VENEZIA SPLENDERA’ ANCORA

E’ particolarmente dura per Venezia: nell’inverno appena trascorso è stata travolta da un’eccezionale ondata di acqua alta che ha provocato danni a non finire, ora l’epidemia di Covid 19 con il suo carico luttuoso e i devastanti risvolti economici.

Il nostro mondo è ostaggio del nuovo corona virus-19, ma un pensiero speciale è riservato alla Città nata sull’acqua, splendida, unica e fragile come nessun’altra, connotata da una peculiare forza che le consentirà ancora una volta di risollevarsi: è sufficiente che ripensi alla propria Storia.

Le devastanti epidemie di peste che dilagarono nell’Europa trecentesca decimarono la popolazione: dalle stime di Papa Clemente V pare che il batterio dell’Yersina Pestis uccise circa 23.840.000 persone. Gli Stati di allora erano impotenti di fronte alla malattia di cui non potevano conoscere sia le cause, sia le cure, essendo la scienza medica non ancora in grado di rispondere.

La peste a Venezia (San Rocco risana gli appestati, Tintoretto)

Già intorno alla metà del 1300 Venezia intraprese una via innovativa per arginare i contagi, nominando un Consiglio di tre Provveditori incaricati di isolare  navi, persone e beni infetti, confinandoli in un’isola disabitata della laguna; inoltre, murarono le case dei contagiati e chiusero intere zone della città, inibite per mesi all’accesso da parte dei cittadini.

A fronte di tali restrizioni, il Maggior Consiglio, ben consapevole che l’economia veneziana si reggeva sul commercio, avviò una serie di forti manovre economiche per rilanciare l’economia, compreso un robusto pacchetto di sgravi fiscali.

Le pestilenze si ripresentavano con cadenza regolare e Venezia fu pronta a intervenire con misure sempre più restrittive, imponendo severe norme igieniche e sanitarie: i Provveditori vigilavano sulla pulizia delle case, vietavano la vendita di alimentari pericolosi, chiudevano Chiese, luoghi pubblici e si evitavano gli  assembramenti.

Divieto di assembramenti (Ricevimento ambasciatore di Francia, Canaletto)

I contagiati venivano ricoverati nel Lazzaretto Vecchio, mentre chi era stato a contatto con i malati era trattenuto per venti giorni in altre strutture appositamente allestite; le navi che entravano in laguna dovevano rispettare un periodo di quarantena alla fonda prima di poter accedere alla città.

Chiese chiuse (Il Battesimo, Pietro Longhi)

Come sempre Venezia, dimostrava di precorrere i tempi e la modernità: per la prima volta si assisteva a un tentativo di medicina preventiva attraverso misure sociali.

Per garantire il rispetto delle normative in materia sanitaria, la Serenissima era piuttosto drastica: pare che in una nave fosse stata issata una forca per far giustiziare i trasgressori e chi ospitava persone contagiate veniva condannato alla reclusione e al pagamento di una multa.

Limitare la libertà di circolazione (Riva degli Schiavoni, Canaletto)

Sono passati più di seicento anni, ma lo spirito della Serenissima non è molto cambiato: la Regione Veneto nella gestione l’emergenza Covid 19 ha reagito con tempestività e rapidità,  usufruendo di tutte le risorse a sua disposizione; in pochi giorni sono stati convertiti interi ospedali in Covid Hospital, unità complesse dedicate alla cura dei pazienti affetti da SARS-CoV-2 (la sindrome respiratoria acuta che identifica appunto la Coronavirus disease – 19), è stato predisposto l’allestimento di centinaia di nuove postazioni di terapia intensiva e sub intensiva, oltre a sottoporre sanitari e popolazione a migliaia di tamponi per verificare la presenza della malattia, individuando i “portatori sani”, i quali ospitano il corona virus senza alcuna sintomatologia rappresentando la principale sorgente di contagio.

Il tampone (Il Cavadenti, Pietro Longhi)

Anche il Governo ha emesso una serie di provvedimenti restrittivi, i quali spaziano dalla limitazione della  libertà di circolazione dei cittadini, alla chiusura di tutti i servizi e  attività imprenditoriali non ritenuti essenziali. I cittadini sono di fatto obbligati a rimanere a casa, potendo uscire soltanto per comprovate esigenze di lavoro o per necessità ed è  vietato qualsiasi tipo di assembramento, oltre a essere sollecitate ripetute pratiche igieniche come il lavaggio delle mani.

Restate a casa (Prospettive Canaletto)

I giuristi si sono subito interrogati sulla legittimità di tali provvedimenti, così fortemente limitanti le libertà costituzionalmente garantite: le norme di riferimento sono gli artt. 16 e 17 della Costituzione, rispettivamente riferiti alla libertà di circolazione e di riunione. L’art. 16 espressamente consente limitazioni in via generale della libera circolazione per “motivi di sanità e sicurezza”: non è dubitabile che l’attuale situazione di pandemia  giustifichi l’adozione di provvedimenti restrittivi per motivi di salute pubblica e sicurezza  al fine di limitare il contagio.

Mantenete la distanza di sicurezza (La Tempesta, Giorgione)

Sono ravvisabili anche i presupposti di necessità e urgenza in ragione dei quali il Governo ha emanato il Decreto Legge del 23 febbraio 2020 n. 6 convertito in legge n. 13 del 5 marzo 2020: per capire il profilo giuridico, è necessario richiamare l’art. 77 della Costituzione, in tema di decretazione d’urgenza. La norma consente al Governo in casi straordinari – connotati appunti dallo stato di necessità e dall’urgenza – di emanare provvedimenti aventi forza di legge ordinaria, i quali rimangono in vigore soltanto se convertiti in legge dal Parlamento entro sessata giorni dalla loro pubblicazione. In mancanza, il decreto decade e rimane privo di effetti.

Il decreto del 23 febbraio 2020 n. 6 ha definito la cornice giuridica delle norme in tema di Emergenza Covid 19, atteso che  i successivi provvedimenti sono stati emanati nella forma del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) o dei singoli Ministri, mentre è in fase di conversione il D. L. del 25 marzo 2020 n. 19.

Ristoranti chiusi (Le Nozze di Cana, Veronese)

Secondo un’interessante riflessione del Prof. Azzariti Ordinario di Diritto Costituzionale dell’Università La Sapienza di Roma, i DPCM non possono essere considerati atti contrari alla Costituzione, poiché emanati in un’evidente e comprovata situazione di stato di necessità e finalizzati alla tutela del diritto alla salute dei cittadini (garantito dall’art. 32 Cost.), tuttavia, deve essere ben chiaro il limite temporale delle restrizioni delle libertà personali: scaduto tale limite i diritti inviolabili compressi tornano nella loro piena integrità.

E’ auspicio condiviso da tutti la rapida e definitiva soluzione di questa emergenza, la quale porterà inevitabilmente pesantissimi risvolti economici, che dovranno essere fronteggiati  con misure severe a sostegno di tutti, compresi i professionisti, troppo spesso esclusi in ragione di radicati preconcetti di “casta” connotata da floride situazioni patrimoniali: purtroppo, è noto come tali convinzioni siano da tempo molto distanti dalla realtà.

Uniti ce la faremo e, quando sarà finita, Venezia merita un omaggio, una visita magari con sosta alla meravigliosa Basilica dedicata alla Madonna della Salute voluta dal Doge Nicolò Contarini nel 1630, quale tributo per la liberazione della città dall’ennesima pestilenza: sarà un’occasione  per riscoprire la bellezza dell’indomita Serenissima pronta a risollevarsi e risplendere ancora una volta.

Santa Maria della Salute

Per approfondire:

Andrew Nikiforuk “Il Quarto Cavaliere” Ed. Oscar Storia Mondadori 2008

Prof. Gaetano Azzariti “I limiti costituzionali della situazione d’emergenza provocata dal Covid 19” 27 marzo 2020 in Questione Giustizia

La peste a Venezia da www.vogavenetamestre.it

Livio Paladin “Diritto Costituzionale” Cedam 1991

Tutte le immagini sono opere di artisti veneziani, l’immagine di copertina è Il Leone di San Marco di Vittore Carpaccio

 

IL MILLENARIO GIURAMENTO DI IPPOCRATE

“Descrivere il passato, comprendere il presente, prevedere il futuro”: anamnesi, diagnosi e prognosi, questa è l’essenza dell’arte medica, secondo Ippocrate, il primo vero precursore della medicina moderna.

Vissuto tra il 460 e il 370 a. C. nella città di Atene e nella regione della Tessaglia, secondo i contemporanei Platone e Aristotele, Ippocrate fu il medico più famoso della sua epoca: egli introdusse una visione moderna della medicina, basata sull’osservazione dei fenomeni patologici, associata alla loro interpretazione, con contestuale ricerca della causa della malattia. Con Ippocrate per la prima volta venne abbracciata una concezione unitaria dell’organismo, secondo cui  le cui patologie non erano conseguenza del volere degli Dei, bensì alterazioni dell’equilibrio generale del corpo umano.

Busto di Ippocrate

Busto di Ippocrate

Tra i numerosi studi di Ippocrate, si ricorda quello sul “Male Sacro”, oggi noto come epilessia: egli giunse alla conclusione che gli episodi comiziali fossero la manifestazione di un malattia dovuta a cause naturali che nulla aveva a che fare con gli abitanti dell’Olimpo.

Nel IV secolo a. C. la scienza medica, soprattutto quella ippocratica,  fu  ordinata per la prima volta in una raccolta scritta il “Corpus Hippocraticum”: custodito nella Biblioteca di Alessandria,  il Corpus comprendeva tutto il sapere medico dell’epoca; ebbe rilevanti conseguenze culturali nella diffusione della pratica medica di allora che da quel momento fu connotata da maggior rigore scientifico rispetto a quando era uso tramandare la medicina oralmente “di padre in figlio”.

Incisione Biblioteca di Alessandria

Incisione Biblioteca di Alessandria

La leggenda narra che Ippocrate pretendesse dai suoi allievi la pronuncia davanti al Dio della Medicina, di un solenne un giuramento con il quale si impegnavano a rispettare i maestri, a insegnare la medicina solo a chi avesse pronunciato lo stesso giuramento e senza ricompensa, a visitare i malati e a prescrivere le cure con l’unico scopo di guarirli; non avrebbero potuto prescrivere farmaci mortali o abortivi. Inoltre, per la prima volta fu introdotto il concetto di segreto professionale, atteso che il medico era tenuto alla riservatezza per tutte notizie apprese nell’esercizio dell’arte.

Giuramento di Ippocrate

Giuramento di Ippocrate

Ancora oggi i giovani medici prestano quel giuramento: non è più quello di Ippocrate, ma non se ne discosta molto per certi principi.

La figura del medico oggi, in questo tempo di emergenza, è – giustamente –destinataria della gratitudine di tutti noi per l’impegno profuso nella gestione dell’epocale pandemia.

Ma consentite una riflessione: una volta superata questa la difficilissima situazione, si auspica che tutti coloro i quali oggi si prodigano in calorosi applausi, tributi di stima e riconoscenza verso i medici, si ricordino, qualora si dovessero rivolgere  al legale di turno per aprire un contezioso in materia di responsabilità sanitaria, spesso adombrato da ipotesi meramente risarcitorie, di ciò che è stato fatto per l’intera comunità al fine di combattere e debellare la malattia.

Rimane, ovviamente, ferma la censura e il diritto al risarcimento del danno per l’inesatta esecuzione dell’atto medico, ma non si può tacere che le norme che regolano la responsabilità sanitaria sono quanto di più lontano possa esserci rispetto al Diritto Perfetto.

Infatti, per anni si è imposto al medico l’onere di dimostrare l’esatta esecuzione della prestazione, partendo da una presunzione di colpevolezza del suo operato, ogni qualvolta non fosse stato raggiunto il risultato terapeutico sperato. La difesa del medico è stata gravata di una difficoltà difensiva, talvolta insuperabile ed è stata spesso disconosciuta l’esistenza di  complicanze post intervento prevedibili ma non prevenibili. Si è agito più come rivendicazione di un vero e proprio diritto di guarigione, che per tutelare il diritto cura e, quindi, di essere destinatari di prestazioni sanitarie da eseguirsi con la massima diligenza prevista in ragione della professionalità del medico.

Questa situazione ha contribuito allo sviluppo di quelle pratiche sanitarie eccessive e ridondanti della medicina difensiva, che il sanitario pone in essere quando sottopone il paziente a ogni tipo di esame  – anche se non strettamente necessario – pur di autotutelarsi contro eventuali contestazioni.

Ne è conseguito un costo esorbitante e insostenibile per l’intero SSN, circa 12 miliardi di euro l’anno, il tutto a discapito della qualità e quantità delle risorse disponibili: la cultura della medicina basata sulle evidenze e della gestione del rischio clinico da sole basterebbero ad annullare questa dinamica e tutelare il sacrosanto rapporto tra medico e paziente, che già Ippocrate aveva consegnato all’eternità.

Per non parlare poi del costi assicurativi privati lievitati a cifre di decine di migliaia di euro per una polizza a garanzia della responsabilità professionale: la comune doglianza circa la scarsità del numero dei chirurghi dipende tra l’altro dal fatto che la categoria è esposta a ogni tipo di azione legale, sia in sede civile che penale, per cui molti scelgono una strada professionale diversa, forse meno eroica ma più tranquilla.

Studi anatomici e Uomo Vitruviano di Leonardo

Studi anatomici e Uomo Vitruviano di Leonardo

La Legge Gelli Bianco entrata in vigore il 1° aprile 2017 ha leggermente migliorato una situazione ormai insostenibile, introducendo un cambiamento culturale che ancora fatica a prendere piede, atteso che come sostenuto dall’On. Federico Gelli, promotore della citata normativa, è necessario: “Aumentare le tutele per chi esercita la professione sanitaria prevedendo, al contempo, nuovi meccanismi a garanzia per i cittadini e arrivare ad un nuovo equilibrio nel rapporto medico-paziente. In questa maniera i professionisti possono svolgere il loro lavoro con maggiore serenità e ai cittadini viene garantita la sicurezza delle cure, maggiore trasparenza e la possibilità di essere risarciti in tempi brevi e certi per gli eventuali danni subiti».

Rispettiamo il lavoro dei medici, rendiamoci conto che svolgono una professione tra le più  difficili e complesse e che – come oggi – non esitano a mettere a rischio la loro stessa salute per prestarci le cure migliori.

Caduceo

Caduceo

 

Per approfondire:

Legge n. 24 dell’8 marzo 2017 n. 24, detta Legge Gelli Bianco 

C’eravamo tanto amati

Lo scioglimento del matrimonio, pur risalendo ai tempi antichi, è stato osteggiato per secoli in ragione della sacralità del vincolo tra gli sposi: per risolvere questa convivenza forzata, la storia racconta del frequente ricorso ai rimedi più drastici.

Nella Roma Repubblicana era permesso il divorzio: i coniugi potevano sciogliere il vincolo matrimoniale di comune accordo, oppure si poteva procedere per volere di uno dei due e per le ragioni più diverse, compreso l’essersi innamorati di un’altra persona.

Con il Cristianesimo le cose cambiarono drasticamente e il matrimonio divenne un legame sacro (e come tale indissolubile) salvo la possibilità di annullamento da parte dell’Autorità ecclesiastica.

Quest’ultima soluzione era difficilmente praticabile, richiedendo motivazioni specifiche e limitate; tuttavia, nonostante le stringenti norme del diritto canonico, non mancarono forzature giuridiche per le più svariate ragioni, da quelle politiche agli equilibri di forza tra il richiedente e la Chiesa.

Lucrezia Borgia

Lucrezia Borgia

Papa Borgia escogitò due motivi di divorzio per la figlia Lucrezia (sic): per il primo matrimonio, il coniuge Giovanni Sforza fu accusato d’impotenza. Inizialmente indignato fu costretto a incassare il colpo, non accettando di sottoporsi a un’umiliante verifica pubblica sulla sua virilità;  il secondo marito, Alfonso d’Aragona, amatissimo da Lucrezia, ebbe meno fortuna in quanto, per risolvere in fretta la questione della separazione, Cesare Borgia optò per un rimedio definitivo e organizzò l’assassinio del cognato. Lucrezia trovò pace soltanto quando sposò Alfonso d’Este e si trasferì nella città di Ferrara.

La sterilità vera o presunta, di norma ascritta alla moglie, era il motivo più utilizzato per divorziare: Margherita di Valois, la quale da anni viveva separata dal marito  Enrico di Navarra, fu accusata di non essere stata in grado di dargli un figlio; prima di cedere alle pressioni della Chiesa, che mirava a far salire Maria de’ Medici sul trono, con un’abilità  da far invidia alle negoziazioni moderne, dopo sei anni di trattative ottenne una ricca liquidazione e la garanzia di un tenore di vita adeguato: dopo di che nulla oppose all’annullamento del matrimonio.

Margherita di Valois

Margherita di Valois

Anche Enrico VIII fu famoso per la creatività con cui si liberava delle mogli di cui rapidamente si stancava e pur di ottenere  dal Papa l’annullamento del matrimonio con Caterina d’Aragona ruppe con la Chiesa sancendo così la scissione anglicana. Indifferente alla scomunica papale, nel 1533 sposò Anna Bolena dalla quale divorziò poco dopo con le accuse più infamanti, per poi condannarla a morte mediante decapitazione.

Enrico VIII e le sue mogli

Enrico VIII e le sue mogli

Nella lunga storia delle crisi matrimoniali il principio “finché morte non ci separi” è stato frequentemente preso alla lettera; tra i rimedi più in uso vi erano gli avvelenamenti: famosissimo fu il caso di Giulia Tofana e della sua acqua (https://www.ildirittoperfetto.it/giulia-lacqua-e-il-concorso-nel-delitto-quasi-perfetto/ ), poche gocce al giorno e in due settimane il “divorzio” era perfezionato.

Il diritto perfetto: la storia di Giulia Tofana

Soltanto con la Rivoluzione francese per un breve periodo venne introdotto lo scioglimento del matrimonio, anche per la semplice incompatibilità di carattere, ma tali norme ebbero vita breve e con la Restaurazione furono abrogate.

In Italia si dovettero attendere gli anni ’70 per l’approvazione della legge n. 898 del 1° dicembre 1970, che disciplina lo scioglimento e la cessazione degli effetti civili del matrimonio. La differenza tra le due locuzioni attiene al fatto che lo scioglimento riguarda i matrimoni contratti solo con rito civile, mentre la cessazione degli effetti civili è riferita ai matrimoni concordatari, ovvero quelli celebrati in Chiesa da un ministro di culto cattolico ai quali lo Stato riconosce effetti civili.

La Legge sul divorzio è stata severamente osteggiata, sino a essere portata al vaglio del popolo italiano, il quale con la maggioranza del 59% scelse di mantenere la normativa che oggi viene riconosciuta come un caposaldo del diritto alla libertà e all’autodeterminazione delle persone.

Prima di arrivare allo scioglimento vero e proprio del matrimonio si deve tuttavia passare per un periodo di separazione dei coniugi, nel quale il vincolo coniugale persiste ma è attenuato; la ratio della separazione è quella di concedere ai coniugi un periodo di riflessione prima di procedere con lo scioglimento definitivo della famiglia. Sino al 2015 tale periodo era di tre anni, ma con l’introduzione delle norme sul divorzio breve è stato ridotto a sei mesi (legge 6 maggio 2015 n. 107).

Tralasciando gli aspetti della gestione delle vertenze in tema di diritto di famiglia e del modo migliore per affrontarle di cui si tratterà in altra occasione, la regolamentazione degli aspetti patrimoniali domina la scena del conflitto.

Fino al 2017 la Giurisprudenza era pressoché granitica e garantiva al coniuge economicamente più debole un assegno divorzile parametrato sul mantenimento di un tenore di vita analogo a quello avuto nel corso del matrimonio: questa soluzione  ha portato spesso alla creazione di vere e proprie rendite vita natural durante.

Corte di Cassazione

Corte di Cassazione, Roma

Con la nota sentenza 11504/2017 la Corte di Cassazione ha decisamente  cambiato rotta, recependo un radicato mutamento culturale  e sociale: gli Ermellini hanno evidenziato che il divorzio scioglie e recide qualsiasi legame intercorso tra i coniugi, permanendo soltanto un dovere solidaristico assistenziale nel caso in cui uno dei due non disponga di  adeguati mezzi di sostentamento o si trovasse nell’impossibilità oggettiva di procurarseli.

Ne è conseguito un taglio netto a tutte le domande di assegno divorzile, atteso che, abbandonato drasticamente il parametro del tenore di vita, il mantenimento sarebbe spettato soltanto in casi di mancanza di  mezzi di sostentamento: il vulnus che si è venuto a creare è stato determinato dalla mancanza di un altro e diverso parametro rispetto al quale fare riferimento per la quantificazione di tale assegno  e di conseguenza per un periodo le decisioni dei Tribunali sono state le più disparate.

Nel 2018 le Sezioni Unite della Cassazione sono intervenute rapidamente per calmierare la rigidità del nuovo principio introdotto dalla citata sentenza.

Le SS. UU. hanno ribadito l’abbandono dell’anacronistico parametro del tenore di vita, ma hanno anche sancito il diritto a un assegno divorzile a favore del coniuge economicamente più debole, quando nel corso del matrimonio egli abbia sacrificato le proprie ambizioni e aspirazioni lavorative per dedicarsi alla cura della famiglia e dei figli, consentendo all’altro coniuge di svolgere liberamente la propria attività e di formare il suo patrimonio o quello comune.

L’altra ragione per riconoscere un assegno di mantenimento ha natura prettamente assistenziale ed è ravvisabile qualora il coniuge più debole non disponga di mezzi propri di sostentamento o non sia oggettivamente in grado di procurarseli per ragioni di età, fisiche o altro, come nei casi in cui uno dei due sia ultracinquantenne e da tempo fuori dal mercato del lavoro e sia sprovvisto di un proprio patrimonio da mettere a frutto.

L'immagina raffigura un particolare della Toga dei Giudici della Corte di Cassazione

Particolare della Toga dei Giudici della Corte di Cassazione

La sentenza del 11504/2017 con il suo effetto dirompente nel mondo del diritto di famiglia ha recepito un cambiamento del sentire sociale, pienamente confermato anche dalle Sezioni Unite, alle quali va riconosciuto il merito di aver comunque ribadito la sopravvivenza, in talune circostanze, degli effetti di solidarietà e riequilibrio delle condizioni patrimoniali dei coniugi in ragione di quel legame familiare e  d’amore che nonostante tutto c’è stato.

"Separzione" di Edvard Munch, The Oslo Museum, 1896

“Separzione” di Edvard Munch, The Oslo Museum, 1896

 

Per approfondire:

Per approfondire:

Corte di Cassazione sentenza del 10 maggio 2017 n. 11504

SS. UU. Corte di Cassazione sentenza datata 11 luglio 2018 n. 18287

Il rosso: passione, potere e giustizia

“Red is a very emotionally intense color. It enhances human metabolism, increases respiration rate, and raises blood pressure. It has very high visibility, which why stops signs, stoplights and fire equipment are usually painted red.” (The Game Feat. Kendrik Lamar)

Il rosso è il Colore per antonomasia: simbolo d’amore, potere e passione, ma anche di pericolo, delitto e peccato. È il colore dell’opulenza e della festa, del Natale e della laurea, ma sottende anche un retaggio di violenza, ira e  sangue.

Il rosso ha trovato spazio nella storia sin dall’antichità: si racconta della terribile gelosia di Marte scatenata dall’amore di Afrodite per il bellissimo Adone. Per punire l’affronto il Dio della Guerra fece in modo di ferire a morte il giovane. Nel soccorrerlo la Dea si punse il piede con le spine di una rosa bianca: le gocce del suo sangue tinsero di rosso le rose, mentre dal sangue di Adone nacquero gli anemoni.

Anemoni, Monet

Secondo una versione diversa, dalle lacrime di Venere per la perdita dell’amato nacquero le fragole, da sempre considerate il frutto dell’amore per il colore, la forma  a cuore e la dolcezza del sapore; forse per questo Otello donò a Desdemona un fazzoletto con delle fragole ricamate e il Re Sole le abbinava alla panna ritenendole afrodisiache.

Natura morta, Fragole, Gianluca Corona

Il rosso è anche simbolo del potere: nella Roma imperiale era riservato all’Imperatore e ai condottieri; nel Medioevo era simbolo di distinzione sociale, in quanto la preparazione era molto costosa: il rosso più bello e luminoso, detto “Chermes” si ricavava dalla femmina di un insetto il “Coccus ilicis”, diffusa in Estremo Oriente, molto difficile da reperire; per questo era riservato ai Signori dell’epoca e simboleggiava il lusso per eccellenza.

In alcune città i tintori dovevano avere una licenza particolare per il rosso e a Venezia quelli che tingevano con il rosso meno pregiato ricavato dalle radici della robbia non potevano utilizzare il rosso “Chermes”.

Tra il XIII e il XIV secolo anche il Papa optò per il rosso, abbandonando parzialmente il bianco: Raffello nel 1511 nel celebre dipinto della “Barba del Papa” ritrasse un ormai anziano Papa Giulio II, mentre nel 1518 fu il turno di Leone X.

Giulio II, Raffaello, Galleria Palatina

Papa Leone X, Raffaello, Galleria degli Uffizi

Entrambi indossano il “Camauro”, il copricapo rosso foderato internamente di ermellino, tipico del Papa e destinato alle udienze private a differenza della  papalina che può essere di vari colori a seconda del grado gerarchico ed è utilizzata durante le cerimonie; anche la “Mozzetta” è rossa, pur cambiando colore e bordatura nel corso dell’anno liturgico, durante il periodo pasquale può essere damascata bianca.

Papa Ratzinger con moffetta periodo pasquale

Papa Ratzinger

Di rosso vestono  i Cardinali, Principi della Chiesa, perché sono pronti a versare il loro sangue per Cristo, mentre le calzature rosse dei Papi simboleggiano che la Cristianità si fonda sul sangue dei martiri.

Il rosso diventò il colore dei “Papisti”, inviso ai Protestanti che ancora oggi lo ritengono un colore immorale.

Nelle occasioni solenni, come l’inaugurazione dell’anno giudiziario, il Primo Presidente e il Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione indossano la toga di velluto rosso bordata di ermellino, con il  copricapo  di velluto nero anch’esso bordato di ermellino e guanti bianchi, mentre la toga degli altri magistrati delle Corti superiori è anch’essa rossa ma senza bordature. 

Il colore rosso e la bordatura pregiata affondano le loro radici nei simboli del potere dei regnanti, mentre oggi indicano la dignità e i gradi più elevati nella gerarchia della Magistratura.

Nello svolgimento dell’ordinaria attività processuale penale e di fronte alle Sezione Specializzate Agrarie, magistrati e gli avvocati indossano la toga nera con cordoniera d’oro per i magistrati e gli avvocati abilitati al patrocinio nelle Corti Superiori, d’argento per gli altri avvocati

Indossare la toga è sempre un onore: essa rappresenta l’altissima funzione a cui sono chiamati avvocati e magistrati nell’esercizio delle loro funzioni  e come scriveva Calamandrei “La toga, uguale per tutti, riduce chi la indossa ad essere, a difesa del diritto un avvocato: come chi siede al banco è un giudice, senz’aggiunta di nomi o titoli”.

 

 

 

 

 

Per approfondire:

Elogio dei Giudici scritto da un Avvocato”di Pietro Calamandrei, Ed. Ponte alle  Grazie

Le Garzantine Mitologia: “I miti greco-romani raccontati da Pierre Grimal” Garzanti

“Il piccolo libro dei colori” Dominique Simonetta Ed. Ponte alle Grazie

Rivalità, sgambetti e dispetti

Michelangelo e Raffaello non potevano essere più diversi: dispotico, irruento e molto poco diplomatico il primo, giovane, affascinante e talentoso il secondo.

Ambiziosi e consapevoli ognuno del valore dell’altro, si rispettavano, anche se la competizione per la ricerca della gloria personale divenne presto una spiccata  rivalità che talvolta sconfinava nell’invidia.

Il Buonarroti era un genio solitario a tratti indomabile: Giulio II ne comprese subito la grandezza, anche se le cronache raccontano di furibondi litigi tra i due; al fiorentino vennero perdonate intemperanze e l’insofferenza mai celata all’autorità; rivendicò sempre  l’assoluta autonomia decisionale nell’esecuzione delle opere e fu gelosissimo delle sue tecniche di lavoro, tanto da  vietare categoricamente l’ingresso nella Sistina durante la realizzazione degli affreschi della volta.

Volta Cappella Sistina, Michelangelo

Di tutt’altra natura fu il rapporto tra Giulio II e Raffaello: il ventenne conquistò subito le simpatie del Pontefice, non solo per i suoi modi affabili e disponibili, ma soprattutto per la grande intelligenza; l’urbinate,  infatti, non esitava a coinvolgere nel suo lavoro i propri allievi: in breve tempo creò una fiorente e produttiva Bottega, grazie alla quale era in grado di accettare le numerose commissioni di grande prestigio che gli erano proposte, portandole a termine nei tempi convenuti, con grande soddisfazione dei committenti che ne elogiavano la maestria.

Ritratto di Giulio II, Raffaello

Nello periodo in cui il Pontefice incaricò Raffaello di affrescare le Stanze della Segnatura, poco più in là un solitario Michelangelo stava compiendo un lavoro immane: l’ammirazione del giovane artista per il Maestro Buonarroti risaliva al suo soggiorno fiorentino, durante il quale era rimasto colpito e affascinato dai lavori del Buonarroti: aveva studiato a lungo il David, per carpirne i segreti nascosti dietro alla potente ma allo stesso tempo elegante fisicità.

L'immagina raffigura la Stanza della Segnatura in Vaticano

Stanza della Segnatura, Raffaello, Vaticano

Si racconta che Raffaello non resistette alla tentazione e, in un momento di assenza del Maestro, di nascosto sbirciò dentro la Sistina, rimanendo attonito per lo stupore e la meraviglia delle scene illustrate nella volta,  non capacitandosi di come un uomo solo potesse essere in grado di realizzare un’opera così maestosa; Michelangelo, ovviamente,  si irritò moltissimo quando apprese che l’urbinate aveva spiato il suo lavoro, indifferente all’ammirazione suscitata nel giovane.

Raffaello colpito dalla grandezza del Maestro fiorentino, decise di dedicargli un tributo nella Scuola di Atene, il suo affresco più celebre, raffigurandolo in primo piano nella veste di Eraclito, imbronciato, chino e pensieroso. Alcuni studiosi ritengono che il modo in cui Michelangelo è stato raffigurato, con abbigliamento da lavoro ed estraneo rispetto al contesto che lo circonda, sia stata in realtà una presa in giro diretta a enfatizzare il carattere poco socievole del Buonarroti.

Il Diritto Perfetto - La Scuola di Atene

Scuola di Atene, Raffaello, Stanza della Segnatura

 

Michelangelo dal canto suo, era consapevole dello straordinario talento di Raffaello e segretamente ne ammirava il lavoro. Quando venne a conoscenza dell’appalto conferito al giovane collega da Agostino Chigi, banchiere e mecenate dell’epoca, per la realizzazione degli affreschi della faraonica Villa Chigi – oggi Villa Farnesina –  in un momento di assenza dell’artista, si recò a vedere come procedevano i lavori.

Sala di Amore e Psiche, Villa Farnesina, Roma

La leggenda narra che Michelangelo rimase sorpreso dalla bellezza e sensualità del Trionfo di Galatea: decise, quindi, di testimoniare il proprio passaggio, disegnando a carboncino in una delle nicchie della sala del banchetto intitolata ad Amore e Psiche una gigantesca testa raffigurante un giovane.

Quando Raffaello se ne accorse si arrabbiò moltissimo, geloso com’era della segretezza dei suoi lavori in corso d’opera, ma decise di non cancellarla in segno di rispetto al grande Maestro.

Testa di giovane realizzata da Michelangelo, Villa Farnesina, Roma

La mano di Michelangelo sembra abbia aiutato anche l’amico Sebastiano Del Piombo, impegnato nel dipingere Polifemo che insegue Galatea: anche Del Piombo soffriva la grande bravura di Raffaello e non voleva in alcun modo sfigurare al suo confronto, per cui chiese all’amico Michelangelo di disegnare il corpo della creatura, poi lui avrebbe colorato la figura. Effettivamente, guardando il corpulento Ciclope sembra di scorgere la tipica fisicità michelangiolesca.

Polifemo, Sebastiano Del Piombo e il Trionfo di Galatea di Raffaello

Purtroppo, la proficua competitività tra i due non durò molto a causa della prematura scomparsa di Raffaello a soli trentasei anni: appresa la notizia della morte del giovane, Michelangelo si propose a Papa Leone X per ultimare le stanze del Vaticano, adducendo che il lavoro fosse troppo importante  per essere lasciato nelle mani degli allievi di bottega.

Il Pontefice rifiutò la proposta, evidenziando come Raffaello avesse istruito alla perfezione i suoi collaboratori, i quali furono assolutamente in grado di ultimare il lavoro del loro Maestro, consegnandolo all’immortalità.

Dettaglio Sala di Amore e Psiche, Raffaello, Villa Farnesina

 

Per approfondire:

“Raffaello una vita felice” di Antonio Forcellino, Editori Laterza

https://www.ildirittoperfetto.it/denaro-potere-e-la-magnificenza-dellarte/

https://www.ildirittoperfetto.it/la-potenza-dellimmagine-tra-appalti-e-subappalti/

Tintoretto, una vita per Venezia

“Stravagante, capriccioso, presto e risoluto et il più terribile cervello che abbia mai avuto la pittura” con queste parole il Vasari descrive il carattere di Jacopo Robusti, in arte Tintoretto.

Tintoretto fu un precursore dei tempi, sfrontato e opportunista, costruì con fatica e ostinazione la propria carriera sino alle vette della grandezza. Tintoretto non si formò presso la Bottega di un Maestro, com’era d’uso avvenisse all’epoca. Sembra che Tiziano, pochi giorni  dopo aver accolto il giovane allievo ne avesse intuito l’evidente talento e, temendo la futura concorrenza, lo cacciò, per poi osteggiarlo con fermezza per il resto della carriera.

Cristo tra i Dottori, Tintoretto Samuel H. Kress Collection

La genialità e determinazione di Tintoretto si coglie anche dal fatto ch’egli fu un autodidatta e mai ebbe un mecenate: poteva contare solo su sé stesso. Imparò autonomamente a padroneggiare tutte tecniche pittoriche in uso nella Venezia di allora, realizzando  opere innovative e maestose, con un’organizzazione degli spazi e del movimento della scena che le rendeva spiccatamente teatrali e di grande impatto.

L'immagine raffigura il Paradiso di Tintoretto

Il Paradiso, Tintoretto, Palazzo Ducale, Venezia

Tintoretto era un ribelle, insofferente alle regole del mercato e della professione: nella realizzazione di un dipinto era molto veloce e  pur di aggiudicarsi una commissione abbassava il prezzo sino a renderlo irrisorio oppure lavorava gratuitamente. Questo suo modo di agire fu censurato da Paolo Veronese, più giovane di una decina d’anni, il quale approdò a Venezia quando il Maestro era nel pieno fulgore del successo artistico.

I due non potevano essere più diversi: il Veronese elegante, raffinato, colto, realizzava capolavori di perfezione ed era solito usare colori luminosi, dagli azzurri al verde lime, divenuti nel tempo il suo tratto distintivo.

L'immagine raffigura le Nozze di Cana di Paolo Veronese

Le nozze di Cana di Paolo Veronese

All’opposto Tintoretto era carismatico, capriccioso e testardo, i suoi lavori  intensi, drammatici e dai colori più cupi: fu, infatti, il primo a preparare il fondo della tela con un colore scuro da cui poteva estrarre la luce, giocando al meglio con la tecnica del chiaro-scuro che fu di fondamentale importanza nel corso della sua lunga carriera.

L'immagine raffigura le Nozze di Cana di Tintoretto

Le nozze di Cana, Tintoretto

Veronese e Tintoretto si studiavano e rispettavano, la loro era una rivalità strettamente professionale: tuttavia, possiamo immaginare che il rapporto sia divenuto più difficile dopo i fatti della Scuola di San Rocco, quando gli organi direttivi decisero di decorare il soffitto, partendo dal tondo centrale.

Venne bandito un concorso tra i migliori artisti di Venezia:  Giuseppe Salviati, Federico Zuccari, Paolo Veronese e, naturalmente, Tintoretto, i quali, entro un mese, avrebbero dovuto presentare alla Scuola i loro disegni.  Vasari racconta l’accaduto con accuratezza: mentre gli altri erano diligentemente occupati con i loro disegni, Tintoretto prese la misura della tela e grazie alla sua connaturata velocità dipinse direttamente l’opera finale, che consegnò entro il termine previsto.

Possiamo immaginare le vibranti proteste degli altri partecipanti, i quali denunciarono che era stato richiesto un disegno non un dipinto; Tintoretto non si scompose e rispose che lui sapeva disegnare solo così, anche perché in questo modo il committente avrebbe avuto piena contezza del lavoro e non ci sarebbe stato nessun dubbio sulla sua esattezza. Precisò, altresì, che se la Scuola non avesse voluto pagarlo, lui gliene faceva dono. L’opera è ancora là.

L'immagine raffigura il tondo San Rocco in Gloria di Tintoretto

San Rocco in gloria, Tintoretto, Scuola Grande di San Rocco

I metodi concorrenziali al ribasso, se non sottocosto, di Tintoretto, sono in uso ancora oggi; purtroppo, il tempo ha dimostrato che tale pratica può essere foriera di evidenti disparità. Ai giorni nostri, soltanto chi gode in una notevole forza economica, unitamente a una solida struttura aziendale, può permettersi di operare stabilmente nel mercato al minor prezzo, riuscendo così a trarre profitto dal conseguente ampio giro d’affari. Al contrario, per i soggetti più piccoli, sia che esercitino  un’attività d’impresa o una professione, l’insostenibilità del compenso al ribasso per ragioni concorrenziali può portare effetti rovinosi.

La profonda crisi che negli ultimi anni ha seriamente compromesso le libere  professioni è stata indubbiamente acuita dal famigerato decreto delle Bersani con cui, tra il 2006 e il 2012 per adeguarsi ai principi comunitari, è stato smantellato il decennale il sistema delle tariffe in uso ai professionisti. Il modello tariffario prevedeva la determinazione del compenso tra un importo minimo e uno massimo da quantificare in rapporto al valore e alla difficoltà del caso. Secondo le nuove disposizioni, invece, il compenso dove risultare dall’accordo negoziale preventivo tra cliente e avvocato, o altro professionista che dir si voglia.

Non è servito troppo tempo per trovarsi di fronte a un tracollo pressoché generalizzato, a tutto vantaggio dei contraenti più forti (banche in primis), i quali hanno immediatamente approfittato della possibilità di imporre ai legali compensi irrisori, indifferenti al  valore, natura e difficoltà della pratiche gestite. Per queste ragioni nel 2017 vi è stato un cambio di rotta che ha portato all’introduzione del principio dell’equo compenso per gli avvocati, quanto meno con riferimento ai contraenti più forti, stabilendo come limite minimo gli importi fissati dalle apposite tabelle ministeriali.

E’ interessante lo spunto normativo che ha portato a tale decisione, la quale si fonda sul disposto dell’art. 36 della Costituzione, secondo cui il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla qualità e quantità del lavoro prestato: tale il principio cardine è stato – finalmente – esteso a tutti i lavoratori, compresi i liberi professionisti, superando la vecchia concezione che ne limitava l’applicazione ai soli lavoratori subordinati.

Annunciazione, Tintoretto

Per approfondire:

Tintoretto un ribelle a Venezia” scritto da Melania G. Mazzucco per Nexo Digital, Sky Arte

“Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti” Giorgio  Vasari, Newton Compton Editori ed. 2018

www.diritto.it tratto da “I nuovi parametri forensi dopo il D. M. 37/2018 di A. Giurdanella e M. Antoci, Maggioli Editore 2018

Caravaggio, l’arte immortale e le obbligazioni naturali

“Maledetti, trafitti dalla passione, l’amore ci sopravvive l’arte ci rende immortali”, in questo pensiero di Goethe c’è molto di Caravaggio: nessuno come lui ha cercato e ottenuto l’immortalità attraverso la sua arte, nessuno come lui ha saputo estrarre la luce dall'oscurità.

Michelangelo Merisi amatissimo e controverso, noto per il carattere irruento e irrequieto, rappresenta il punto di rottura della Storia dell’arte: le sue opere,  forti e innovative, per la prima volta rappresentavano la realtà delle strade di Roma, momenti di vita quotidiana, talvolta, oltre i limiti della moralità e della legalità.

L'immagine raffigura la Buona Ventura di Caravaggio

La Buona Ventura, Caravaggio

All’epoca il gioco delle carte era pratica abituale e numerosi erano i processi contro i bari professionisti che, grazie ai loro trucchi, riuscivano a scucire agli ignari malcapitati diversi denari. Nel celebre dipinto “I bari” il fatto  viene magistralmente rappresentato da Caravaggio: si raffigura in ogni dettaglio l’imbroglio messo in atto dai due loschi figuri a danno del bel giovane con l’abito più scuro.

L'immagine raffigura un dettaglio de I Bari di Caravaggio

I Bari, dettaglio, Caravaggio

Il raggiro viene compiuto grazie alle carte nascoste dietro alla schiena del giocatore con la piuma consunta, mentre il complice sbirciando le carte della vittima suggerisce quale giocare.

I Bari, dettaglio, Caravaggio

Se da un lato si può sostenere che il quadro evidenzi la condotta truffaldina,  dall’altro denuncia il vizio del gioco come un malcostume largamente diffuso ancora oggi.

Nell’attuale ordinamento il debito di gioco, inteso quale somma di denaro dovuta da un partecipante a un altro in base all’esito del gioco stesso, rientra tra le cosiddette obbligazioni naturali.

Le legge qualifica le obbligazioni naturali  come quelle prestazioni  non giuridicamente vincolanti, ma dovute per ragioni morali o sociali:  in altre parole, nessun creditore di un debito di gioco potrà mai rivolgersi a un giudice per ottenere la condanna del debitore; tuttavia se  quest’ultimo provvede spontaneamente all’adempimento non può pretendere poi la restituzione di quanto versato.

Specifichiamo che per dovere morale s’intende un obbligo di carattere etico, che vincola il soggetto a livello personale, mentre il dovere sociale è il dovere sentito come tale dalla collettività.

Requisito essenziale è che il debitore nel momento in cui paga il debito di gioco sia capace d’intendere e volere e non sia sottoposto a misure restrittive della capacità d’agire.

Attualmente è frequente che i soggetti affetti da ludopatia – il vizio del gioco riconosciuto a seguito di accertamento medico legale – siano sottoposti ad Amministrazione di Sostegno, la quale consiste nella nomina di un soggetto amministratore che affianchi e/o sostituisca la persona dipendente  dal vizio del gioco nel compimento degli atti giuridici che il Giudice indicherà. Trattasi di una misura di protezione del soggetto e del suo patrimonio perfettamente adattabile alle diverse necessità che si presentano caso per caso; essa non è mai definitiva, potendo essere revocata nel momento in cui risulterà che la persona abbia superato la ludopatia grazie a idonei percorsi di terapia e recupero.

L'immagine raffigura I bari di Gherardo delle notti

I Bari di Gerardo delle Notti

Vi da dire, infine, che nel caso in cui si tratti di gioco d’azzardo, fattispecie penalmente rilevante per il nostro ordinamento, il pagamento del debito effettuato da soggetto pienamente capace d’agire parrebbe anch’esso non  essere soggetto a restituzione (“ripetibile”) sulla base del concetto della “reciproca  turpitudine”.

Ragazzo morso da un ramarro, Caravaggio

Per approfondire:

Per approfondire “C. D’Orazio “Il Caravaggio segreto” ed. Pickwick 2017;

C. Bianca “Il diritto Civile  – L’obbligazione ed. Cedam 1993;

C. Mastromattei in arteword.it

L’eleganza della Modernità

“La modernità è il transitorio, il fuggitivo, la metà dell’arte la cui altra metà è l’eterno e l’immutabile” Charles Baudelaire

Il transitorio e il fuggitivo furono i tratti distintivi della  spasmodica ricerca di eleganza e  bellezza nella  Parigi che si accingeva a varcare la soglia del ventesimo secolo: fu allora che si consacrò il legame tra arte e moda, ancora vivente.

John Galliano per Christian Dior Houte Couture autunno inverno 2005 Parigi

John Galliano per Christian Dior Houte Couture autunno inverno 2005, Parigi

Lo spirito della Belle Epoque è ben rappresentato dall’interessante mostra dedicata a “Boldini e la Moda” allestita nel cinquecentesco Palazzo dei Diamanti a Ferrara: l’esposizione è un raffinato equilibrio tra la storia del costume di quegli anni e l’arte del maestro ferrarese, il quale attinse a piene mani dal mondo dei più celebri coutourier francesi, le cui creazioni erano tanto protagoniste delle opere quanto la modella che li indossava.

Boldini ritratto della Contessa Speranza

Boldini ritratto della Contessa Speranza

Giovanni Boldini  più di ogni altro colse il cambiamento  per la ricerca e valorizzazione di una femminilità più libera: le pose erano naturali ma guizzanti di una tensione seducente,  i colli lunghi, le spalle lasciate scoperte da irriverenti spalline che cadevano con studiata nonchalance, gli sguardi languidi su sorrisi appena accennati. Le sue “fammes” erano la rappresentazione della vera “Parisienne” (la parigina) ovvero la donna immagine di eleganza, stile  e bellezza.

Boldini in copertina sulla rivista Les Modes

Il successo di Boldini fu clamoroso: le signore dell’alta società, le più celebri attrici, ballerine e cantanti, tutte  ambivano essere ritratte dal maestro ferrarese e tutte furono vere professioniste della bellezza.

L'immagine raffigura il dipinto di Giovanni Boldini Giovane donna di profilo Eleonora Duse

Giovanni Boldini Giovane donna di profilo Eleonora Duse

Tra le “Divine” di Boldini  – così vennero definite – ammiriamo una giovanissima Eleonora Duse, raffigurata di profilo, la cantante Lina Cavalieri, descritta da Gabriele d’Annunzio nella sua opera “Il piacere” come “la massima testimonianza di Venere in Terra”, l’eccentrica marchesa Luisa Casati, la quale per tutta la vita ambì a vivere come “un’opera d’arte”.

Boldini ritratto di Lina Cavalieri

Boldini ritratto di Lina Cavalieri

Famosa fu la committenza da parte del marito della bellissima nobile siciliana Franca Florio: Boldini la raffigurò avvolta in un lungo abito di velluto di seta nera dalla generosa scollatura con una lunga collana di perle. La prima versione del quadro con la silhouette slanciata, la vita ben evidenziata  e la posa molto sensuale non venne ritenuta consona al lignaggio della dama; il dipinto fu accettato dal committente soltanto dopo ripetute correzioni e rivisitazioni.

Bodini ritratto Franca Florio

Boldini ritratto Franca Florio

 

La diffusione della cultura della moda divenne il mezzo scelto dalle signore per apparire e ottenere  l’ambita visibilità sociale: la donna divenne  un’opera d’arte da abbigliare con regole precise a seconda delle occasioni, il vestito, il trucco, il cappello, le scarpe, il ventaglio di piume; tutto doveva essere unico e perfetto.

Ventaglio epoca Belle Epoque

Ventaglio epoca Belle Epoque

Neppure gli uomini rimasero inerti di fronte al cambiamento:  i “dandy” furono l’espressione di questa ricercatezza nel vestire, rivolgendo la massima attenzione all’estetica complessiva della persona, poiché erano oggetto di grande cura e anche il comportamento e la raffinatezza della conversazione, come ben rappresentato nel ritratto del Marchese Robert de Montesquiou-Fézensac, icona del dandismo continentale.

Boldini ritrattL'immagine raffigura il ritratto del "Il conte Robert de Montesquiou Fézensac"

Boldini ritratto de “Il conte Robert de Montesquiou Fézensac”

Giovanni Boldini aprì la via della modernità, creando quel file rouge tra arte e moda  che pose la sconsiderata bellezza delle “Divine” al centro non solo della sua arte, ma della vita stessa: lui soltanto riuscì a  conferire alle proprie donne “l’apparenza di essere vestite”. Ancora oggi il potere evocativo e fortemente seduttivo di quei ritratti non è stato scalfito dal tempo e il fuggevole pensiero di come sarebbe stato essere la musa del Maestro ha attraversato la mente di molte, immaginando di veder  fissato sulla tela quell’attimo di assoluta, eterea, eterna bellezza.

L'immagine raffigura un ritratto di Boldini

Boldini ritratto

Per approfondire:

“Boldini e la Moda” Ferrara, Palazzo dei Diamanti 16 febbraio/2 giugno 2019  Catalogo Ufficiale, a cura di Barbara Guidi con la collaborazione di Virginia Hill; https://www.ildirittoperfetto.it/limmortale-eterea-bellezza/

La scienza dentro una melagrana

Arte e scienza sembrerebbero due modi lontanissimi tra loro: non è sempre vero, essendo connessi molto più intimamente di quanto si possa pensare.

E’ stato recentemente pubblicato su  “Interactive. Cardiovascular and Thoracic Surgery” (http://doi.org/10.1093/icvts/ivy321) un articolo che descrive l’anatomia cardiaca nascosta nel celebre dipinto la Madonna della Melagrana di Botticelli, esposto nella Galleria degli Uffizi a Firenze.

E’ un tondo di mirabile bellezza, al centro del quale la Madonna, con in braccio il Bambino, tiene in mano una melagrana leggermente aperta. Il disegno dell’interno del frutto con gli arilli ben visibili, separati da sottili membrane, sembra riprodurre fedelmente lo schema anatomico del cuore. Si possono distinguere l’atrio e il ventricolo destro e sinistro, l’arteria polmonare, mentre la corona del frutto rappresenta l’aorta nella parte più alta e la vena cava superiore in quella più bassa.

Madonna della Melagrana - Dettaglio, riproduzione dell'anatomia del cuore, Botticelli, Galleria degli Uffizi Firenze

Madonna della Melagrana – Dettaglio, riproduzione dell’anatomia del cuore, Botticelli, Galleria degli Uffizi Firenze

 

Anatomia del cuore

Anatomia del cuore

L’esattezza di questi dettagli è impressionante per considerarla una semplice coincidenza; quindi, è verosimile  la tesi degli autori dell’articolo in commento, considerato che è storicamente dimostrato che lo studio dell’anatomia nel Rinascimento fosse una pratica molto diffusa tra gli artisti: Botticelli, Pollaiolo e tutti i più grandi maestri dell’epoca celavano profonde conoscenze anatomiche.

Botticelli con questo espediente avrebbe inteso rappresentare il cuore e il sangue versato da Gesù per salvare l’umanità all’atto del sacrificio supremo.

Lo studio del corpo umano  risale a tempi antichi, ma la vera conoscenza anatomica inizia nel XIII secolo: l’Università di Bologna si è rivelata l’antesignana dell’anatomia umana. L’osservazione diretta dei corpi, attraverso le dissezioni, portò il suo più celebre esponente, Mondino de’ Liuzzi, a scrivere un trattato che rimasto una pietra miliare per molti anni.

Anche Leonardo da Vinci dedicò gran parte della sua vita allo studio diretto del corpo umano: lo scorso anno per celebrare i 730 dalla fondazione dell’Ospedale Santa Maria Nuova a Firenze sono state mostrate le “vasche di  Leonardo”, situate nei sotterranei della struttura, dove pare che Leonardo in segreto eseguisse a fini di studio le dissezioni dei cadaveri all’epoca vietate a Firenze.

Studi anatomici di Leonardo da Vinci

Studi anatomici di Leonardo da Vinci

Più tardi, nel 1543 Andrea Vesalius fondò la Scuola anatomica di Padova: la sua opera “De humani corporis fabrica” fu scritta basandosi sull’osservazione diretta dell’anatomia umana. Il suggestivo Teatro Anatomico, completato nel 1595, si trova  presso il palazzo del Bo dell’Università degli Studi di Padova ed è la più antica struttura permanente al mondo creata per l’insegnamento dell’anatomia e la dissezione dei cadaveri. La struttura a cono rovesciato permetteva agli studenti di assistere alla lezione che si svolgeva alla base, l’illuminazione era assicurata da candele e si racconta che per rendere l’atmosfera meno cupa era frequente l’esecuzione di musiche dal vivo.

Teatro Anatomico, Palazzo del Bo, Università degli Studi di Padova

Teatro Anatomico, Palazzo del Bo, Università degli Studi di Padova

 

Le pratiche necessarie per lo studio anatomico furono anche fortemente contraste, poiché ritenute sacrileghe. Tuttavia, le autorità ecclesiastiche mai posero il veto a tali studi: del resto non poteva essere diversamente, atteso che la maggior parte delle Università erano strettamente collegate alla Chiesa – Bologna in primis – e Papa Sisto IV nella bolla “De Cadaverum sectione” riconobbe l’anatomia come “utile pratica medica e artistica”.

Il Museo della Specola di Firenze – al di fuori dell’ordinario circuito turistico – merita una visita: è il museo di storia naturale più antico d’Europa; la sezione più interessante  (e impressionante) è quella dove sono esposte le cere anatomiche: sono dei modelli anatomici realizzati tra il XVIII e il XIX secolo con una tecnica molto raffinata,  finalizzati  a ottenere un vero e proprio trattato didattico scientifico dell’anatomia del corpo umano senza bisogno di osservare un cadavere. La precisione e i dettagli di queste opere nulla hanno da invidiare agli attuali supporti  digitali, o di realtà aumentata, ma rispetto ai sistemi moderni possono vantare l’indiscusso fascino  della storia.

Museo della Specola, Sala delle Cere Anatomiche, Firenze

Museo della Specola, Sala delle Cere Anatomiche, Firenze

In questo breve excursus nel secolare studio dell’anatomia permane un elemento attuale ancora oggi: il progresso della medicina e l’innovazione delle tecniche chirurgiche richiedono sempre un approccio diretto con  il corpo umano. Nel 2014  la Commissione Affari Sociali della Camera approvò un disegno di legge per regolamentare la donazione del corpo post mortem a fini scientifici, cosa che nel resto del mondo è un fatto assolutamente normale, mentre in Italia rimane ancora assai raro.

De iure condendo, ovvero in attesa che tali norme vengano approvate, i siti di alcune Università hanno stilato dei protocolli che consentono e regolano la donazione volontaria del corpo post mortem: si tratta di casi sporadici, poche decine ogni anno. Forse leggi certe accompagnate a una campagna di sensibilizzazione, come avvenuto quando è iniziata l’era dei trapianti, in futuro porteranno a comprendere il grande valore di questa scelta per il continuo progresso della scienza medica.

 

 

Per approfondire:

Per approfondire: https://academic.oup.com/icvts/advance-article/doi/10.1093/icvts/ivy321/5219001?searchresult=1 ; “La nascita dell’anatomia” in www.filosofiaescienza.it ; “Viaggio intorno al corpo” Dizionari dell’arte di G. Bordin, M. Bussagli, L. Polo D’Ambrosio ed. Mondadori Electa 2015; “Teatro Anatomico” in www.unipd.it

J’accuse…!

Politica, spionaggio e il potere della stampa: l’Affaire Dreyfus, il caso che fece tremare la Francia.

Nell’ottobre 1894 Alfred Dreyfus Capitano d’Artiglieria dello Stato Maggiore dell’Esercito francese, ebreo alsaziano, venne arrestato con l’accusa di alto tradimento, sospettato di aver fornito ai militari prussiani informazioni riservate.

Fotografia del Colonnello Alfred Dreyfus

Il Colonnello Alfred Dreyfus

L’indagine ebbe inizio quando un’addetta alle pulizie presso l’Ambasciata tedesca a Parigi, all’atto di ripulire uno dei cestini degli uffici, ritrovò una lista  (chiamata “bordereau”)  contenente cinque documenti segreti che l’anonimo mittente offriva in vendita ai tedeschi.

Immagine del Bordereau

Il Bordereau

La donna, che in realtà faceva parte del controspionaggio, consegnò il bordereau agli Ufficiali francesi:  dato il particolare contenuto del documento, i sospetti si concentrarono subito attorno a pochi ufficiali. La necessità di una rapida individuazione del colpevole portò a una sbrigativa e sommaria indagine, tutta basata  su una superficiale perizia calligrafica, secondo cui la scrittura del documento apparteneva al Capitano Dreyfus.

Processato in pochi mesi, Alfred Dreyfus, nonostante avesse professato la propria innocenza e totale estraneità ai fatti, fu condannato all’ergastolo,  degradato ritualmente davanti a truppe schierate, la sua sciabola spezzata e deportato nell’Isola del Diavolo, sperduta nella Guyana francese: per la Repubblica l’onta del tradimento era stata lavata e nessuno avrebbe più sentito parlare di quell’Ufficiale ebreo alsaziano.

Passarono un paio d’anni durante i quali vennero più volte reiterate le richieste di un approfondimento d’indagine da parte dei familiari di Dreyfus, ma per l’apparato militare il caso era da considerarsi definitivamente chiuso.

Inaspettatamente le circostanze mutarono: all’epoca il Colonello George Picquart era stato nominato a capo del Servizio Informazioni dello Stato Maggiore; per una pura coincidenza Picquart intercettò la missiva di un Ufficiale prussiano indirizzata al Maggiore dell’esercito francese Ferdinand Walsin Esterhazy, di nobili  (ma decadute) origini ungheresi.

Immagine del Colonnello Geroge Picquart

Il Colonello George Picquart

Immediatamente Picquart ripensò ai fatti che portarono alla condanna di Dreyfus e ottenne di poter visionare il fascicolo secretato: dai documenti agli atti risultava evidente che la calligrafia del bordereau  era stata erroneamente attribuita a Dreyfus, atteso che invece palesemente inchiodava Esterhazy.

Picquart riferì ai suoi superiori le proprie scoperte: gli Alti Ufficiali dell’esercito francese non si rivelarono affatto entusiasti di riconsiderare il caso dell’Ufficiale ebreo, condannato e deportato. La ragion di Stato e il potere del corpo militare francese non potevano piegarsi ad ammettere che la condanna di Dreyfus fosse un  clamoroso errore giudiziario.

Per tale ragione, nonostante le evidenze probatorie, Esterhazy sottoposto a processo venne assolto.

Il clamore per l’assoluzione portò alla pubblicazione in due famosi quotidiani di alcuni documenti segreti del fascicolo Dreyfus, da cui risultava la diversità della calligrafia di tali scritti rispetto a quella del condannato.

Il richiesta di verità dilagò e divise nettamente nell’opinione pubblica tra innocentisti e colpevolisti, coinvolgendo anche gli ambienti intellettuali maggiormente inclini a sostenere l’innocenza di Dreyfus.

La svolta avvenne il 13 gennaio 1898, quando il quotidiano L’Aurore pubblicò una lettera aperta dello scrittore Emile Zola, rivolta al Presidente della Repubblica francese: si trattava di un vero e proprio atto d’accusa, sostenuto dal celebre “J’accuse…” (io accuso), rivolto a ognuno dei responsabili dell’Affaire Dreyfus: il testo di Zola ebbe un effetto dirompente e scosse le coscienze, svelando la verità sulle macchinazioni di un’indagine scellerata e assolutamente parziale, sulle dichiarazioni fraudolente e menzognere dei periti, nonché sull’insabbiamento agli occhi dell’opinione pubblica.

L'immagine rappresenta la prima pagina del quotidiano L'Aurore con la lettera J'accuse di Emile Zola

J’accuse… di Emile Zola

Quell’edizione del quotidiano vendette oltre 300.000 copie (di media ne vendeva 20.000 al giorno) e la verità irruppe fragorosa anche in sede giudiziaria: Esterhazy confessò di essere la spia, Dreyfus ottenne la revisione del processo, ma il potere della Ragion di Stato non intendeva ancora cedere il passo alla giustizia e, incredibilmente, Dreyfus venne nuovamente condannato in primo grado per essere poi definitivamente assolto in appello con immediata reintegrazione nell’esercito.

Il J’accuse di Zola è sempre attuale, merita di essere letto e ricordato, non solo come alto grido di libertà, ma anche quale espressione del valore assoluto della verità  e della giustizia.

L'immagine rappresenta La Giustizia, Raffaello, Volta della Segnatura

La Giustizia, Raffaello, Volta della Segnatura

 

Per approfondire:

“L’affaire Dreyfus” di Emile Zola, Ed. Giuntina; www.raistoria.rai.it “L’affaire Dreyfus”; www.raistoria.rai.it “J’accuse”