VENEZIA SPLENDERA’ ANCORA

E’ particolarmente dura per Venezia: nell’inverno appena trascorso è stata travolta da un’eccezionale ondata di acqua alta che ha provocato danni a non finire, ora l’epidemia di Covid 19 con il suo carico luttuoso e i devastanti risvolti economici.

Il nostro mondo è ostaggio del nuovo corona virus-19, ma un pensiero speciale è riservato alla Città nata sull’acqua, splendida, unica e fragile come nessun’altra, connotata da una peculiare forza che le consentirà ancora una volta di risollevarsi: è sufficiente che ripensi alla propria Storia.

Le devastanti epidemie di peste che dilagarono nell’Europa trecentesca decimarono la popolazione: dalle stime di Papa Clemente V pare che il batterio dell’Yersina Pestis uccise circa 23.840.000 persone. Gli Stati di allora erano impotenti di fronte alla malattia di cui non potevano conoscere sia le cause, sia le cure, essendo la scienza medica non ancora in grado di rispondere.

La peste a Venezia (San Rocco risana gli appestati, Tintoretto)

Già intorno alla metà del 1300 Venezia intraprese una via innovativa per arginare i contagi, nominando un Consiglio di tre Provveditori incaricati di isolare  navi, persone e beni infetti, confinandoli in un’isola disabitata della laguna; inoltre, murarono le case dei contagiati e chiusero intere zone della città, inibite per mesi all’accesso da parte dei cittadini.

A fronte di tali restrizioni, il Maggior Consiglio, ben consapevole che l’economia veneziana si reggeva sul commercio, avviò una serie di forti manovre economiche per rilanciare l’economia, compreso un robusto pacchetto di sgravi fiscali.

Le pestilenze si ripresentavano con cadenza regolare e Venezia fu pronta a intervenire con misure sempre più restrittive, imponendo severe norme igieniche e sanitarie: i Provveditori vigilavano sulla pulizia delle case, vietavano la vendita di alimentari pericolosi, chiudevano Chiese, luoghi pubblici e si evitavano gli  assembramenti.

Divieto di assembramenti (Ricevimento ambasciatore di Francia, Canaletto)

I contagiati venivano ricoverati nel Lazzaretto Vecchio, mentre chi era stato a contatto con i malati era trattenuto per venti giorni in altre strutture appositamente allestite; le navi che entravano in laguna dovevano rispettare un periodo di quarantena alla fonda prima di poter accedere alla città.

Chiese chiuse (Il Battesimo, Pietro Longhi)

Come sempre Venezia, dimostrava di precorrere i tempi e la modernità: per la prima volta si assisteva a un tentativo di medicina preventiva attraverso misure sociali.

Per garantire il rispetto delle normative in materia sanitaria, la Serenissima era piuttosto drastica: pare che in una nave fosse stata issata una forca per far giustiziare i trasgressori e chi ospitava persone contagiate veniva condannato alla reclusione e al pagamento di una multa.

Limitare la libertà di circolazione (Riva degli Schiavoni, Canaletto)

Sono passati più di seicento anni, ma lo spirito della Serenissima non è molto cambiato: la Regione Veneto nella gestione l’emergenza Covid 19 ha reagito con tempestività e rapidità,  usufruendo di tutte le risorse a sua disposizione; in pochi giorni sono stati convertiti interi ospedali in Covid Hospital, unità complesse dedicate alla cura dei pazienti affetti da SARS-CoV-2 (la sindrome respiratoria acuta che identifica appunto la Coronavirus disease – 19), è stato predisposto l’allestimento di centinaia di nuove postazioni di terapia intensiva e sub intensiva, oltre a sottoporre sanitari e popolazione a migliaia di tamponi per verificare la presenza della malattia, individuando i “portatori sani”, i quali ospitano il corona virus senza alcuna sintomatologia rappresentando la principale sorgente di contagio.

Il tampone (Il Cavadenti, Pietro Longhi)

Anche il Governo ha emesso una serie di provvedimenti restrittivi, i quali spaziano dalla limitazione della  libertà di circolazione dei cittadini, alla chiusura di tutti i servizi e  attività imprenditoriali non ritenuti essenziali. I cittadini sono di fatto obbligati a rimanere a casa, potendo uscire soltanto per comprovate esigenze di lavoro o per necessità ed è  vietato qualsiasi tipo di assembramento, oltre a essere sollecitate ripetute pratiche igieniche come il lavaggio delle mani.

Restate a casa (Prospettive Canaletto)

I giuristi si sono subito interrogati sulla legittimità di tali provvedimenti, così fortemente limitanti le libertà costituzionalmente garantite: le norme di riferimento sono gli artt. 16 e 17 della Costituzione, rispettivamente riferiti alla libertà di circolazione e di riunione. L’art. 16 espressamente consente limitazioni in via generale della libera circolazione per “motivi di sanità e sicurezza”: non è dubitabile che l’attuale situazione di pandemia  giustifichi l’adozione di provvedimenti restrittivi per motivi di salute pubblica e sicurezza  al fine di limitare il contagio.

Mantenete la distanza di sicurezza (La Tempesta, Giorgione)

Sono ravvisabili anche i presupposti di necessità e urgenza in ragione dei quali il Governo ha emanato il Decreto Legge del 23 febbraio 2020 n. 6 convertito in legge n. 13 del 5 marzo 2020: per capire il profilo giuridico, è necessario richiamare l’art. 77 della Costituzione, in tema di decretazione d’urgenza. La norma consente al Governo in casi straordinari – connotati appunti dallo stato di necessità e dall’urgenza – di emanare provvedimenti aventi forza di legge ordinaria, i quali rimangono in vigore soltanto se convertiti in legge dal Parlamento entro sessata giorni dalla loro pubblicazione. In mancanza, il decreto decade e rimane privo di effetti.

Il decreto del 23 febbraio 2020 n. 6 ha definito la cornice giuridica delle norme in tema di Emergenza Covid 19, atteso che  i successivi provvedimenti sono stati emanati nella forma del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) o dei singoli Ministri, mentre è in fase di conversione il D. L. del 25 marzo 2020 n. 19.

Ristoranti chiusi (Le Nozze di Cana, Veronese)

Secondo un’interessante riflessione del Prof. Azzariti Ordinario di Diritto Costituzionale dell’Università La Sapienza di Roma, i DPCM non possono essere considerati atti contrari alla Costituzione, poiché emanati in un’evidente e comprovata situazione di stato di necessità e finalizzati alla tutela del diritto alla salute dei cittadini (garantito dall’art. 32 Cost.), tuttavia, deve essere ben chiaro il limite temporale delle restrizioni delle libertà personali: scaduto tale limite i diritti inviolabili compressi tornano nella loro piena integrità.

E’ auspicio condiviso da tutti la rapida e definitiva soluzione di questa emergenza, la quale porterà inevitabilmente pesantissimi risvolti economici, che dovranno essere fronteggiati  con misure severe a sostegno di tutti, compresi i professionisti, troppo spesso esclusi in ragione di radicati preconcetti di “casta” connotata da floride situazioni patrimoniali: purtroppo, è noto come tali convinzioni siano da tempo molto distanti dalla realtà.

Uniti ce la faremo e, quando sarà finita, Venezia merita un omaggio, una visita magari con sosta alla meravigliosa Basilica dedicata alla Madonna della Salute voluta dal Doge Nicolò Contarini nel 1630, quale tributo per la liberazione della città dall’ennesima pestilenza: sarà un’occasione  per riscoprire la bellezza dell’indomita Serenissima pronta a risollevarsi e risplendere ancora una volta.

Santa Maria della Salute

Per approfondire:

Andrew Nikiforuk “Il Quarto Cavaliere” Ed. Oscar Storia Mondadori 2008

Prof. Gaetano Azzariti “I limiti costituzionali della situazione d’emergenza provocata dal Covid 19” 27 marzo 2020 in Questione Giustizia

La peste a Venezia da www.vogavenetamestre.it

Livio Paladin “Diritto Costituzionale” Cedam 1991

Tutte le immagini sono opere di artisti veneziani, l’immagine di copertina è Il Leone di San Marco di Vittore Carpaccio

 

IL MILLENARIO GIURAMENTO DI IPPOCRATE

“Descrivere il passato, comprendere il presente, prevedere il futuro”: anamnesi, diagnosi e prognosi, questa è l’essenza dell’arte medica, secondo Ippocrate, il primo vero precursore della medicina moderna.

Vissuto tra il 460 e il 370 a. C. nella città di Atene e nella regione della Tessaglia, secondo i contemporanei Platone e Aristotele, Ippocrate fu il medico più famoso della sua epoca: egli introdusse una visione moderna della medicina, basata sull’osservazione dei fenomeni patologici, associata alla loro interpretazione, con contestuale ricerca della causa della malattia. Con Ippocrate per la prima volta venne abbracciata una concezione unitaria dell’organismo, secondo cui  le cui patologie non erano conseguenza del volere degli Dei, bensì alterazioni dell’equilibrio generale del corpo umano.

Busto di Ippocrate

Busto di Ippocrate

Tra i numerosi studi di Ippocrate, si ricorda quello sul “Male Sacro”, oggi noto come epilessia: egli giunse alla conclusione che gli episodi comiziali fossero la manifestazione di un malattia dovuta a cause naturali che nulla aveva a che fare con gli abitanti dell’Olimpo.

Nel IV secolo a. C. la scienza medica, soprattutto quella ippocratica,  fu  ordinata per la prima volta in una raccolta scritta il “Corpus Hippocraticum”: custodito nella Biblioteca di Alessandria,  il Corpus comprendeva tutto il sapere medico dell’epoca; ebbe rilevanti conseguenze culturali nella diffusione della pratica medica di allora che da quel momento fu connotata da maggior rigore scientifico rispetto a quando era uso tramandare la medicina oralmente “di padre in figlio”.

Incisione Biblioteca di Alessandria

Incisione Biblioteca di Alessandria

La leggenda narra che Ippocrate pretendesse dai suoi allievi la pronuncia davanti al Dio della Medicina, di un solenne un giuramento con il quale si impegnavano a rispettare i maestri, a insegnare la medicina solo a chi avesse pronunciato lo stesso giuramento e senza ricompensa, a visitare i malati e a prescrivere le cure con l’unico scopo di guarirli; non avrebbero potuto prescrivere farmaci mortali o abortivi. Inoltre, per la prima volta fu introdotto il concetto di segreto professionale, atteso che il medico era tenuto alla riservatezza per tutte notizie apprese nell’esercizio dell’arte.

Giuramento di Ippocrate

Giuramento di Ippocrate

Ancora oggi i giovani medici prestano quel giuramento: non è più quello di Ippocrate, ma non se ne discosta molto per certi principi.

La figura del medico oggi, in questo tempo di emergenza, è – giustamente –destinataria della gratitudine di tutti noi per l’impegno profuso nella gestione dell’epocale pandemia.

Ma consentite una riflessione: una volta superata questa la difficilissima situazione, si auspica che tutti coloro i quali oggi si prodigano in calorosi applausi, tributi di stima e riconoscenza verso i medici, si ricordino, qualora si dovessero rivolgere  al legale di turno per aprire un contezioso in materia di responsabilità sanitaria, spesso adombrato da ipotesi meramente risarcitorie, di ciò che è stato fatto per l’intera comunità al fine di combattere e debellare la malattia.

Rimane, ovviamente, ferma la censura e il diritto al risarcimento del danno per l’inesatta esecuzione dell’atto medico, ma non si può tacere che le norme che regolano la responsabilità sanitaria sono quanto di più lontano possa esserci rispetto al Diritto Perfetto.

Infatti, per anni si è imposto al medico l’onere di dimostrare l’esatta esecuzione della prestazione, partendo da una presunzione di colpevolezza del suo operato, ogni qualvolta non fosse stato raggiunto il risultato terapeutico sperato. La difesa del medico è stata gravata di una difficoltà difensiva, talvolta insuperabile ed è stata spesso disconosciuta l’esistenza di  complicanze post intervento prevedibili ma non prevenibili. Si è agito più come rivendicazione di un vero e proprio diritto di guarigione, che per tutelare il diritto cura e, quindi, di essere destinatari di prestazioni sanitarie da eseguirsi con la massima diligenza prevista in ragione della professionalità del medico.

Questa situazione ha contribuito allo sviluppo di quelle pratiche sanitarie eccessive e ridondanti della medicina difensiva, che il sanitario pone in essere quando sottopone il paziente a ogni tipo di esame  – anche se non strettamente necessario – pur di autotutelarsi contro eventuali contestazioni.

Ne è conseguito un costo esorbitante e insostenibile per l’intero SSN, circa 12 miliardi di euro l’anno, il tutto a discapito della qualità e quantità delle risorse disponibili: la cultura della medicina basata sulle evidenze e della gestione del rischio clinico da sole basterebbero ad annullare questa dinamica e tutelare il sacrosanto rapporto tra medico e paziente, che già Ippocrate aveva consegnato all’eternità.

Per non parlare poi del costi assicurativi privati lievitati a cifre di decine di migliaia di euro per una polizza a garanzia della responsabilità professionale: la comune doglianza circa la scarsità del numero dei chirurghi dipende tra l’altro dal fatto che la categoria è esposta a ogni tipo di azione legale, sia in sede civile che penale, per cui molti scelgono una strada professionale diversa, forse meno eroica ma più tranquilla.

Studi anatomici e Uomo Vitruviano di Leonardo

Studi anatomici e Uomo Vitruviano di Leonardo

La Legge Gelli Bianco entrata in vigore il 1° aprile 2017 ha leggermente migliorato una situazione ormai insostenibile, introducendo un cambiamento culturale che ancora fatica a prendere piede, atteso che come sostenuto dall’On. Federico Gelli, promotore della citata normativa, è necessario: “Aumentare le tutele per chi esercita la professione sanitaria prevedendo, al contempo, nuovi meccanismi a garanzia per i cittadini e arrivare ad un nuovo equilibrio nel rapporto medico-paziente. In questa maniera i professionisti possono svolgere il loro lavoro con maggiore serenità e ai cittadini viene garantita la sicurezza delle cure, maggiore trasparenza e la possibilità di essere risarciti in tempi brevi e certi per gli eventuali danni subiti».

Rispettiamo il lavoro dei medici, rendiamoci conto che svolgono una professione tra le più  difficili e complesse e che – come oggi – non esitano a mettere a rischio la loro stessa salute per prestarci le cure migliori.

Caduceo

Caduceo

 

Per approfondire:

Legge n. 24 dell’8 marzo 2017 n. 24, detta Legge Gelli Bianco 

Lo scandalo della Lippina

Gli artisti hanno doti eccezionali: innovatori, virtuosi, visionari, per questo molti di essi sono insofferenti alle regole di una vita ordinaria e, talvolta, diventano protagonisti di scandali che ancora si ricordano.

Intorno al 1456 il fiorentino Fra Filippo Lippi, ormai cinquantenne e Cappellano del Convento di Santa Margherita di Prato, venne incaricato di realizzare una pala raffigurante “La Madonna che dà la cintola a San Tommaso”.

Per dipingere il volto di Santa Margherita, la giovane ritratta sulla sinistra del quadro, Lippi chiese alla Badessa una suora come modella.

L'immagine raffigura la Madonna della Cintola di Lippi

La Madonna della Cintola, Filippo Lippi

La scelta ricadde sulla bellissima Lucrezia Buti, all’epoca appena ventenne. L’artista dal carattere gioviale ed esuberante entrò presto in confidenza con la ragazza, la quale gli rivelò di essere profondamente infelice: era stata costretta a farsi monaca insieme alla sorella a causa della povertà della famiglia d’origine.

Incuranti della grande differenza d’età i due si innamorarono e il Maestro escogitò un finto rapimento che ebbe luogo il giorno delle celebrazioni per l’ostensione della “Sacra  Cintola”, portandola a vivere presso la propria casa insieme alla sorella Spinetta.

Non si poteva certo ipotizzare alcun tipo di reato in capo al Lippi, atteso che mancavano tutti i presupposti del sequestro di persona, non sussistendo alcuna privazione della libertà personale delle ragazze, le quali neppure si opposero al ratto, anzi verosimilmente lo agevolarono.

Al fatto seguirono scandalo e disonore: la famiglia d’origine esercitò grandi pressioni, ma solo Spinetta fece ritorno in convento. Lucrezia rimase a vivere con il Maestro da cui ebbe due figli: Filippino, nato pochi mesi dopo la fuga dal monastero, il quale diventò anch’egli un grande pittore e Alessandra.

L'immagine rappresenta Filipino Lippi

Filippino Lippi

Nonostante la loro relazione fosse profondamente osteggiata dalla Curia, Lucrezia continuò a essere la musa ispiratrice di Filippo Lippi; tra le opere più ammirate ricordiamo la “Madonna col Bambino e Angeli” esposta agli Uffizi: è uno dei rari dipinti interamente autografi del Maestro. L’incantevole profilo, l’elaborata acconciatura con veli e perle, realizzati con estremo virtuosismo, l’azzurro quasi trasparente dello sguardo, possono essere considerati un tributo dell’artista alla straordinaria bellezza della compagna, mentre nell’angelo in basso a destra si riconosce il volto del figlio Filippino.

L'immagine rappresenta la Madonna con Bambino e angeli di Filippo Lippi

Madonna con Bambino e angeli, Filippo Lippi, Galleria degli Uffizi Firenze

Tempo dopo, grazie all’intervento di Cosimo il Vecchio, legato all’artista da una profonda amicizia, la coppia ottenne da Papa Pio II la dispensa dai voti ecclesiastici e la possibilità di sposarsi, regolarizzando la loro convivenza agli occhi della società.

Precursori dei tempi e incuranti delle male lingue, Filippo e Lucrezia rimasero sempre una famiglia di fatto: in proposito, il Vasari nei suoi scritti spiega l’insofferenza del Maestro verso gli obblighi e le convenzioni in genere, tanto più se nascenti dal matrimonio.

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Lucrezia Buti ritratta come Salomè, Filippo Lippi

Non possiamo dimenticare che secoli dopo la bellezza immortale di Lucrezia Buti fece breccia nel cuore di Gabriele D’annunzio, il quale, mentre frequentava il Collegio Cicognini di Prato, venne a conoscenza della storia di Lucrezia e Filippo. Il Vate si recò spesso nel Duomo di Prato per ammirare gli affreschi raffiguranti la giovane donna e come omaggio alla sua immortale bellezza le dedicò il suo unico testo autobiografico “Il secondo amante di Lucrezia Buti”.

Per approfondire:

Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti, Vasari, Newton Compton Editori 2016

“Lo scandalo e la monaca Lucrezia Buti” di Elisa Marianini

La scienza dentro una melagrana

Arte e scienza sembrerebbero due modi lontanissimi tra loro: non è sempre vero, essendo connessi molto più intimamente di quanto si possa pensare.

E’ stato recentemente pubblicato su  “Interactive. Cardiovascular and Thoracic Surgery” (http://doi.org/10.1093/icvts/ivy321) un articolo che descrive l’anatomia cardiaca nascosta nel celebre dipinto la Madonna della Melagrana di Botticelli, esposto nella Galleria degli Uffizi a Firenze.

E’ un tondo di mirabile bellezza, al centro del quale la Madonna, con in braccio il Bambino, tiene in mano una melagrana leggermente aperta. Il disegno dell’interno del frutto con gli arilli ben visibili, separati da sottili membrane, sembra riprodurre fedelmente lo schema anatomico del cuore. Si possono distinguere l’atrio e il ventricolo destro e sinistro, l’arteria polmonare, mentre la corona del frutto rappresenta l’aorta nella parte più alta e la vena cava superiore in quella più bassa.

Madonna della Melagrana - Dettaglio, riproduzione dell'anatomia del cuore, Botticelli, Galleria degli Uffizi Firenze

Madonna della Melagrana – Dettaglio, riproduzione dell’anatomia del cuore, Botticelli, Galleria degli Uffizi Firenze

 

Anatomia del cuore

Anatomia del cuore

L’esattezza di questi dettagli è impressionante per considerarla una semplice coincidenza; quindi, è verosimile  la tesi degli autori dell’articolo in commento, considerato che è storicamente dimostrato che lo studio dell’anatomia nel Rinascimento fosse una pratica molto diffusa tra gli artisti: Botticelli, Pollaiolo e tutti i più grandi maestri dell’epoca celavano profonde conoscenze anatomiche.

Botticelli con questo espediente avrebbe inteso rappresentare il cuore e il sangue versato da Gesù per salvare l’umanità all’atto del sacrificio supremo.

Lo studio del corpo umano  risale a tempi antichi, ma la vera conoscenza anatomica inizia nel XIII secolo: l’Università di Bologna si è rivelata l’antesignana dell’anatomia umana. L’osservazione diretta dei corpi, attraverso le dissezioni, portò il suo più celebre esponente, Mondino de’ Liuzzi, a scrivere un trattato che rimasto una pietra miliare per molti anni.

Anche Leonardo da Vinci dedicò gran parte della sua vita allo studio diretto del corpo umano: lo scorso anno per celebrare i 730 dalla fondazione dell’Ospedale Santa Maria Nuova a Firenze sono state mostrate le “vasche di  Leonardo”, situate nei sotterranei della struttura, dove pare che Leonardo in segreto eseguisse a fini di studio le dissezioni dei cadaveri all’epoca vietate a Firenze.

Studi anatomici di Leonardo da Vinci

Studi anatomici di Leonardo da Vinci

Più tardi, nel 1543 Andrea Vesalius fondò la Scuola anatomica di Padova: la sua opera “De humani corporis fabrica” fu scritta basandosi sull’osservazione diretta dell’anatomia umana. Il suggestivo Teatro Anatomico, completato nel 1595, si trova  presso il palazzo del Bo dell’Università degli Studi di Padova ed è la più antica struttura permanente al mondo creata per l’insegnamento dell’anatomia e la dissezione dei cadaveri. La struttura a cono rovesciato permetteva agli studenti di assistere alla lezione che si svolgeva alla base, l’illuminazione era assicurata da candele e si racconta che per rendere l’atmosfera meno cupa era frequente l’esecuzione di musiche dal vivo.

Teatro Anatomico, Palazzo del Bo, Università degli Studi di Padova

Teatro Anatomico, Palazzo del Bo, Università degli Studi di Padova

 

Le pratiche necessarie per lo studio anatomico furono anche fortemente contraste, poiché ritenute sacrileghe. Tuttavia, le autorità ecclesiastiche mai posero il veto a tali studi: del resto non poteva essere diversamente, atteso che la maggior parte delle Università erano strettamente collegate alla Chiesa – Bologna in primis – e Papa Sisto IV nella bolla “De Cadaverum sectione” riconobbe l’anatomia come “utile pratica medica e artistica”.

Il Museo della Specola di Firenze – al di fuori dell’ordinario circuito turistico – merita una visita: è il museo di storia naturale più antico d’Europa; la sezione più interessante  (e impressionante) è quella dove sono esposte le cere anatomiche: sono dei modelli anatomici realizzati tra il XVIII e il XIX secolo con una tecnica molto raffinata,  finalizzati  a ottenere un vero e proprio trattato didattico scientifico dell’anatomia del corpo umano senza bisogno di osservare un cadavere. La precisione e i dettagli di queste opere nulla hanno da invidiare agli attuali supporti  digitali, o di realtà aumentata, ma rispetto ai sistemi moderni possono vantare l’indiscusso fascino  della storia.

Museo della Specola, Sala delle Cere Anatomiche, Firenze

Museo della Specola, Sala delle Cere Anatomiche, Firenze

In questo breve excursus nel secolare studio dell’anatomia permane un elemento attuale ancora oggi: il progresso della medicina e l’innovazione delle tecniche chirurgiche richiedono sempre un approccio diretto con  il corpo umano. Nel 2014  la Commissione Affari Sociali della Camera approvò un disegno di legge per regolamentare la donazione del corpo post mortem a fini scientifici, cosa che nel resto del mondo è un fatto assolutamente normale, mentre in Italia rimane ancora assai raro.

De iure condendo, ovvero in attesa che tali norme vengano approvate, i siti di alcune Università hanno stilato dei protocolli che consentono e regolano la donazione volontaria del corpo post mortem: si tratta di casi sporadici, poche decine ogni anno. Forse leggi certe accompagnate a una campagna di sensibilizzazione, come avvenuto quando è iniziata l’era dei trapianti, in futuro porteranno a comprendere il grande valore di questa scelta per il continuo progresso della scienza medica.

 

 

Per approfondire:

Per approfondire: https://academic.oup.com/icvts/advance-article/doi/10.1093/icvts/ivy321/5219001?searchresult=1 ; “La nascita dell’anatomia” in www.filosofiaescienza.it ; “Viaggio intorno al corpo” Dizionari dell’arte di G. Bordin, M. Bussagli, L. Polo D’Ambrosio ed. Mondadori Electa 2015; “Teatro Anatomico” in www.unipd.it

Genio, colore e sregolatezza

Il genio creativo talvolta si accompagna a una spiccata eccentricità dell’artista, i cui comportamenti possono apparire se non patologici quantomeno bizzarri.
L'immagine raffigura il dipinto "Gli ulivi con cielo giallo e sole" di van Gogh

E’ ben noto il ruolo di molte sostanze (indicate nel lessico medico come “esotossiche”) nel determinismo di lesioni del sistema nervoso centrale con conseguenti gravi alterazioni neuropsicologiche; la Storia della medicina ricorda una gran quantità di tali agenti tossici, dei quali solo nel XIX secolo si è avuta maggior conoscenza scientifica.

L'immagine raffigura diversi metalli pesanti a elevata tossicità

Metalli pesanti a elevata tossicità

Il piombo è stato un importante attore; è un metallo pesante presente in natura, particolarmente duttile e plasmabile; il suo utilizzo è già antichissimo:  abbondantemente presente nelle tubature degli acquedotti romani, veniva utilizzato anche come medicamento contro la gotta  e altre patologie, oltre a essere largamente usato per la realizzazione di suppellettili da cucina come bicchieri e coppe. Secondo talune fonti pare che l’acqua dell’epoca presentasse livelli di piombo cento volte superiori a quelli odierni e il piombo predilige accumularsi nel corpo umano.

L'immagine raffigura l'acquedotto romano nella provincia di Segovia

Acquedotto romano di Segovia, Penisola Iberica

E’ stato osservato che queste elevate concentrazioni di piombo potrebbero aver provocato, attraverso lesività neurologica e infertilità, un lento e inesorabile avvelenamento della popolazione di Roma,  i cui effetti sarebbero stati una delle concause della caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Tali ipotesi non sono mai state suffragate da evidenze storiche certe, le quali attribuiscono le ragioni del tracollo della più grande civiltà di tutti i tempi a fattori esterni (le invasioni barbariche), ma soprattutto a ragioni interne, prima tra  tutte la totale decadenza e perdita dei valori su cui si fondava la società romana.

L'immagine raffigura il Colosseo a Roma

Colosseo, Roma

Il piombo è sempre stato largamente utilizzato anche nel mondo dell’arte quale componente di taluni tipi di colori: la “biacca” o “cerussa” era un bianco particolare a base di carbonato basico di piombo; era prodotta dai veneziani e dagli olandesi; presentava caratteristiche ben precise: elevata coprenza unita a una  lucentezza straordinaria e grande facilità di stesura sulla tela. La biacca ha generato una luce unica nei capolavori immortali di Tiziano, Rubens e Velasquez.

L'immagine raffigura il dipinto Amor Sacro e Amor Profano, Tiziano, Galleria Borghese, Roma

Amor Sacro e Amor Profano, Tiziano, Galleria Borghese, Roma

Il celeberrimo giallo cromo di Van Gogh, a base di cromato di piombo, ha regalato l’immortalità all’artista olandese: la forza evocativa di quel colore così luminoso ha reso quelle tele un inno alla grandezza della natura, attraverso la quale Van Gogh reclamava la sua rivincita sulla vita.

L'immagine raffigura i Girasoli di Van Gogh

I Girasoli, Vincent Van Gogh

La tecnica di preparazione del colore era un vero e proprio patrimonio dell’artista e della sua bottega, una sorta di know-how aziendale dell’epoca. Le materie prime potevano essere di origine animale come nel caso della “lacca di cocciniglia”, preparata con l’estratto di un particolare insetto, di origine vegetale nel caso dei colori delle terre (la famosissima terra di Siena), oppure si poteva trattare di metalli, come il piombo, il rame, il ferro e persino il mercurio, tossico per eccellenza. Nessuna precauzione veniva assunta nel corso della preparazione e l’esposizione respiratoria alle polveri era  totale, per non parlare della quantità di piombo assorbita in seguito al contatto del colore con la pelle.

L'immagine raffigura del cromato di piombo

Cromato di piombo o giallo cromo

Gli effetti dell’intossicazione da piombo interessano diversi apparati dell’organismo, ma quelli a carico del sistema nervoso sono particolarmente severi inducendo, tra l’altro, alterazioni della personalità con fenomeni comportamentali, irritabilità, ritardo nello sviluppo.

Numerose fonti attribuiscono a un lento e progressivo avvelenamento da piombo il comportamento violento di Caravaggio, la sua insofferenza per le regole e la nota irritabilità culminarono con l’omicidio per futili motivi di Ranuccio Tommasoni: l’artista si salvò dalla condanna a morte papale soltanto fuggendo da Roma, grazie all’aiuto del Principe Filippo I Colonna. Il comportamento del Merisi potrebbe far supporre una misconosciuta intossicazione da metallo pesante

L'immagine raffigura la testa di Meduca di Caravaggio

Testa di Medusa, Caravaggio, Galleria degli Uffizi, Firenze

Gli effetti della tossicità del piombo si sono manifestati e diffusi su larga scala con l’avvento dell’era industriale e dei motori, atteso che il metallo pesante era presente pressoché ovunque dalle vernici alla famigerata benzina rossa super, che l’Italia dichiarò fuori legge  e tolse dal mercato il 31 dicembre 2001.

Uno studio americano di qualche anno fa ha stimato che nel 2008 il costo per il sistema sanitario statunitense per la cura di patologie connesse all’intossicazione da piombo era di pari al 3,5% di tutta la spesa sanitaria, i cui destinatari erano soprattutto i bambini con effetti devastanti e quasi sempre irreversibili.

Da allora le legislazioni degli Stati Uniti e dell’Unione Europea sono intervenute con giusta severità, ponendo rigide norme per la sicurezza dei lavoratori addetti alla produzione con uso di composti al piombo, oltre a fissare limiti massimi del metallo nei prodotti. Nel 2016 la normativa a protezione dei bambini è divenuta ancora più vigorosa, in particolare per i giochi che possono essere messi in bocca, i quali non possono presentare percentuali di piombo superiori allo 0,05%.

L'immagine raffigura diversi pigmenti colorati

Pigmenti colorati

Con la modernità e la diffusione dei tubetti l’arte della creazione del colore avrà perso un po’ del suo fascino, ma ne ha certamente guadagnato in salute e longeva creatività.

 

Per approfondire:

Enciclopedia Treccani in www.treccani.it; www.chimica-online.it; www.nottiattiche.wordpress.com; Nota informativa in merito alla potenziale contaminazione da piombo in acque destinate a consumo umano, in www.salute.gov.it

Arsenico… e il delitto perfetto made in Italy

Per secoli il veneficio è stato il modo per commettere il delitto perfetto: il veleno era semplice da somministrare, non lasciava tracce ed era difficile - se non impossibile - da individuare come causa della morte, l’impunità del colpevole era pressoché garantita.

Per queste sue peculiarità, sin dai tempi dei Romani il veleno era considerato l’arma dei vili: secondo talune fonti, l’imperatore Antonino Pio considerava circostanza aggravante del crimine l’uccisione tramite avvelenamento.

L'immagine rappresenta il ritratto di Lucrezia Borgia

Lucrezia Borgia – Ritratto

Il principe dei veleni è da sempre l’arsenico: questo elemento è spesso associato a Lucrezia Borgia, la quale si dice fosse solita utilizzarlo per la preparazione della “Cantarella”, un composto venefico estremamente efficace, che secondo le cronache la figlia di Papa Borgia utilizzava senza remore a ogni occorrenza.

L'immagina raffigura il ritratto di Caterina de Medici

Caterina de Medici – Ritratto

Anche un’altra celeberrima italiana ne fece un largo e sapiente uso, Caterina de’ Medici regina di Francia. Si narra ch’ella fosse dedita allo studio e alla pratica delle arti chimiche, con una particolare propensione per i veleni: per questo convocò alla corte di Francia – quali esperti in “cosmetici” – due fiorentini, Cosma Ruggeri e Renato Bianchi, noti come speziali, i farmacisti dell’epoca. I due italiani, in realtà, avevano perfezionato particolari metodi di lavorazione dell’arsenico, che si presentava come una sottilissima polvere bianca quasi invisibile, tanto da poter essere somministrata con svariati espedienti e sotto diverse forme.

L'immagina raffigura gli interni del palazzo del Louvre

Palazzo del Louvre, interni – Parigi

I cibi e le bevande erano il sistema prediletto, perché il più semplice e sicuro; peraltro, il sapore del veleno era sempre coperto e mascherato dalle spezie abbondantemente presenti nelle pietanze. Le potenziali vittime, consapevoli dei rischi, erano ricorse ai più vari sistemi di protezione, arrivando a mangiare esclusivamente cibi preparati da loro stessi.

Caterina de’ Medici e suoi collaboratori non si persero d’animo ed escogitarono un altro raffinatissimo sistema di avvelenamento: la “camicia all’italiana”. Si prendeva una camicia e la si cospargeva nella parte bassa con la polvere di arsenico: quando l’indumento veniva a contatto con la pelle il veleno così assorbito iniziava lentamente a produrre i suoi effetti, senza mai alcuna evidente sintomatologia di veneficio, in quanto i progressivi, inesorabili peggioramenti potevano essere facilmente attribuiti ad altre diverse malattie.

L'immagine raffigura James Marsh inventore dell'omonimo test

James Marsh inventore dell’omonimo test

L’uso dell’arsenico si prolungò per diversi secoli, ma se inizialmente era appannaggio di Principi e Reali, con il tempo il suo uso si diffuse anche tra la gente comune, sino ad arrivare al famosissimo caso di Giulia Tofana e la sua “Acqua”. Dal 1836 grazie al “Test di Marsch”, ideato dal chimico inglese James Marsch, sarà possibile accertare la presenza di arsenico nei campioni prelevati dalle vittime.

E’ il primo barlume della moderna tossicologia forense… ma questa è un’altra storia.

 

Per approfondire:

F. Mari e E. Bertol Veleni ed. Le Lettere 2001

Un legame per la vita… cercando il Diritto Perfetto

“L’anima della madre prima compone nella matrice la figura dell’uomo e, al tempo debito, desta l’anima che di quel debbe essere l’arbitratore” (Leonardo da Vinci)

Il pensiero di Leonardo racchiude l’essenza degli studi ch’egli condusse nel cercare di spiegare la relazione tra la madre e il figlio. Secondo l’artista, sino alla nascita vi sono due esseri in un unico corpo, con un’unica anima, quella della madre mentre l’anima del bambino rimane dormiente sino al momento in cui il piccolo vedrà la luce.

L'immagina raffigura uno dei disegni di Leonardo da Vinci sugli studi anatomici

Leonardo da Vinci – Studi anatomici

Il genio fiorentino, pur essendo stato credente per tutta la vita, non accettava il dogma della Chiesa per il quale l’anima è immortale, trattandosi di puro spirito donato da Dio: inconcepibile per lo scienziato, il quale riteneva che tutto dovesse avere una dimostrazione scientifica.

Per Leonardo l’anima era un soffio vitale collocato forse alla sommità della colonna vertebrale, o in punto non definito del cranio: l’artista intuì come il cervello giochi un ruolo fondamentale nello sviluppo delle idee e delle emozioni degli esseri umani.

Il disegno rappresenta un disegno degli studi anatomici del cranio fatti da Leonardo da Vinci

Leonardo da Vinci – Studi anatomici

Leonardo non aveva dubbi: la madre donava al figlio il soffio vitale.

L’immagine è suggestiva e fortemente evocativa della nascita e, quindi, del momento in cui una persona viene al mondo, diventando soggetto di diritto.
Oggi si afferma che non esiste diritto senza persona e persona senza diritti: ognuno di noi ha una propria personalità giuridica acquisita con la nascita, purché il soggetto sia nato vivo, il che non è un presupposto di scarso rilievo. E’ sufficiente anche un solo istante di vita – inteso come qualsiasi manifestazione di vita propria non necessariamente il pianto – perché il neonato divenga titolare di diritti sia di natura personale, sia di carattere patrimoniale, questi ultimi trasmissibili agli eredi in caso di morte sopravvenuta.

L'immagina raffigura il dipinto Adorazione dei Pastori di Gherardo delle notti, distrutta nella strage dei Georgofili del 1993

Adorazione dei Pastori – Gherardo delle notti, distrutta nella strage dei Georgofili del 1993

Il nuovo nato acquista immediatamente i diritti della personalità, essenziali, fondamentali, innati e originari alla figura dell’uomo: trattasi del diritto alla vita, al nome, all’onore, alla libertà, solo per citarne alcuni tra quelli espressamente richiamati nella Carta Costituzionale.
Nel diritto moderno è sorta l’esigenza di predisporre tutele anche a favore del nascituro: si pensi alle norme sulla fecondazione assistita, al diritto al risarcimento del danno per perdita del genitore in conseguenza di un fatto illecito avvenuto prima della nascita.

L'immagine rappresenta il dipinto la Madonna del Magnificat - Botticelli, Galleria degli Uffizi

Madonna del Magnificat – Botticelli, Galleria degli Uffizi

Vi sono casi in cui la giurisprudenza si è spinta oltre, chiedendosi se nell’ipotesi in cui il medico omettesse di informare la madre della grave malattia genetica del feto, impedendole così di far ricorso all’interruzione volontaria della gravidanza, oltre al risarcimento alla donna per lesione del diritto di autodeterminazione, debba essere risarcito anche il neonato affetto da una rara malattia. In altre parole: in questi casi esiste un diritto del concepito a nascere sano? La risposta è stata negativa: il bambino nato e affetto da una malattia non avrà diritto a un’autonoma voce di risarcimento in ragione della patologia riscontrata, poiché essa è dipesa da fattori del tutto estranei all’azione o all’omissione umana.

L'immagina raffigura il dipinto la Madonna dei Fusi di Leonardo appartenente a una collezione privata

Madonna dei Fusi – Leonardo da Vinci, Collezione privata

In caso contrario, il rischio è quello di tendere verso posizioni vicine all’eugenetica, preferendo la nascita di soggetti socialmente desiderabili invece di quelli ritenuti non perfetti.
Leonardo certamente non avrà avuto le moderne conoscenze mediche e scientifiche, ma il suo pensiero e la sua mano straordinaria hanno colto l’essenza della maternità, così meravigliosamente rappresentata nella Madonna dei Fusi, la quale con il suo gesto protettivo e lo sguardo rivolto al Bambino è la sublimazione della tenerezza di un amore senza tempo e senza confini.

 

 

Per approfondire:

C. D’Orazio “Il Leonardo Segreto” ed. Pickwick 2015, A. Trabucchi “Istituzioni di diritto Civile”, ed. 2013, G. Alpa e M. Garofoli “Manuale di Diritto Civile” ed. 2013

Immensamente grandi alla scoperta dell’infinitamente piccolo

C’è stato un momento nel nostro recente passato in cui siamo stati il centro del mondo scientifico, raggiungendo la vetta del progresso: questo fu il risultato del prodigioso lavoro di una manciata di giovanissimi fisici dalle menti e volontà straordinarie.

Talvolta può accadere che le grandi imprese e i grandi successi siano funestati da eventi e decisioni i quali rappresentano la massima espressione dell’ottusità e della stupidità umana, indifferente e cieca al danno irreparabile provocato al proprio Paese.
La storia che ci portò ai vertici dell’eccellenza scientifica la scrissero – in poco più di un decennio (1926-1938) – i ragazzi di Panisperna, capeggiati da Enrico Fermi, fresco di nomina alla cattedra di fisica teorica a Roma e sempre protetti dal Senatore Orso Mario Corbino, loro mentore.
Corbino fu fisico illustre e Direttore dell’Istituto di Fisica di Roma che guidava con spiccata e ferma volontà innovativa: dotato di un’intelligenza rapida e prodigiosa, abbinata a notevoli capacità imprenditoriali, era persona molto gioviale, abilissima a muoversi con diplomazia tra i meandri accademici. Questo gli consentì di avere presso il proprio dipartimento le menti migliori.
Poco dopo l’insediamento Fermi chiamò da Firenze il suo grande amico e compagno d’università Franco Rasetti, particolarmente abile nella parte della fisica sperimentale.
Il progetto sullo studio degli atomi – obiettivo primario di Corbino, Fermi e Rasetti – era estremamente ambizioso e la concorrenza internazionale più che agguerrita (Dirac, Einstein, Curie solo per citarne alcuni), per cui vi era la concreta esigenza di creare un gruppo lavoro e ricerca con studenti brillanti e capaci.
Fu così che entrarono nei laboratori di Via Panisperna Emilio Segré, di famiglia ebraica, detto il Basilisco per il carattere particolarmente fumantino; Ettore Majorana, siciliano, soprannominato il Grande Inquisitore per il carattere introverso e un po’ pessimista. Le sue capacità matematiche e analitiche erano strabilianti: si racconta di una sfida con Fermi per la risoluzione di un’espressione particolarmente complessa che il docente risolse rapidissimo scrivendo i vari passaggi su una lavagna. Contemporaneamente Majorana giunse all’identico risultato, solo che il calcolo l’aveva fatto a mente.
Completavano il gruppo Edoardo Amaldi detto l’Abate, Oscar D’Agostini il Chimico e il più giovane della banda – appena diciottenne – Bruno Pontecorvo, appellato da tutti come il Cucciolo.

L'immagine è la fotografia del gruppo di via Panisperna; ci sono D'Agostino, Segre, Amaldi, Rasetti e Fermi

Da sinistra: Oscar D Agostino, Emilio Segre, Edoardo Amaldi, Franco Rasetti ed Enrico Fermi.

Con i mezzi e le attrezzature messi loro a disposizione da Corbino, gli esperimenti e progressi si susseguivano senza tregua: le cronache raccontano di un ambiente fervente di idee e ricco di entusiasmo, dove il contributo di ognuno era parte di un tutto per arrivare alla grande scoperta.
La svolta avvenne in un pomeriggio del 1934, quando il gruppo guidato da Fermi sperimentò il bombardamento di una lastra di paraffina (materiale contenente idrogeno) con neutroni (particelle prive di carica): il risultato li lasciò attoniti e increduli, avevano provocato la prima fissione nucleare della storia. Era stata scoperta la possibilità di produrre radioattività artificiale. Verosimilmente, nessuno di loro colse subito l’enorme portata del risultato raggiunto, il quale sarà il punto di partenza della radiomedicina e – purtroppo – della creazione della bomba atomica.
Corbino, orgoglioso dei traguardi raggiunti dai suoi ragazzi e nonostante le resistenze di Fermi, rese pubblici i risultati ottenuti in occasione di un incontro all’Accademia dei Lincei alla presenza del Re Vittorio Emanuele III. In pochi mesi l’effetto della scoperta, ormai sotto gli occhi anche della comunità scientifica internazionale, catapultò il piccolo laboratorio di Via Panisperna in testa tra i centri di fisica nucleare più avanzati al mondo.
Il tempo passa e le cose cambiano: la guerra incombe e nel 1937 improvvisamente muore Orso Mario Corbino. Il gruppo perde il suo punto di riferimento, il suo mentore, colui che li ha sempre protetti e garantito i mezzi per la ricerca. Nulla sarà più come prima.
E’ l’inizio della fine dell’avventura; il punto di non ritorno va fissato ai primi di settembre del 1938, quando vennero promulgate le famigerate leggi razziali che, sull’assunto dell’esistenza di una pura “razza italiana”, introducevano una serie misure dirette – secondo l’ideologia fascista – alla conservazione di tale razza.

L'immagine è la fotografia della testata del Corriere della Sera del 1938

Testata del Corriere 11 novembre 1938

Sono passati ottant’anni da quegli aberranti provvedimenti antisemiti, che vietarono agli ebrei – tra l’altro – l’esercizio delle professioni, del commercio, di possedere terreni e di lavorare nella pubblica amministrazione. Venne loro impedito di insegnare nelle scuole statali o parastatali di qualsiasi ordine e grado e chi svolgeva tali attività dovette abbandonarle. Molti furono costretti a lasciare il paese, furono vietati anche i matrimoni misti, mentre in caso di convivenza more uxorio si rischiavano sino a cinque anni di carcere.

Fotografia del manifesto del razzismo italiano

Manifesto del Razzismo Italiano

Erano gli albori di quell’incubo che attraversò l’Europa lasciando orrore e cicatrici indelebili che neppure il tempo ha potuto attenuare e – forse – è meglio così… a futura memoria dell’oblio in cui può cadere l’umanità.
Nello stesso anno Fermi vinse il premio Nobel per la fisica: il riconoscimento andava a tutto il gruppo di lavoro per l’impegno e l’indefessa dedizione al progetto. Al prestigioso evento il regime dette scarsissimo rilevo, in ragione del fatto che Fermi non era un “puro”, in quanto la moglie aveva origini ebraiche.

L'immagine è la fotografia della consegna del Premio Nobel a Fermi nel 1938

Enrico Fermi ritira il Premio Nobel, 1938

Quanto agli altri, Segrè lasciò il paese per sfuggire ai nazisti e nel 1959 ricevette anch’egli il premio Nobel per la fisica, Rasetti rientrò a Firenze e poi si trasferì in Canada, Pontecorvo proseguì l’attività di ricerca in Russia, mentre Ettore Majorana scomparve la sera del 25 marzo 1938 senza lasciare alcuna traccia. Il mistero della sua fine risulta ancora oggi irrisolto.
Le nefande leggi razziali vennero abrogate nel 1944. La Costituzione entrata in vigore nel 1948, per scongiurare il ripetersi di quanto accaduto e nel contempo tutelare l’individuo in quanto tale, ha conferito rilevo costituzionale ai diritti inviolabili dell’uomo (art. 2) – tra cui spiccano il diritto alla vita, all’integrità personale e alla libertà di pensiero – e sancito il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge (art. 3) senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni personali. Secondo talune fonti, l’inserimento del termine “razza” nella norma in questione fu oggetto di numerosi confronti tra i Padri Costituenti: alla fine si optò per l’attuale formulazione per non dimenticare le leggi razziali e lo scempio dell’umanità perpetrato dal nazifascismo.

Da qui il gruppo si disperse e, nonostante l’amicizia che li legava, tutti abbandonarono Via Panisperna. Fermi partì con la famiglia per Stoccolma dove ritirò il Nobel indossando un elegante frac anziché la camicia nera; s’inchinò al cospetto del Re di Svezia, gli strinse la mano senza fare il saluto romano. Non rientrò in Italia e si trasferì negli Stati Uniti.
Quanto agli altri, Segrè lasciò il paese per sfuggire ai nazisti e nel 1959 ricevette anch’egli il premio Nobel per la fisica, Rasetti rientrò a Firenze e poi si trasferì in Canada, Pontecorvo proseguì l’attività di ricerca in Russia, mentre Ettore Majorana scomparve la sera del 25 marzo 1938 senza lasciare alcuna traccia. Il mistero della sua fine risulta ancora oggi irrisolto.
Le nefande leggi razziali vennero abrogate nel 1944. La Costituzione entrata in vigore nel 1948, per scongiurare il ripetersi di quanto accaduto e nel contempo tutelare l’individuo in quanto tale, ha conferito rilevo costituzionale ai diritti inviolabili dell’uomo (art. 2) – tra cui spiccano il diritto alla vita, all’integrità personale e alla libertà di pensiero – e sancito il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge (art. 3) senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni personali. Secondo talune fonti, l’inserimento del termine “razza” nella norma in questione fu oggetto di numerosi confronti tra i Padri Costituenti: alla fine si optò per l’attuale formulazione per non dimenticare le leggi razziali e lo scempio dell’umanità perpetrato dal nazifascismo.

Per approfondire:

(Bibliografia: G. Colangelo e M. Temporelli “La banda di via Panisperna” – Microscopi –ed. Hoepli 2015; L. Paladin “Diritto Costituzionale” ed. Cedam 1991; Sitorgrafia: fisicisenzapalestra.com “Quei ragazzi di via Panisperna: quando il “Papa” ebbe l’idea di usare i neutroni lenti” di Matteo Barbetti; corriere.it “Extra per voi” Lo Scaffale della storia: “Il fascismo e gli ebrei: così nel 1938 le e leggi razziali arrivarono anche in Italia” D. Messina; lacostituzione.info “La parola “razza” e le Costituzione” di G. De Michele)