Do you speak Italian? Yes, of course…

E’ ormai una consuetudine dimenticare quanto il nostro Paese e la sua Storia siano stati universalmente il centro dell’arte e della bellezza per antonomasia.
L'immagine rappresenta un'antica cartina dell'Italia

 

Questa cultura si  diffuse nel mondo anche grazie alla sua lingua, che vide gli albori con le opere di Dante, per  poi proseguire nei celebri versi di Petrarca, nell’Umanesimo e nel Rinascimento.

L'immagine raffigura Dante Alighieri che legge la Divina Commedia

La Divina Commedia, Dante Alighieri

Si trattava di una lingua di “cultura”, quasi una forma d’arte: la nostra dilagante Bellezza cinquecentesca travalicò i confini della penisola (seppur ancora lontana dall’essere Italia), insinuandosi nell’Europa continentale e oltre, arrivando sino all’Inghilterra, regno di Elisabetta I, figlia di Enrico VIII e Anna Bolena, ultima discendente della dinastia Tudor.

L'immagine rappresenta il ritratto di Elisabetta I

Ritratto di Elisabetta I

L’iconica sovrana inglese, colta e raffinata, era un’appassionata lettrice delle poesie di Petrarca, parlava e scriveva correttamente in italiano, ritendendolo la lingua della cultura per eccellenza, persino molto più “charmante” del francese. Pare avesse un insegnante madre lingua con cui conversare abitualmente ed era solita preferire l’italiano quando si trovava negoziare con gli spagnoli, i quali non svettavano nelle sue simpatie. Di recente è stato pubblicato un libro intitolato “Elisabeth I’s Italian Letters” che raccoglie le numerose missive scritte in italiano dalla Regina inglese ai più svariati personaggi dell’epoca da Ferdinando I de’ Medici a Wan-Li imperatore della Cina.

Oltre all’aspetto strettamente culturale connesso alla storica figura di questa grande sovrana, emerge qualcosa che nel tempo abbiamo dimenticato: l’importanza di curare la nostra lingua; infatti, se è vero che in passato essa fu un modo per fregiarsi del sapere superiore e, come tale, simbolo d’appartenenza all’élite delle persone colte, lontanissime dalle classi sociali medio-basse, oggi è parte integrante di noi, del nostro essere, della nostra vita.

L'immagine rappresenta la sede dell'Accademia della Crusca, Villa Castello, Firenze

Accademia della Crusca, Villa Castello, Firenze

La strenua difesa dell’italiano è affidata dal 1583 all’Accademia della Crusca, la più antica istituzione al mondo per il controllo della lingua: dalla sua sede  nella splendida Villa Medicea di Castello a Firenze, culla del nostro patrimonio linguistico, l’Accademia ancora oggi vigila e allerta sui rischi di un lento e inesorabile declino del nostro idioma.

L'immagine rappresenta gli interni dell'Accademia della Crusca

Accademia della Crusca, interni

Tra i fattori più preoccupanti sono menzionati i numerosissimi termini inglesi che ogni anno entrano a far parte del vocabolario della lingua italiana e che erodono il corrispondente lessico nazionale, talvolta inutilmente, essendovi in italiano un vocabolo che corrisponde perfettamente a quello inglese: un paio di esempi eclatanti che oggi dilagano nel lessico sia comune sia professionale sono “endorsment” per dire “sostegno, adesione”, oppure “mission” per riferirsi a una  “finalità” o uno “scopo”, o ancora “vision”, in pratica la visione o principio ispiratore di un certo progetto.

La protezione delle nostra lingua è doverosamente demandata anche alle istituzioni universitarie, comprese quelle di natura scientifica e tecnologica, le quali non sempre sono state all’altezza di tale compito. Un caso su tutti è emblematico: nel 2012 presso il Politecnico di Milano furono istituiti alcuni corsi avanzati e di dottorato soltanto in lingua inglese, escludendo totalmente la nazionale; il provvedimento del Rettore venne impugnato avanti al TAR da alcuni docenti dell’Istituto in ragione dell’illegittima totale esclusione dell’italiano. Il TAR diede ragione ai ricorrenti, ma la sentenza venne impugnata di fronte al Consiglio di Stato, il quale si rivolse alla Corte Costituzionale, sottoponendole la questione di legittimità con riferimento alla norma della “Riforma Gelmini”, diretta al “rafforzamento dell’internalizzazione” delle discipline di studio. Tralasciando gli aspetti tecnici del quesito rivolto alla Corte, il punto era stabilire se tale  norma fosse legittima nell’indicazione della possibilità di istituire corsi in lingua straniera, escludendo l’italiano.

L'immagine rappresenta l'aula della Corte Costituzionale a Roma

Corte Costituzionale, Roma

 

La Corte Costituzionale con la sentenza n. 42/2017 non ritenne la norma contraria alla Costituzione, ma si pronunciò con un’ineccepibile sentenza interpretativa, nella quale si evidenzia il primato delle lingua nazionale sulle altre. Si riporta un breve passaggio della motivazione, che vale la pena leggere: “La lingua italiana è dunque, nella sua ufficialità, e quindi primazia, vettore della cultura e della tradizione immanenti nella comunità nazionale, tutelate anche dall’art. 9 Cost. La progressiva integrazione sovranazionale degli ordinamenti e l’erosione dei confini nazionali determinati dalla globalizzazione possono insidiare senz’altro, sotto molteplici profili, tale funzione della lingua italiana: il plurilinguismo della società contemporanea, l’uso d’una specifica lingua in determinati ambiti del sapere umano, la diffusione a livello globale d’una o più lingue sono tutti fenomeni che, ormai penetrati nella vita dell’ordinamento costituzionale, affiancano la lingua nazionale nei più diversi campi. Tali fenomeni, tuttavia, non debbono costringere quest’ultima in una posizione di marginalità: al contrario, e anzi proprio in virtù della loro emersione, il primato della lingua italiana non solo è costituzionalmente indefettibile, bensì – lungi dall’essere una formale difesa di un retaggio del passato, inidonea a cogliere i mutamenti della modernità – diventa ancor più decisivo per la perdurante trasmissione del patrimonio storico e dell’identità della Repubblica, oltre che garanzia di salvaguardia e di valorizzazione dell’italiano come bene culturale in sé.”

Questa sentenza deve essere considerata un faro per tutti noi, nessuno escluso: siamo chiamati a proteggere e difendere la lingua italiana, il che non significa rimanere chiusi nel nostro piccolo baluardo, ottusi verso il resto del mondo; semplicemente vuole intendere che accanto alla lingua degli scambi internazionali per eccellenza, l’inglese, dobbiamo sempre e comunque tutelare il valore del nostro lessico nazionale con le sue mille sfaccettature e le diverse sfumature.

L'immagine raffigura un simbolo del multilinguismo nella UE

Il multilinguismo nella UE

Si consideri, inoltre, che uno dei principi ispiratori dell’Unione Europea è “uniti nella diversità” e le lingue ufficiali sono ben 24 e non tre (inglese, francese e tedesco) come si potrebbe pensare: nessuna delle lingue ufficiali prevale sull’altre, tutte hanno pari dignità e importanza.

L’italiano è una lingua abbastanza giovane, il suo consolidamento a livello nazionale è recente ed è stato il risultato di un lungo percorso, culminato con la capillare diffusione dei mezzi di comunicazione (radio e televisione) che l’hanno fatta diventare la lingua del popolo e non solo la lingua dei dotti o della legge, riservata a pochi eletti.

Nonostante questa giovinezza, il declino è in agguato e sta a noi proteggerla; la sopravvivenza di una lingua è sempre rimessa alla volontà del suo popolo: essa vivrà sin tanto che verrà parlata, scritta e valorizzata come patrimonio d’identità, storia e cultura.

L'immagine rappresenta le frecce tricolori

Frecce Tricolori

 

Per approfondire:

C. Marazzini “L’italiano è meraviglioso” Ed. Rizzoli 2018; L. Sampietro “La Regina innamorata dell’italiano” in www.ilsole24ore.com; /www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=2017&numero=42; C. M. Bajetta “Elisabeth I’s Italian Letters” , Palgrave Macmillan, New York.

Congiure e cospirazioni

“Chi vuole esser lieto, sia: di doman non c'è certezza…”, i versi del Magnifico ricordano ancora oggi come possa essere incerto il futuro; la celebre casata fiorentina non fa eccezione, essendo stata vittima di una delle più cruente congiure della storia.

Firenze, anno 1478: i Medici erano i protagonisti indiscussi della vita economica e politica della città; a loro si contrapponeva la famiglia Pazzi, anch’essi banchieri, curavano gli interessi economici della curia romana e non mancavano di finanziare le mire espansionistiche del battagliero Papa Sisto IV; più a nord suo nipote, Girolamo Riario, Signore di Imola, sostenuto dal papato, tramava per ingrandire la Romagna in danno dei territori fiorentini. Aggiungiamo che Lorenzo de’ Medici aveva fama di essere abile banchiere, accorto politico e mecenate dell’arte: per suo merito ripresero vita la Scuola di Botticelli e quella di Verrocchio, primo il Maestro di un giovanissimo Leonardo da Vinci.

Particolare di due angeli dipinti da Leonardo nell'opera Battesimo di Cristo del Verrocchio

Particolare realizzato da Leonardo da Vinci mentre lavorava presso la bottega di Andrea Verrocchio a Firenze.

In questo panorama maturò il piano ordito dalla famiglia Pazzi e da Girolamo Riario per eliminare Lorenzo e Giuliano de’ Medici: ne erano a conoscenza e l’appoggiavano anche il Papa, il duca di Montefeltro e il Re di Napoli. Alla trama partecipò anche Francesco Salviati, arcivescovo di Pisa, che osteggiava i Medici per ragioni connesse all’arcivescovado di Firenze.

L'immagina raffigura il Duca di Montefeltro, Piero della Francesca, Galleria degli Uffizi Firenze

Il Duca di Montefeltro, Piero della Francesca, Galleria degli Uffizi, Firenze

Il piano sarebbe dovuto scattare in occasione di un banchetto offerto da Lorenzo al giovane cardinale Raffaello Riario – altro nipote di Sisto IV – ignaro però della cospirazione, ma non andò a buon fine per l’assenza di Giuliano.
La presenza di entrambi i fratelli era fondamentale, scattò quindi la seconda opzione. Il tutto doveva avvenire domenica 26 aprile 1478, durante la celebrazione in Santa Maria del Fiore, ma anche questa volta al corteo mancava Giuliano. Francesco de’ Pazzi e un altro congiurato si recarono a casa del fratello di Lorenzo, convincendolo a partecipare alla messa. Quando tutti furono riuniti in Chiesa, le vittime prescelte erano disarmate: Giuliano venne colpito per primo e morì sotto gli occhi di Lorenzo che, invece, fu ferito a una spalla, riuscendo a fuggire grazie al sacrificio del fedele amico Francesco Nori.

Tomba di Lorenzo e Giuliano de Medici

Tomba di Lorenzo e Giuliano De Medici. Al centro la Madonna con bambino è opera autografa di Michelangelo. Museo delle Cappelle Medicee, Firenze

La congiura era fallita, per gli assassini l’unica speranza di sopravvivenza era da ravvisarsi nel sostegno dei fiorentini contro la famiglia de’ Medici, ma non andò così.
Il popolo, quando apprese dell’accaduto, affollò rapidamente le vie di Firenze al grido “Palle, palle!”, il simbolo della Casata del Magnifico. Seguì  una rapidissima feroce repressione contro i cospiratori e i loro seguaci. I congiurati catturati e quelli sospettati di aver preso parte al piano vennero immediatamente giustiziati; taluni come Francesco Pazzi furono impiccati alla finestra del Palazzo della Signoria, la stessa fine toccò a Jacopo Pazzi catturato il giorno successivo.

L'immagina raffigura l'esecuzione di uno dei congiurati, disegno di Leonardo da Vinci

Esecuzione di uno dei congiurati, disegno di Leonardo da Vinci

Questo l’epilogo di una delle tante cospirazioni tese a sovvertire il potere, le cui condotte anche oggi integrano fattispecie penalmente rilevanti; le norme attuali reprimono modo netto tutte quelle attività di istigazione, nonché gli accordi prodromici e preparatori alla commissione dei reati in danno alla personalità dello Stato o finalizzati alla turbativa costituzionale mediante sovvertimenti interni, quand’anche tali fattispecie criminose non abbiano trovato esecuzione.

La punibilità di queste condotte va ricondotta alla loro natura di “reati di pericolo presunto”, i quali non ammettono prova contraria: in tali ipotesi si prevede un’anticipazione della soglia di punibilità della condotta, che viene sanzionata non per aver leso il bene protetto (lo Stato), ma per il solo fatto per averlo posto in una situazione di pericolo, determinata dall’esistenza di un accordo o di un’associazione.
In siffatti delitti la sanzione penale viene comminata a prescindere dal compimento di quei reati contro lo Stato: è l’ideazione stessa di tali delitti a essere sanzionata.
Le norme in tema di cospirazione derogano così al principio generale di non punibilità degli atti di istigazione e degli accordi diretti a commettere un delitto che non venga poi perpetrato, pur consentendo (le norme generali) l’applicazione di una misura di sicurezza.
Nel caso della congiura dei Pazzi, tesa a sovvertire il potere nella città di Firenze, l’intento criminale ebbe esecuzione, anche se non portò al raggiungimento del risultato auspicato: i fiorentini vendicarono seduta stante e con violenza l’affronto subito dai Medici. I Pazzi oltre alle condanne a morte subirono anche la damnatio memoriae: il loro nome venne cancellato da qualsiasi documento e dagli stemmi, dovevano scomparire dal qualsiasi memoria storica come se non fossero mai esistiti.

L'immagina raffigura lo stemma della famiglia dei Medici

Stemma famiglia dei Medici, Firenze

Per approfondire:

Per approfondire: M. Vannucci “I Medici una famiglia al potere – Newton Compton ed. 2017 – L. Delpino Diritto penale parte speciale ed. Simone 2001

Antiche condotte, nuovi reati: lo stalking

“Lo Stalking è un comportamento antico ma un nuovo crimine”: così scriveva lo psichiatra australiano J. R. Meloy nel 1999, ricordando come le condotte persecutorie esistano da tempo immemore anche se una specifica connotazione criminale è intervenuta soltanto negli ultimi decenni.
L'immagina raffigura la litografia Vincolo d'unione, Mauritius Cornelius Escher, 1956

Storia, miti e leggende traboccano di episodi persecutori: pensiamo ad Apollo e alla ninfa Dafne, a Zeus che pur di possedere Danae si trasformò in pioggia d’oro; come dimenticare Plutone che folle d’amore s’impossessò di Proserpina, scena magistralmente scolpita del Bernini.

L'immagine rappresenta Danae di G. Klimt

Danae, Gustav Klimt, Vienna

Anche nell’antica Roma il clima era pesante: Tacito narra la vicenda di Ottavio Sagitta invaghitosi di Ponzia, coniugata: il corteggiamento fu solerte, riuscì a concupirla e la indusse a divorziare per sposarla. La ragazza lasciò il marito, ma ripensò alla proposta del nuovo matrimonio, adducendo l’opposizione del padre. Al suo rifiuto, Ottavio Sagitta iniziò a perseguitarla, passando rapidamente dalle preghiere e promesse di amore eterno alle minacce, sino al fatidico ultimo incontro chiarificatore. Mai e poi mai accettare l’ultimo incontro. Il rischio, ora come allora, è di non uscirne vive: così accadde a Porzia pugnalata a morte e dopo di lei a molte, troppe altre.

L'immagine rappresenta il Foro romano a Roma

Foro romano, Roma

Lo stolker non è un soggetto specifico con caratteristiche peculiari: può essere chiunque, uno sconosciuto, un ex fidanzato o un marito; agisce per le ragioni più diverse: un rifiuto, la rottura di un legame o perché è un predatore a caccia della sua vittima. La pericolosità di questi soggetti non cambia.

L'immagine raffigura unParticolare de "Il ratto di Proserpina", Gian Lorenzo Bernini, Galleria Borghese, Roma

Particolare de “Il ratto di Proserpina”, Gian Lorenzo Bernini, Galleria Borghese, Roma

Il nostro ordinamento ha introdotto il reato di atti persecutori nel 2009: prima di allora queste condotte venivano comprese (sussunte nel linguaggio giuridico)  per lo più nell’ambito delle minacce e ingiurie, con sanzioni meramente pecuniarie assolutamente inconsistenti rispetto alla gravità dei fatti e alle sofferenze cagionate alle vittime.

La condotta di questo odioso delitto può essere la più varia: pedinamenti, innumerevoli telefonate alle ore più disparate,  mute, minacciose, offensive, scurrili, il campionario è vastissimo. Così come quello dei messaggi, delle chat, delle mail e di ogni altro mezzo di comunicazione e diffusione tecnologico.

Ovviamente il progresso affina le tecniche criminali, per cui oggi possiamo contare anche sulla deleteria diffusione di immagini o video della vittima nei social network: fermarne la diffusione è difficilissimo, se non impossibile. I casi della cronaca recente lo dimostrano ampiamente.

Talvolta si realizza una vera e propria evoluzione persecutoria: si parte con episodi minori per giungere  a situazioni di estremo pericolo per la vittima. Per questo, ripeto, è fondamentale non accettare il fatidico “ultimo incontro”.

Gli effetti sulla vittima sono devastanti: ansia, paura, stravolgimento delle proprie abitudini di vita. La parte offesa tende a uscire di meno e preferibilmente non da sola; si ingenera un disagio psichico connesso al timore per la sicurezza propria o di un prossimo congiunto.

Affinché sia ravvisabile la fattispecie di reato non è necessario che tale stato di disagio e paura sfoci in una patologia accertabile medicalmente: è sufficiente che la condotta offensiva provochi uno stato d’ansia o paura.

Il reato è perseguibile a querela di parte: nel caso di specie il termine per la proposizione è di sei mesi, il doppio rispetto a quello  ordinario, mentre la remissione è soltanto processuale, cioè in corso di udienza. Nei casi in cui lo stalking sia aggravato (perché compiuto dal coniuge, anche se legalmente separato, o dal compagno, o  commesso ai danni di un minore, donna in gravidanza, o di un disabile) la querela non è rimettibile e il procedimento penale prosegue sino alla sentenza.

Un intervento legislativo della fine del 2017 ha escluso che la riparazione del danno con versamento di una somma di denaro a titolo di risarcimento prima del processo penale determini l’estinzione del reato, come previsto dall’art. 162 ter C. p.: la norma è stata introdotta dopo le giuste polemiche seguite alla decisione del Tribunale di Torino che aveva dichiarato estinto il delitto di stalking con il versamento della risibile somma di € 1.500,00, nonostante il rifiuto della alla parte offesa.

Le statistiche confermano che le vittime di questo crimine sono in maggioranza donne; nei casi in cui il reato sia posto in essere in danno di un uomo esiste un forte reticenza alla denuncia, verosimilmente per un retaggio culturale, come se la figura del maschio risultasse svilita e sminuita.

Per contrastare gli effetti devastanti di questo fenomeno sono allo studio particolari percorsi affidati ai Dipartimenti emergenza e urgenza delle Aziende Sanitarie per i pazienti che presentino un “trauma da aggressione”: al trattamento clinico necessario si unisce un sostegno psicologico con raccolta e conservazione di tutti gli elementi utili alla trattazione del caso.

Si deve dare atto che gli sforzi per fronteggiare ogni tipo di persecuzione e violenza, in particolare nei confronti delle donne, sono ravvisabili anche a livello internazionale: nella Convenzione di Istambul sulla “Prevenzione e lotta contro la violenza nei confronti delle donne e domestica”, ratificata dall’Italia con la Legge n. 119/2013, si invitano i Paesi aderenti ad adottare misure efficaci per la prevenzione e il contrasto delle violenze di genere e degli atti persecutori.

L'immagine raffigura una veduta di Istambul

Istambul

La strada sarà ancora lunga e richiederà un grande sforzo, soprattutto sul piano culturale e di sensibilizzazione, capace di produrre un’effettiva e reale accettazione della parità tra uomo e donna senza alcuna compromissione o rinuncia alle rispettive peculiarità.

 

Per approfondire:

L. Iavarone, Cristina Mancusi “Stalking. Nuova forma di cannibalismo predatorio” Aracne editrice, 2015; www.altalex.it “Il delitto di stalking alla luce delle più recenti pronunce” 18 marzo 2016.

La Natività perduta e l’ombra della criminalità organizzata

Palermo. 18 ottobre 1969. Le sorelle Gelfo scoprirono uno dei furti più clamorosi e oscuri della storia: il capolavoro di Caravaggio “Natività con i Santi Lorenzo e Francesco” era stato rubato dall’Oratorio di San Lorenzo.

La notizia lasciò il mondo attonito. La dinamica del furto fu di una semplicità disarmante: una porta rotta, niente allarme, nessuna misura di sicurezza, nulla era stato predisposto a protezione di una delle ultime opere del Merisi e l’unica presente a Palermo.

L’olio su tela era collocato sopra l’altare, incastonato tra i meravigliosi stucchi di Giacomo Serpotta e dominava la piccola chiesa dal 1609. I malviventi staccarono il dipinto dal muro, tagliando la tela in corrispondenza del bordo della cornice con una lametta da barba, dileguandosi indisturbati con un bottino dal valore inestimabile.

L'immagine rappresenta l'Oratorio san Lorenzo a Palermo

Oratorio San Lorenzo, Palermo

Scoperto il trafugamento, le forze dell’ordine compresero subito che il recupero dell’opera sarebbe stato difficilissimo, se non impossibile: non vi era alcun indizio e neppure avevano contezza del momento in cui il furto fosse stato commesso.  Secondo il racconto delle sorelle Gelfo, all’epoca custodi dell’Oratorio San Lorenzo, dal pomeriggio del 12 sino alla mattina del 18 ottobre nessuna di loro si recò presso la chiesa: un lasso di tempo troppo lungo, unito al fatto che – ovviamente – nessuno vide o sentì alcunché. L’indagine partì malissimo.

La graffiante penna di Leonardo Sciascia sferzò dalle pagine del Corriere delle Sera le pubbliche autorità siciliane, in particolare il Prefetto, scrivendo:

L'immagine riporta uno stralcio di un articolo di L. Sciascia scritto per il Corriere della Sera

Leonardo Sciascia dal Corriere delle Sera 1969

Le ipotesi formulate dagli inquirenti erano tre: ladruncoli da quattro soldi inconsapevoli del valore dell’opera (stimata all’epoca in un miliardo di lire), un’operazione di stampo mafioso, oppure un furto su commissione.

I giorni passavano e le indagini rimanevano incagliate, neppure l’offerta di denaro in cambio di informazioni sortì un qualche effetto, mentre cresceva il fondato  timore che il quadro potesse essere  stato distrutto perché non piazzabile sul mercato dell’antiquariato clandestino, oppure tagliato in più parti da vendersi separatamente, come il volto della Vergine illuminato dalla luce, il Bambino, o l’angelo che dall’alto domina la scena.

L'immagine raffigura un Particolare della Natività con i Santi Francesco e Lorenzo, Caravaggio

Particolare della Natività con i Santi Francesco e Lorenzo, Caravaggio

Per giorni la stampa evidenziò ripetutamente l’incuria dello Stato e delle amministrazioni locali nei confronti del patrimonio artistico siciliano, ritenendo l’accaduto un fatto del tutto prevedibile. Fu il giornalista Mauro De Mauro a spingersi oltre:  in esito a un’approfondita ricerca, il cronista documentò che esisteva una copia perfetta della Natività trafugata, dipinta da Paolo Geraci nel 1627. Effettivamente, nel novembre 1984 la copia del Geraci venne ritrovata a Catania.

Gli anni passarono e della Natività di Caravaggio nessuna traccia, sino al 1995: siamo nel corso del processo a carico di Giulio Andreotti, svoltosi nell’aula bunker dell’Ucciardone a Palermo. Durante una delle udienze, uno dei pentiti storici di Cosa Nostra, Francesco Marino Mannoia, affermò di essere stato uno degli autori del furto di un Caravaggio (senza specificare null’altro circa l’opera), di avere informato del fatto il Pubblico Ministero Giovanni Falcone e di aver precisato che la tela era andata distrutta, poiché irrimediabilmente danneggiata dopo essere stata piegata. La tela   – secondo il pentito – sarebbe dovuta andare al senatore Andreotti. Su quest’ultimo punto la dichiarazione del collaboratore di giustizia rimase priva del benché minimo riscontro probatorio, ma la pista mafiosa non fu abbandonata.

Gli investigatori del Nucleo Tutela Patrimonio Artistico non credettero alla distruzione del capolavoro caravaggesco, del quale si tornò a parlare nel 1998, durante il processo di Firenze per la strage dei Georgofili del 27 marzo 1993.

L'immagine raffigura la strage di via dei Georgofili del 27 maggio 1993

Strage di via dei Georgofili a Firenze, 27 maggio 1993

Per capire i fatti dobbiamo fare un passo indietro: il 23 maggio del 1992 il Giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i cinque agenti della scorta persero la vita nella famigerata strage di Capaci; meno di due mesi dopo, il 19 luglio 1992, il Giudice Paolo Borsellino e altri cinque agenti vennero uccisi nella strage di Via D’Amelio a Palermo.

L'immagine raffigura una fotografia dei Giudici Falcone e Borsellino

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Quel periodo può essere ricordato tra i più cupi e duri della storia italiana. La gravità di quei fatti scosse la coscienza collettiva: era tempo per lo Stato di reagire e contrastare la mafia con fermezza e con ogni mezzo. Fu allora che venne introdotto l’art. 41 bis dell’Ordinamento Penitenziario, disposizione meglio nota come “carcere duro per i mafiosi”.

La norma trova applicazione nei confronti dei soggetti imputati o condannati per reati commessi  avvalendosi o agevolando l’associazione di stampo mafioso. Le severe restrizioni imposte dall’art. 41 bis limitano fortemente i contatti del detenuto sia con l’esterno, sia con l’ambiente carcerario, in quanto era stato appurato che il regime detentivo ordinario non impediva ai boss di Cosa Nostra di dirigere i loro traffici e dare ogni disposizione necessaria dal carcere.

Più volte il disposto in questione è stato sottoposto al vaglio della Corte Costituzionale, nonché della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo poiché tacciato di disumanità: entrambe le Corti ne hanno sempre riconosciuto la legittimità per l’evidente l’utilità della misura nel contrasto al fenomeno mafioso e la necessaria tutela della collettività da soggetti di accertata pericolosità.

L'immagine rappresenta l'aula della Corte Costituzionale a Roma

Corte Costituzionale, Roma

Tornando al processo di Firenze per la strage dei Georgofili, dagli atti risulta che l’attentato fu commesso dalla mafia per indurre lo Stato a revocare la misura del 41 bis, atteso che ogni altro tipo di trattativa, compresa la restituzione di importanti opere d’arte, non aveva trovato positivo riscontro. Lo Stato non cedette alle pressioni e il regime del carcere duro da misura temporanea per il periodo di tre anni venne resa definitiva nel 2002.

Da quei tragici fatti la lotta alla criminalità organizzata ha riscosso importanti successi e tutt’ora continua indefessa; forse la Natività non è andata perduta. Secondo le notizie apprese negli ultimi giorni dalla Commissione Antimafia, il   dipinto si troverebbe in Svizzera. Pare  che l’opera fu trafugata da balordi, quindi consegnata a Stefano Bontate e poi al boss Tano Badalamenti (condannato all’ergastolo anche per l’omicidio di Peppino Impastato) che la portò all’estero, verosimilmente nel paese elvetico.

Alla luce degli ultimi avvenimenti possiamo ancora sperare nel recupero di questo superbo capolavoro per troppo tempo sottratto all’Italia, alla città di Palermo e all’intera Umanità.

 

 

Per approfondire:

R. Fagiolo “L’ombra di Caravaggio”, Edizione Speciale per il Corriere della Sera, 2017; A. Della Bella Diritto on line “Carcere duro” in www.treccani.it; www.ilfattoquotidiano.it sez. attualità, “Palermo, il caso del Caravaggio rubato. Per la commissione antimafia non è stato distrutto” del 28 maggio 2018.

Denaro, potere … e la magnificenza dell’arte

Esiste un sottile file rouge che nel tempo lega indissolubilmente denaro e arte.

Il nostro straordinario patrimonio artistico è il risultato del connubio tra diversi fattori: artisti dalle menti e mani sopraffine sono stati capaci di superare la meraviglia della natura, ma tanta genialità ha avuto la possibilità di esprimersi e diffondersi grazie a coloro i quali, per i fini  più diversi, hanno creduto e sostenuto (soprattutto finanziariamente) pittori e scultori divenuti pilastri della storia dell’arte. Senza il contributo di questi mecenati non avremmo Giotto, Leonardo, Raffaello, Michelangelo, Caravaggio,  Bernini e molti, molti altri.

L'immagina raffigura il Salvador Mundi - Leonardo, David - Michelangelo, Fuga in Egitto (dettaglio) Caravaggio, Angelo - Bernini

Salvador Mundi – Leonardo, David – Michelangelo, Fuga in Egitto (dettaglio) – Caravaggio, Angelo – Bernini

La Chiesa in questo percorso è stata di certo la protagonista avendo colto, forse più di chiunque altro, lo stretto legame tra potere e  capacità comunicativa delle immagini, considerato che all’epoca quasi nessuno dei fedeli sapeva leggere. La magnificenza delle chiese e la forza evocativa delle opere realizzate diventavano l’espressione della potenza e bellezza di Dio, diffondendone il culto in Terra con l’effetto di consolidare il già forte potere ecclesiastico.

L'immagina raffigura la Basilica di San Pietro - il Baldacchino del Bernini, Roma

Basilica di San Pietro – il Baldacchino del Bernini, Roma

Ma non vi fu solo la Chiesa. Nel Rinascimento i ricchi mercanti erano divenuti banchieri in grado di finanziare Papi e Sovrani in guerre e lotte di ogni genere; anch’essi avevano compreso come il potere potesse essere rafforzato e ammantato di una luce benevola quando il denaro passava attraverso la bellezza.

L'immagine raffigura unDettaglio della Venere di Botticelli, Galleria degli Uffizi, Firenze

Dettaglio della Venere di Botticelli, Galleria degli Uffizi, Firenze

Fu così che accanto alle proficue attività finanziare dei Medici e degli altri banchieri toscani –  dai Pazzi di Firenze ai Chigi di Siena – fiorirono i collaterali rapporti con il mondo della cultura e dell’arte. Gli artisti, a loro volta, erano perfettamente consapevoli che la “sponsorizzazione” giusta, quella più illustre, poteva valere la loro fortuna.

Nonostante i secoli trascorsi, le cose  non sono molto cambiate: si trattava – e si tratta tutt’oggi –  di una questione d’immagine. La realizzazione di grandi capolavori dava lustro e fama al mecenate e, talvolta, serviva a lavarsi la coscienza di fronte alla collettività e a Dio, qualora la ricchezza provenisse da fonti non sempre lecite, usura in primis.

Interessante è la storia di Agostino Chigi: senese, figlio di banchieri, già nel corso del suo apprendistato con il padre rivelò spiccate doti imprenditoriali, unite a un’educazione raffinata e a un notevole savoir faire nelle relazioni sociali.

L'immagina raffigura il ritratto di Agostino Chigi

Agostino Chigi – Ritratto

L’occasione d’oro gli si presentò quando Alessandro VI Borgia decise di passare la gestione delle finanze pontificie al banco degli Spanocchi, presso i quali il ragazzo lavorava: Agostino riuscì a conquistare la simpatia del pontefice e iniziò a finanziare il figlio Cesare Borgia.

In breve il giovane diventò molto di più del fidato banchiere del Papa: fu abilissimo nell’insinuarsi nelle maglie della gestione del potere, ottenendo importanti incarichi all’interno del Vaticano, tra cui la direzione delle saline e la gestione della dogana. Poco più tardi accettò di finanziare Alessandro VI per cifre consistenti: il mutuo avrebbe dovuto essere restituito in tre anni circa, ma il Papa risultò inadempiente agli obblighi assunti. Pare che il Chigi non abbia promosso alcuna azione di recupero del credito, optando per una diversa strategia di rientro delle somme mutuate.

Con un vero colpo da maestro, riuscì a ottenere dal Papa la concessione dello sfruttamento delle miniere di allume a Tolfa: si tratta di un minerale essenziale nella tintura delle stoffe dell’epoca da esportarsi in tutta Europa. Con questa operazione l’attività imprenditoriale di Agostino prese il volo e diventò uno dei personaggi più ricchi d’Europa.

L'immagine rappresenta leMiniere di allume di Tolfa, Pietro da Cortona

Miniere di allume di Tolfa, Pietro da Cortona

Quanto al debito di Papa Borgia, l’estinzione dell’obbligazione fu frutto di un patto  compensativo tra i rispettivi crediti liquidi ed esigibili: da un lato quanto il banchiere doveva per la concessione di sfruttamento minerario, dall’altro il suo credito per le somme erogate a titolo di mutuo. Tre tranche di compensazione e il rientro fu integrale. Un accordo perfetto.

Lo stretto rapporto con Papa Borgia poteva rivelarsi un ostacolo per gli affari di Chigi quando alla morte di Alessandro VI gli successe Giulio II. Papa della Rovere detestava il predecessore come nessun altro: ricordiamo che rifiutò persino di occupare gli appartamenti papali abitati dal Borgia, poiché ritenuti pregni di peccato e convocò Raffaello affinché provvedesse ad affrescare le sue nuove stanze private cosicché fossero rispecchiate la grandezza e la levatura morale del nuovo pontefice.

L'immagina raffigura la Stanza della Segnatura in Vaticano

Stanza della Segnatura – Raffaello, Vaticano

Anche in questa circostanza Agostino Chigi agì da fine diplomatico: conoscendo le mire espansionistiche di Giulio II, si rese disponibile a far credito al nuovo Papa, il quale accettò senza tante remore l’offerta. Il legame tra i due fu sempre forte e solido tanto è vero che il Papa inquartò lo stemma dei Chigi a quello dei Della Rovere.

Come ogni banchiere che si rispetti, Agostino fu molto attivo anche sul fronte dell’arte: intorno al 1500 acquistò un terreno in Via della Lungara a Roma dove, su progetto dell’architetto toscano Baldassarre Peruzzi, edificò la sua Villa di rappresentanza destinata ad attività culturali e divertimento. L’immobile venne realizzato su due piani e ricorda le ville medicee per bellezza e prestigio.

L'immagina raffigura Villa Chigi a Roma

Villa Chigi, detta anche la Farnesina, Roma

Villa Chigi doveva essere la celebrazione dei successi professionali di Agostino e un tributo all’amore e ai sentimenti; il banchiere affidò l’appalto per le decorazioni niente meno che al Principe delle Arti: Raffaello. L’urbinate, che non ha mai perso un’occasione per aumentare il proprio prestigio, accettò l’incarico e realizzò lo straordinario  Trionfo di Galatea, dedicato all’amata di Agostino, Francesca Oderaschi non proprio nobili origini poiché precedentemente dedita all’antico mestiere.

L'immagine rappresenta il Trionfo di Galatea - Raffaello, Villa Farnesina, Roma

Trionfo di Galatea – Raffaello, Villa Farnesina, Roma

L’affresco è un inno alla sensualità femminile  e, nonostante fosse un’opera pagana con una protagonista al quanto discinta, il Papa si recò più volte in visita alla Villa tanta era bellezza di quel luogo.

Raffaello disegnò anche i bozzetti della Loggia di Amore e Psiche che venne affrescata dal migliore dei suoi allievi, Giovanni da Udine: l’ingegnosa idea di trasformare il soffitto in un pergolato regala allo spettatore l’illusione di entrare in un parco, mentre la favola della Ninfa Psiche che si innamora del bellissimo Cupido è rappresentata in ogni dettaglio sino al lieto fine.

L'immagina raffigura il soffitto della loggia di Amore e Psiche a Villa Farnesina

Loggia di Amore e Psiche – Villa Farnesina, Roma

Villa Chigi fu un successo, vi si tennero feste e banchetti grandiosi, ma ebbe vita breve: dopo i sette anni di convivenza Agostino e Francesca di sposarono, ma lui morì un anno dopo, lei a qualche mese di distanza e la Villa fu abbandonata sino al 1579 quando venne acquista dalla famiglia Farnese, da qui il nome attuale di Villa Farnesina.

Villa Chigi fu la massima espressione dell’incontro tra due mondi, quello della finanza e quello dell’arte spesso complementari l’uno all’altro.

L'immagina raffigura un Dettaglio Loggia di Amore e Psiche - Villa Farnesina, Roma

Dettaglio Loggia di Amore e Psiche – Villa Farnesina, Roma

Ma vi è di più, la bellezza di questa storia rinascimentale sta nell’incontro di due personalità uniche: Agostino e Raffaello,  giovani, appassionati della vita e, seppur con doti diverse, entrambi fuori dal comune, entrambi geniali; forse per questo riuscirono a comprendersi e completarsi regalandoci un capolavoro che è un inno all’amore e alla più sconsiderata bellezza.

L'immagina raffigura un Dettaglio Loggia di Amore e Psiche - Disegno di Raffaello, Villa Farnesina, Roma

Dettaglio Loggia di Amore e Psiche – Disegno di Raffaello, Villa Farnesina, Roma

 

 

Per approfondire:

U. Santarelli “Mercanti e società tra mercanti”, ed. Giappichielli 1992; C. D’Orazio “Raffaello segreto”, ed. Pickwik 2017; C. D’Orazio “Mercanti di bellezza”, ed. Rai Com SPA – Rai Eri 2017; T. Cartù “Sebastiano del Piombo a Roma 1511 -1547” ed. Federico Motta 2008; www.ilsole24ore.com “Il fiorino motore di bellezza nella Firenze del Rinascimento”, di V. Ronzani 20 settembre 2011.

Arsenico… e il delitto perfetto made in Italy

Per secoli il veneficio è stato il modo per commettere il delitto perfetto: il veleno era semplice da somministrare, non lasciava tracce ed era difficile - se non impossibile - da individuare come causa della morte, l’impunità del colpevole era pressoché garantita.

Per queste sue peculiarità, sin dai tempi dei Romani il veleno era considerato l’arma dei vili: secondo talune fonti, l’imperatore Antonino Pio considerava circostanza aggravante del crimine l’uccisione tramite avvelenamento.

L'immagine rappresenta il ritratto di Lucrezia Borgia

Lucrezia Borgia – Ritratto

Il principe dei veleni è da sempre l’arsenico: questo elemento è spesso associato a Lucrezia Borgia, la quale si dice fosse solita utilizzarlo per la preparazione della “Cantarella”, un composto venefico estremamente efficace, che secondo le cronache la figlia di Papa Borgia utilizzava senza remore a ogni occorrenza.

L'immagina raffigura il ritratto di Caterina de Medici

Caterina de Medici – Ritratto

Anche un’altra celeberrima italiana ne fece un largo e sapiente uso, Caterina de’ Medici regina di Francia. Si narra ch’ella fosse dedita allo studio e alla pratica delle arti chimiche, con una particolare propensione per i veleni: per questo convocò alla corte di Francia – quali esperti in “cosmetici” – due fiorentini, Cosma Ruggeri e Renato Bianchi, noti come speziali, i farmacisti dell’epoca. I due italiani, in realtà, avevano perfezionato particolari metodi di lavorazione dell’arsenico, che si presentava come una sottilissima polvere bianca quasi invisibile, tanto da poter essere somministrata con svariati espedienti e sotto diverse forme.

L'immagina raffigura gli interni del palazzo del Louvre

Palazzo del Louvre, interni – Parigi

I cibi e le bevande erano il sistema prediletto, perché il più semplice e sicuro; peraltro, il sapore del veleno era sempre coperto e mascherato dalle spezie abbondantemente presenti nelle pietanze. Le potenziali vittime, consapevoli dei rischi, erano ricorse ai più vari sistemi di protezione, arrivando a mangiare esclusivamente cibi preparati da loro stessi.

Caterina de’ Medici e suoi collaboratori non si persero d’animo ed escogitarono un altro raffinatissimo sistema di avvelenamento: la “camicia all’italiana”. Si prendeva una camicia e la si cospargeva nella parte bassa con la polvere di arsenico: quando l’indumento veniva a contatto con la pelle il veleno così assorbito iniziava lentamente a produrre i suoi effetti, senza mai alcuna evidente sintomatologia di veneficio, in quanto i progressivi, inesorabili peggioramenti potevano essere facilmente attribuiti ad altre diverse malattie.

L'immagine raffigura James Marsh inventore dell'omonimo test

James Marsh inventore dell’omonimo test

L’uso dell’arsenico si prolungò per diversi secoli, ma se inizialmente era appannaggio di Principi e Reali, con il tempo il suo uso si diffuse anche tra la gente comune, sino ad arrivare al famosissimo caso di Giulia Tofana e la sua “Acqua”. Dal 1836 grazie al “Test di Marsch”, ideato dal chimico inglese James Marsch, sarà possibile accertare la presenza di arsenico nei campioni prelevati dalle vittime.

E’ il primo barlume della moderna tossicologia forense… ma questa è un’altra storia.

 

Per approfondire:

F. Mari e E. Bertol Veleni ed. Le Lettere 2001

Il Cilindro di Ciro… il diritto quasi perfetto

I Diritti umani sono i diritti fondamentali, universali, inviolabili e indisponibili di ogni persona: ne sono espressione il diritto alla vita, alla libertà e all’istruzione, soltanto per citarne alcuni.
L'immagine rappresenta il Cilindro di Ciro

Il 10 dicembre 1948 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò e proclamò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: essa venne ufficialmente tradotta in cinque lingue e fu ordinato che fosse diffusa tra i Paesi membri con ogni mezzo a disposizione.

L'immagine raffigura Eleanor Roosvlet con la Dichiarazione dei Diritti Umani - New York 10 dicembre 1948

Eleanor Roosvelt con la Dichiarazione dei Diritti Umani – New York 10 dicembre 1948

Il percorso che ha portato alla Dichiarazione Diritti Umani è stato lungo e tortuoso, viene fatto risalire al Bill of Rights del 1689, cardine del sistema costituzionale britannico,

L'immagine raffigura la Dichiarazione d'indipendenza degli Stati Uniti d'America

Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America

passando per la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti sino la Dichiarazione del Diritti dell’Uomo e del Cittadino esito della rivoluzione francese.

L'immagine raffigura la Dichiarazione d'indipendenza degli Stati Uniti d'America

Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America

In realtà, il primo riconoscimento dei Diritti Umani è molto, molto più antico: ne abbiamo traccia intorno al 539 a. C., quando Ciro il Grande, re di Persia, conquistatore della città di Babilonia, noto come sovrano illuminato e attuatore di una politica libertaria in particolare a favore dei vinti, riconobbe i primi Diritti inviolabili.

L'immagine rappresenta un bassorilevo di Ciro il Grande

Ciro il Grande

Per suo volere venne abolita la schiavitù, concessa la libertà di culto, l’uguaglianza delle razze, il rispetto delle tradizioni e della cultura dei vinti.
Il suo decreto venne inciso in un cilindro di terra cotta, con scrittura cuneiforme in lingua accadica, oggi noto come il “Cilindro di Ciro”.
I precetti di Ciro il Grande sono stati tradotti nelle sei lingue ufficiali delle Nazioni Unite e i primi quattro articoli della Dichiarazione del 1948 riprendono lo spirito e i principi sanciti dalle norme dettate dal grande Condottiero. Oggi il Cilindro di Ciro appartiene alla collezione del British Museum,

L'immagine raffigura il British Museum

British Museum – Londra

ma una copia è conservata nel quartier generale delle Nazioni Unite a New York, nel salone del secondo piano, a ricordare sempre all’umanità come sia stato drammaticamente facile scivolare nei momenti più cupi e gravi della sua Storia ogni qualvolta essa si sia discostata dalle norme fondamentali e inviolabili della persona.

L'immagine raffigura il "Palazzo di Vetro", sede dell'ONU - New York

“Palazzo di Vetro”, sede dell’ONU – New York

Gli eventi hanno crudamente mostrato come lunga, difficile e costosa sia stata la risalita dal baratro, per questo la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo è quanto di più vicino possa esserci al Diritto Perfetto.

 

 

 

 

 

 

Per approfondire:

A. Cavanna “Storia del diritto moderno in Europa” Ed. Giuffrè 1982

Vendetta e giustizia

La vendetta non ha tempo: la riparazione del torto subito tesa a ristabilire la rottura dell’equilibrio per effetto del crimine, nasce con l’uomo ed è strettamente connaturata alla sua natura.

Nella Grecia antica la vendetta privata doveva essere proporzionata all’offesa, in tal modo si dimostrava anche il valore e la superiorità della vittima, la quale riacquistava il prestigio compromesso a causa del torto .

La vendetta non era un tratto peculiare soltanto degli uomini; anche gli Dei dell’Olimpo e gli eroi della mitologia  sapevano essere particolarmente vendicativi; il perdono e la nobiltà d’animo non erano certamente connotati di quelle divinità, dedite prevalentemente a vendette e ripicche consumate in ogni dove.

Si ricorda che  Eros, il Dio dell’Amore, tramò una sottile  vendetta nei confronti di Apollo, il quale l’aveva denigrato per non aver mai compiuto azioni eroiche, essendosi sempre limitato a scoccare frecce d’amore.

Eros Dio dell'Amore

Eros Dio dell’Amore

Per lavare l’offesa Eros centrò il cuore del Dio con uno dei suoi dardi d’oro facendolo perdutamente innamorare della ninfa Dafne; a lei scoccò una freccia di piombo, il cui effetto fu la totale repulsione per il bellissimo Dio del Sole.

Apollo le provò tutte: la inseguì, le elencò suoi poteri, tentò di convincerla in ogni modo, ma non ci fu nulla da fare;  stremata dal serrato corteggiamento di Apollo, la ninfa chiese aiuto al padre: fu così che, nel momento in cui il Dio del Sole la raggiunse, lei si trasformò in un bellissimo albero di alloro, lasciandolo solo con i suoi tormenti d’amore.

L'immagina raffigura un particolare di Apollo e Dafne - Gian Lorenzo Bernini, Galleria Borghese, Roma

Particolare di Apollo e Dafne – Gian Lorenzo Bernini, Galleria Borghese, Roma

Neppure gli eroi omerici potevano vantare condotte nobili e onorevoli. Il Pelide Achille non ci pensò due volte a ritirarsi dalla battaglia contro i troiani, lasciando i compagni in balia del nemico, perché Agamennone aveva liberato Briseide, la schiava di guerra assegnatagli in premio. Soltanto l’ardente desiderio di vendetta, scatenato dalla morte dell’adorato Patroclo per mano di Ettore, lo fece tornare sui suoi passi e la sua furia fu assoluta.

L'immagina raffigura il dipinto L'ira funesta di Achille di Charles Antoine Coypel

L’ira funesta di Achille – Charles Antoine Coypel

Neppure alcuni episodi della Bibbia sono esenti da tratti vendicativi. Giuditta – devota a Dio – non si fece tanti scrupoli con Oloferne: per salvare il suo popolo dall’assedio del re assiro, lei – bellissima e splendidamente abbigliata – si recò insieme alla sua serva presso la tenda di lui, manifestando l’intenzione di tradire la sua gente.

Oloferne – ovviamente – non resistette a cotanta beltà, la invitò prontamente al banchetto e poi a concludere la serata nel suo alloggio. Le cose non andarono come il re aveva immaginato: avendo ecceduto nei brindisi, Oloferne cadde presto in un sonno profondo. L’occasione era perfetta: lei prese rapida la spada e gli tranciò di netto la testa, riponendola in un cesto per le vivande. Poi, fece ritorno vittoriosa dal suo popolo.

L'immagina raffigurala il dipinto Giuditta con la testa di Oloferne di Botticelli, Galleria degli Uffizi, Firenze

Giuditta con la testa di Oloferne – Botticelli, Galleria degli Uffizi, Firenze

Con il tempo e il progredire degli ordinamenti, le vendette private truculente e senza  controllo  furono  sostituite dalle sanzioni comminate dallo Stato.

Una legge risalente agli anni 621- 620 a. C. vietò agli ateniesi la vendetta privata, prevedendo  una pena irrogata dallo Stato: la morte per l’omicidio volontario e l’esilio per quello involontario.

Inizialmente la pena aveva natura retributiva: lo Stato puniva con la sanzione il crimine commesso; in altre parole, veniva inflitto un castigo per il male di cui il soggetto si era reso responsabile.

Ben presto fiorirono le prime idee secondo cui la sanzione dovesse avere anche un effetto deterrente verso il compimento di futuri delitti: Platone sosteneva che la virtù potesse essere insegnata grazie alla pena così da garantire una maggiore sicurezza della collettività, mentre la natura retributiva passava in secondo piano.

Erano i primi barlumi dei caratteri della pena moderna, la quale presenta da un lato elementi di sanzione retributiva irrogata per il danno provocato alla collettività, dall’altro deve avere una finalità rieducativa, essendo tesa a riportare il reo sul giusto binario della legalità.

Per tali ragioni il nostro ordinamento riconosce diversi istituti premianti favore del detenuto,  concessi ben prima della scadenza della pena. E’ comprensibile che le parti offese fatichino  a comprendere tali “premi”, che vengono vissuti con  grande frustrazione, senso di abbandono  e  ingiustizia per l’evidente incertezza dell’entità della condanna.

L'immagina raffigura un particolare della Toga dei Giudici della Corte di Cassazione

Particolare della Toga dei Giudici della Corte di Cassazione

Negli ultimi trent’anni negli Stati Uniti e in Inghilterra sono sorti diversi movimenti a sostegno e tutela dei diritti delle vittime (Victim’s Rights Movements), i quali hanno portato alla presentazione di istanze avanti alla Corte Suprema americana per ottenere l’ammissione nella  “Sentencing phase” (fase di determinazione della pena dopo la condanna) delle testimonianze dei familiari delle parti offese. La finalità di queste richieste è quella di  portare agli occhi della Corte la sofferenza e il patimento subito dalla vittima e dalla sua famiglia per effetto del crimine.

L'immagina raffigura la Corte Suprema degli Stati Uniti d'America a Washington DC

Corte Suprema degli Stati Uniti d’America – Washington DC

I giudici statunitensi non hanno avuto decisioni unanimi sul punto, ma la questione è un’altra: oggi diversi studiosi sostengono che le vittime dovrebbero avere più voce, così da essere aiutate anche psicologicamente a superare il trauma subito.

Anche nel nostro paese da  più parti si auspica una riforma del sistema sanzionatorio: non si chiede di abbandonare il principio della finalità rieducativa della pena, ma che siano introdotti correttivi diretti a  garantire l’effettività della sanzione e la certezza del diritto, quale fondamentale e primaria espressione di civiltà di un moderno ordinamento giuridico.

 

 

 

Per approfondire:

E. Cantarella “Il ritorno della vendetta” ed. Bur 2007; L. Delpino “Diritto Penale – Parte Generali” Ed. Simone 2000

Il falsario che ingannò i nazisti

L’indurre taluno in errore con artifizi e raggiri al fine di trarne un ingiusto profitto, con altrui danno, è il tratto tipico della condotta del truffatore.

La truffa è un reato perseguito da tempo immemore, poiché strettamente legato alla natura umana, non sempre così attenta alla legalità e all’etica quando si parla del proprio tornaconto.
L’inganno è il cuore dei questo delitto, frequentemente perpetrato da soggetti dotati di un’intelligenza fuori dal comune, con spiccati talenti nel rappresentare attraverso credibili argomentazioni il falso per il vero, o nel far apparire ciò che non è.
I falsari di opere d’arte sono certamente tra i più celebri e – forse – tra quelli che destano minor sdegno, affascinando per l’abilità e l’ingegno. Han Van Meegeren, olandese dei primi del ‘900, era molto di più un falsario, era un vero artista con una forte propensione per Veermer, del quale non solo riprodusse alcune tele, ma ne dipinse di nuove attribuendole – con successo – al pittore del ‘600.

L'immagine rappresenta il falsario Han Van Meegern all'opera

Han Van Meegeren all’opera

Egli aveva fatto proprio il tocco e il tratto del fiammingo: utilizzava gli stessi colori, in particolare il blu di lapislazzuli con olio di lillà che stendeva con pennelli dell’epoca su tele originali del 1600. Aggiungendo della polvere riusciva persino a riprodurre la “craquelure”, ovvero quel reticolo di crepe che si forma con il tempo sulla superficie dei dipinti.

L'immagine rappresenta La cena di Emmaus - Falso di Han van Meegeren

La cena di Emmaus – Falso di Han Van Meegeren

I suoi falsi lo resero ricco, ma la beffa più grande fu compiuta ai danni dei nazisti. Nel 1942 si era sparsa la voce del ritrovamento in Olanda di un nuovo Veermer, “Il Cristo e l’adultera”: la notizia raggiunse presto anche alle alte sfere del partito nazista.

L'mmagine rappresenta "Il Cristo e l'adultera" - falso di Han Van Meegeren

Il Cristo e l’adultera – falso di Han Van Meegeren

Hermann Goering, luogotenente di Hitler, appassionato collezionista di arte non perse tempo e per evidenti “ragioni di Stato” si attivò per l’acquisto della tela.

L'immagine è la fotografia del gerarca nazista Hermann Goering

Hermann Goring

Al posto del pagamento del prezzo, i nazisti offrirono agli olandesi la restituzione di duecento opere precedente trafugate dal paese e acquisite al patrimonio tedesco. L’affare andò a buon fine: i nazisti non scoprirono mai di aver acquistato un falso e l’Olanda ritornò in possesso del proprio ingente patrimonio artistico.

Cinque anni più tardi, per una serie di sfortunate circostanze, Van Meegeren venne sottoposto a un processo con l’accusa di collaborazionismo per aver venduto opere d’arte al nemico nel corso della guerra: rischiava l’ergastolo. L’unica linea di difesa efficace contro quella pesantissima imputazione era ammettere la verità: egli stesso confessò alla Corte di aver rifilato ai tedeschi un falso Veermer.

L'immagine riporta un momento del processo di Han van Meegeren

Han Van Meegeren sotto processo

Rivelò di essere in grado di riprodurre perfettamente i capolavori del fiammingo, tanto è vero che molti suoi dipinti erano stati certificati e attribuiti senza dubbio a Veermer. Per l’accusa la confessione non era credibile: l’istruttoria dibattimentale fu molto articolata, vennero effettuate perizie e sentiti esperti senza arrivare ad alcun risultato definitivo: non vi era la certezza che i dipinti sottoposti alle consulenze tecniche fossero effettivamente dei falsi.

L’accusa chiese all’imputato di fornire le prove a sostegno della propria difesa. Per il falsario l’unico modo per dimostrare la veridicità di quanto asserito era riprodurre ancora una volta un’opera del fiammingo.

Il processo appassionò moltissimo l’opinione pubblica, che era schierata compatta con Van Meegreren: il falsario in poco tempo realizzò l’ennesimo capolavoro, mostrando all’accusa e alla Corte tutto il suo genio.

Le cronache raccontano come ancora oggi non si sia certi del fatto che tutte le opere esposte nei più prestigiosi musei del mondo attribuite al pittore Veermer siano davvero opera della sua mano… oppure se siano il lavoro di un genio indiscusso vissuto un paio di secoli dopo.

 

Per approfondire:

(Per approfondire: D. Polifonico tratto da Enciclopedia del Crimine – ©Fratelli Fabbri Editori, 1974)

Celebri evasioni

La Serenissima Repubblica di Venezia cosmopolita e decadente vedeva nel ‘700 il picco del periodo barocco con i suoi fasti, il lusso e le vite leggiadre, dove tutto - o quasi - era permesso.

Era la città nella quale, per gran parte dell’anno, tra le calli si potevano incrociare le maschere avvolte in neri tabarri, cosicché ogni identità rimanesse celata.
L’espressione più pura dello spirito veneziano dell’epoca fu Giacomo Casanova: laureato in legge, non esercitò mai ufficialmente la professione forense, colto e di gran fascino, libero pensatore, fine diplomatico, era celebre anche come scrittore e filosofo dall’eloquio scorrevole e seducente, forse troppo anche per la libertina Serenissima.
Nel luglio del 1755 Casanova fu arrestato, attraversò il Ponte dei Sospiri  e fu incarcerato ai Piombi, le celle poste nel sottotetto di Palazzo Ducale, famose per essere torride d’estate e gelide d’inverno. I veneziani lo sapevano: era difficile sopravvivere ai Piombi.

L'immagine rappresenta la prigione dei Piombi a Venezia

I Piombi, Palazzo Ducale, Venezia

Contrariamente a ogni garanzia a favore dell’indagato  – e spesso senza neppure la celebrazione di un processo – a quei tempi una persona poteva essere detenuta (e talvolta condannata) senza neppure conoscere quali fossero i capi d’imputazione di cui era accusata. Si trattava di un sistema strettamente inquisitorio: il diritto di difesa dell’imputato, al quale oggi è riconosciuta la natura di diritto inviolabile costituzionalmente tutelato, era soltanto un lontano miraggio.
Solo in seguito si apprese che  Casanova era accusato di blasfemia, detenzione di libri proibiti e circonvenzione di nobili anziani; tuttavia, diverse fonti storiche affermano che la vera motivazione dell’incarcerazione afferisse ai rapporti massonici intrattenuti dal veneziano.
Dal canto suo, Casanova riteneva che la libertà personale fosse un bene supremo e come tale anche al di sopra  della legge: di conseguenza, riconosceva a ogni carcerato  – colpevole o meno – il sacrosanto diritto di organizzarsi la fuga dalla prigione. Forte di questa convinzione non si diede per vinto e iniziò subito  ad approntare il suo piano per evadere.

L'immagine rappresenta un dipinto diCanaletto, Venezia Palazzo Ducale, Mesée du Louvre Parigi

Canaletto, Venezia Palazzo Ducale, Mesée du Louvre Parigi

In modo rocambolesco riuscì a procurarsi un ferro acuminato con il quale iniziò a scavare un passaggio: nonostante un primo fallimento, nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre 1756 Casanova riuscì nell’impresa di fuggire dai Piombi. Passò prima per il sottotetto e poi si calò da una finestra, quando fu notato da una persona che lo scambiò per un magistrato rimasto chiuso nel palazzo. La fortuna fu il suo salvacondotto: il portone di Palazzo Ducale gli venne aperto e lui riacquistò la libertà allontanandosi indisturbato su una gondola.

Si rifugerà in Francia e farà ritorno a Venezia soltanto dopo diciott’anni.
Celeberrime sono le suo Memorie scritte in francese, nelle quali egli racconta le avventure e le cadute di una vita vissuta comunque sempre al vertice.

L'iimagine rappresenta la locandina del film Casanoca del 2005

“Casanova”, film 2005

Per approfondire:

M.Vannucci “Casanova”, Ed. Polistampa  2002