto di campanile annesso. Questo avrebbe provocato un danno irreparabile per la vicina comunità di frati i quali avrebbero subito la concorrenza di questo nuovo edificio di culto.
Non vi è documentazione certa sull’esito della controversia, ma pare che gli Agostiniani l’abbiano avuta vinta, visto che non c’è traccia del campanile e le dimensioni del fabbricato sono quelle consone a una Cappella privata.
Per le decorazioni Scrovegni convocò Giotto, il pittore più in voga del momento, il quale aveva – tra l’altro – già provveduto ad affrescare Assisi.
L’artista realizzò un capolavoro – completamente restaurato nel 2002 – incentrato sul tema della salvezza e riconciliazione dell’umanità: la nota di modernità introdotta da Giotto fu chiaramente spiegata dal Vasari, il quale osservò come, per la prima volta nella storia della pittura, furono rappresenti gli affetti e le attitudini dell’uomo, la felicità, l’ira, il pianto e anche i colori riproducevano la più vivida realtà.
Un particolare è degno di nota e si colloca nell’ambito dell’antica rivalità tra le città di Padova e Venezia: si racconta che nella realizzazione del Giudizio Universale, che occupa la parete in fondo e conclude il ciclo delle Storie raffiguranti la redenzione umana, Giotto s’ispirò (c’è chi dice che fu molto di più di un’ispirazione) al Giudizio Universale della Chiesa della Santa Maria Assunta al Torcello, uno splendido mosaico di trecento anni prima. Diversi dettagli, quali la posizione del Cristo e il sangue che scorre per divenire fiamma dell’inferno, possono far supporre che l’artista avesse dato un’occhiata al mosaico veneziano, anche se la vera innovazione dell’opera patavina sta nei dannati collocati alla base dell’affresco. Per la prima volta sono rappresenti con dovizia di dettagli, in tutta la loro cruda e truculenta realtà, quasi a voler significare al mondo dei vivi l’eterna e ineluttabile dannazione delle anime perdute.

Per approfondire:

Fiandaca Musco “Diritto Penale Parte speciale – I delitti contro il patrimonio” ed. Zanichelli 2009

Philippe Daverio “Guardar lontano Veder vicino” Ed. Rizzoli 2013; 

treccani.it/scrovegni O. Ronchi; 

giuseppebasile.org/restauri/lacappelladegliscrovegni

www.giottoagliscrovegni.it