Così vicini eppur così lontani

La notte di Natale dell’anno 800 a Roma Papa Leone III incoronò Carlo Magno imperatore del Sacro Romano Impero: era il barlume della nascita di quell’Europa moderna che vedrà la luce secoli più tardi.

L’impero comprendeva il cuore del continente europeo, dalla Francia alla Germania, dai Paesi Bassi sino a Roma; ne restavano esclusi i regni anglosassoni, la penisola iberica e i paesi scandinavi.

La cartina geografica raffigura l'estensione del Sacro Romano Impero

Il Sacro Romano Impero

Tralasciando gli aspetti strettamente politici e il susseguirsi degli eventi storici successivi alla caduta della stirpe Carolingia, nei secoli non è mutato il tratto culturale comune che predominava nel continente, affondando le sue radici nella gloriosa storia di Roma e della Cristianità a cui,  più tardi, si unirono le tradizione germaniche.

Gli effetti del Sacro Romano Impero e del mito – mai oscurato – della “Roma Eterna”  si riverberarono prepotentemente nel mondo del diritto: i ceti colti di quell’Europa primordiale aspiravano a creare un diritto comune per tutti i popoli dell’Impero.

Nel 1088 la scuola di Bologna, prima tra tutti, diede inizio allo studio scientifico del “Corpus iuris civilis”, la più grande codificazione del diritto romano voluta dall’imperatore Giustiniano, patrimonio universale della scienza giuridica di ogni tempo.

L'immagine raffigura l'imperatore Giustiniano

Imperatore Giustiniano, Ravenna

I giuristi bolognesi ritenevano le norme giustinianee il diritto all’epoca vigente e il loro indefesso lavoro di interpretazione ed elaborazione ne permise la rapida diffusione in tutto l’Occidente europeo.

Pagina del Corpus iuris civilis con le glosse dagli studiosi

Pagina del Corpus iuris civilis con le glosse degli studiosi

Erano gli albori di quelli che, secoli più tardi, sarebbero divenuti gli ordinamenti giuridici di “Civil law” (o di tradizione romanistica), connotati dalle grandi codificazioni iniziate nei primissimi anni del 1800; fu l’effetto dirompente della Rivoluzione francese a dare l’avvio al cambiamento: l’Ancien Régime venne spazzato via insieme ai suoi privilegi di casta e astuzie in danno ai ceti più bassi della popolazione. In Francia nel 1804 entrò in vigore il Code Civil (detto poi Code Napoléon): fu la prima creazione di un diritto per il cittadino, scritto nelle lingua nazionale in modo che fosse chiaro e comprensibile a tutti, senza alcuna distinzione sociale o di ceto.

L'immagina raffigura uno dei Bassorilievi nel Dome des Invalides che ricorda le Code Napoléon, Pari

Dome des Invalides – Bassorilevo che ricorda le Code Napoléon, Parigi

Nasceva il diritto codificato, inteso come quell’insieme di norme generali (si rivolgono a una serie indeterminata di soggetti) e astratte (disciplinano fattispecie ipotetiche) che il giudice è chiamato a interpretare e ad applicare nella decisione del caso concreto. Negli ordinamenti di Civil law il giudice soggiace sempre alla legge.

Particolare bassorilevo Dome des Invalides, Parigi

Particolare bassorilevo Dome des Invalides, Parigi

Dall’altra parte della Manica, nel 1066 con Guglielmo il Conquistatore inizia a formarsi un ordinamento basato sulla Common law: in sostanza, il “Diritto dei giudici”. In questo sistema  il diritto si forma sulla base dei principi giuridici ricavabili dalle sentenze nelle quali vengono enunciati i principi normativi.

I precedenti (Case Law) sono vincolanti per le decisioni dei casi successivi, mentre l’eventuale diversa decisione determina la nascita di un nuovo principio  di diritto da applicarsi alle fattispecie future.

A differenza dei sistemi di tradizione romanistica, negli ordinamenti di Common Law le norme scritte sono davvero marginali. Questo ha portato alla creazione di un diritto estremamente stratificato, in quanto i precedenti risalgono indietro nel tempo immemore con costante continuità. Si dice che non vi sia “Case Book”, o libro di testo per gli studenti di legge, che non inizi con la storia delle Corti inglesi e nel caso dello studio della moderna proprietà immobiliare l’inizio risale addirittura a Guglielmo il Conquistatore indicato come il “Point of departure” (punto di partenza).

Corte Suprema del Regno Unito

Corte Suprema del Regno Unito

Nei paesi anglosassoni il diritto è considerato autonomo rispetto alla Stato e – secondo talune fonti liberali – persino superiore allo Stato stesso e al potere esecutivo, cosicché alla magistratura sia garantita l’assoluta indipendenza.

Nel tempo, l’area dei paesi di Common law si è considerevolmente ampliata: ne fanno parte gli Stati Uniti, gli Stati africani del Commonwelth, la Nuova Zelanda, Israele e molti altri.

Entrambi i sistemi presentano pregi e criticità: gli ordinamenti di Civil law, connotati dalla creazione parlamentare delle leggi scritte, danno maggiori garanzie di certezza del diritto e democraticità. I precetti sono (o meglio dovrebbero essere) facilmente conoscibili e comprensibili dai consociati ai quali direttamente si rivolgono.

D’altro canto, queste le norme  precostituite possono rivelarsi inadeguate per taluni casi specifici e non idonee a recepire nuovi fenomeni, richiedendo l’intervento del Legislatore, spesso non sollecito come dovrebbe essere.

Dall’altra parte, il predominio dei Case law consente un rapido ed efficace adattamento delle norme al caso concreto e specifico, ma la mole esorbitante dei precedenti ne rende molto più complessa la “conoscibilità” da parte del cittadino con scarse garanzie di certezza del diritto.

Nei tempi recenti entrambi gli ordinamenti si stanno evolvendo, anche per effetto delle normative sovranazionali – europee in particolare –  che lentamente hanno introdotto nei sistemi anglosassoni un numero sempre crescente di leggi scritte, mentre nel continente va rafforzandosi sempre più il peso della giurisprudenza delle Corti superiori.

Bandiera Unione Europea

Bandiera Unione Europea

Si consideri che in Italia  la giurisprudenza  della Corte di Cassazione ha introdotto talune importantissime voci di danno: ne sono esempi il danno biologico (lesione psicofisica del soggetto medicalmente accertabile) o il danno esistenziale, frequentemente oggetto di risarcimento nei contenziosi in tema di responsabilità civile.

E il Diritto Perfetto? Solo il tempo avrà la risposta ma, verosimilmente, il miglior sistema giuridico sarà quello che riuscirà a far propri i pregi dell’altro per risolvere le criticità, purché sia sempre teso a garantire la certezza, la trasparenza delle norme giuridiche e il loro rapido adattamento ai nuovi casi e alle nuove realtà.

 

Per approfondire:

A. Cavanna “Storia del diritto moderno in Europa – Le fonti e il pensiero giuridico” Ed. Giuffrè 1982

Un teatro unico al mondo

“Il teatro Olimpico è un teatro d’altri tempi, realizzato in piccole proporzioni e di inarrivabile bellezza”, con queste parole Goethe descriveva il meraviglioso gioiello ideato e disegnato dall’inconfondibile mano di Andrea Palladio.
Immagine del teatro Olimpico a Vicenza

Fu commissionato al celebre architetto dall’Accademia Olimpica, istituzione culturale fondata a Vicenza nel 1555 da nobili, intellettuali e artisti – lo stesso Palladio ne era membro – il cui fine era quello di coltivare e diffondere tutte le arti: dalla musica alle lettere, alla filosofia, senza escludere lo studio della matematica, della medicina e l’esercizio delle armi con maestri di scherma ed equitazione.

Il costo per la realizzazione del teatro fu interamente sostenuto dagli Olimpici: a chi contribuì venne assegnata una delle statue – a sua immagine –  collocate sopra la gradinata; la posizione di ciascuno dipendeva  dall’entità del contributo versato.

L'immagine è la fotografia dell'interno del teatro: la gradinata con il colonnato e le statue

Teatro Olimpico – Colonnato e statue

Per il progetto Palladio s’ispirò dichiaratamente ai teatri romani descritti da Vitruvio, con una cavea gradinata ellittica, circondata da un colonnato con statue sul fregio. Purtroppo l’architetto  non vide mai la realizzazione del suo progetto e l’opera venne portata a compimento dal figlio Silla, che la consegnò all’Accademia nel 1583.

Ritratto di Andrea Palladio

Andrea Palladio

Il maestoso e coreografico proscenio, che riproduce le sette vie di Tebe, fu ideato da Vincenzo Scamozzi per la rappresentazione dell’Edipo Re di Sofocle: l’allestimento fu talmente suggestivo  che divenne parte integrante del teatro e può essere ammirato ancora oggi.

Immagine del proscenio del Teatro Olimpico ideato da Vincenzo Scamozzi

Teatro Olimpico – Proscenio

Ora come allora chi accede all’Olimpico rimane stupito e senza parole per la meraviglia, la sensazione è di varcare una porta e tornare indietro nel tempo in un silenzio quasi surreale.

L’atmosfera è unica, difficilmente descrivibile se non si ha avuto la fortunata occasione di assistere a uno spettacolo o a un concerto. L’acustica è straordinaria: la musica arriva allo spettatore piena e limpida in tutto il suo colore, avvolgendolo completamente, persino il pianissimo – anche di un solo pianoforte – si sente chiaro e morbido,  portando con sé l’intero racconto del compositore.

La bellezza classica di questo teatro lo rese famoso già all’epoca, diventando altresì luogo di rappresentanza per accogliere Papi e imperatori; anche l’attività dell’Accademia continuò nei secoli successivi, sino al famigerato decreto Napoleonico del 25 aprile 1810. Il provvedimento dispose – tra l’altro – la soppressione di quasi tutti gli istituti e le corporazioni comuni, nonché – e soprattutto – delle associazioni ecclesiastiche di qualunque natura. Si salvarono soltanto alcuni enti religiosi, come i vescovati o le collegiate e altri elencati nel decreto.

La manovra era diretta ad appropriarsi subdolamente dei beni e delle ricchezze degli enti soppressi -, quelli religiosi in particolare – che d’amblée passarono in proprietà del Monte Napoleone (istituzione finanziaria preposta alla gestione del debito pubblico del Regno d’Italia). Si salvarono soltanto quei beni che per convenzione dovevano tornare a comuni o privati in caso di soppressione dell’ente.

L’Accademia Olimpica, prima di essere travolta dagli effetti del citato provvedimento, con una mossa astuta e a sorpresa, cedette la titolarità del Teatro Olimpico alla Città di Vicenza, salvandolo così dal trasferimento in mani  – anche solo indirettamente –  francesi, riservandosene l’uso perpetuo.

Ironia della storia: la strada dove sorgeva la sede dell’istituto Monte Napoleone è oggi uno dei luoghi più famosi al mondo per l’eleganza e il glamour: parliamo di  Via Montenapoleone a Milano.

Tornado all’Accademia Olimpica, fu riattivata nel 1843 e riprese la propria attività di diffusione culturale che perdura ancora oggi.

Il genio di Andrea Palladio ha regalato alla Città di Vicenza – e al Veneto – capolavori di  straordinaria bellezza: Goethe abbagliato dalla magnificenza dell’architettura palladiana, nel Diario di Viaggio 1786/1787, scrisse « V’è davvero alcunché di divino nei suoi progetti, né meno della forza del grande poeta, che dalla verità e dalla finzione trae una terza realtà, affascinante nella sua fittizia esistenza. »

Immagine della Rotonda del Palladio

La Rotonda di Andrea Palladio
(Villa Almerico Capra)

Tra le ville venete spicca la famosissima Rotonda (Villa Almerico Capra): l’edificio a pianta quadrata è posto sulla sommità di una dolce collina alle porte di Vicenza. Fu creata come luogo per l’intrattenimento colto ed è celebre per i suoi quattro loggiati uguali dai quali si può godere lo splendido paesaggio dei Colli Berici.

Vita della Rotonda e del giardino

La Rotonda – Il giardino

Grazie al Palladio la Città di Vicenza con il suo teatro-gioiello e le sue ville sono parte della Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco: l’Organizzazione, facente parte dell’ONU, fu fondata nel 1945, con il proposito di mantenere la pace e il rispetto dei Diritti Umani attraverso la diffusione della cultura e dell’educazione al rispetto e alla conservazione del Patrimonio dell’Umanità.

 

Per approfondire:

www.ilteatrolimpicovicenza.it; www.accademiaolimpica.it/lastoria; www.lombardiabeniculturali.it – fonti documentate – Legislazione Storica; www.istitutoveneto.it; www.unesco.it

Immensamente grandi alla scoperta dell’infinitamente piccolo

C’è stato un momento nel nostro recente passato in cui siamo stati il centro del mondo scientifico, raggiungendo la vetta del progresso: questo fu il risultato del prodigioso lavoro di una manciata di giovanissimi fisici dalle menti e volontà straordinarie.

Talvolta può accadere che le grandi imprese e i grandi successi siano funestati da eventi e decisioni i quali rappresentano la massima espressione dell’ottusità e della stupidità umana, indifferente e cieca al danno irreparabile provocato al proprio Paese.
La storia che ci portò ai vertici dell’eccellenza scientifica la scrissero – in poco più di un decennio (1926-1938) – i ragazzi di Panisperna, capeggiati da Enrico Fermi, fresco di nomina alla cattedra di fisica teorica a Roma e sempre protetti dal Senatore Orso Mario Corbino, loro mentore.
Corbino fu fisico illustre e Direttore dell’Istituto di Fisica di Roma che guidava con spiccata e ferma volontà innovativa: dotato di un’intelligenza rapida e prodigiosa, abbinata a notevoli capacità imprenditoriali, era persona molto gioviale, abilissima a muoversi con diplomazia tra i meandri accademici. Questo gli consentì di avere presso il proprio dipartimento le menti migliori.
Poco dopo l’insediamento Fermi chiamò da Firenze il suo grande amico e compagno d’università Franco Rasetti, particolarmente abile nella parte della fisica sperimentale.
Il progetto sullo studio degli atomi – obiettivo primario di Corbino, Fermi e Rasetti – era estremamente ambizioso e la concorrenza internazionale più che agguerrita (Dirac, Einstein, Curie solo per citarne alcuni), per cui vi era la concreta esigenza di creare un gruppo lavoro e ricerca con studenti brillanti e capaci.
Fu così che entrarono nei laboratori di Via Panisperna Emilio Segré, di famiglia ebraica, detto il Basilisco per il carattere particolarmente fumantino; Ettore Majorana, siciliano, soprannominato il Grande Inquisitore per il carattere introverso e un po’ pessimista. Le sue capacità matematiche e analitiche erano strabilianti: si racconta di una sfida con Fermi per la risoluzione di un’espressione particolarmente complessa che il docente risolse rapidissimo scrivendo i vari passaggi su una lavagna. Contemporaneamente Majorana giunse all’identico risultato, solo che il calcolo l’aveva fatto a mente.
Completavano il gruppo Edoardo Amaldi detto l’Abate, Oscar D’Agostini il Chimico e il più giovane della banda – appena diciottenne – Bruno Pontecorvo, appellato da tutti come il Cucciolo.

L'immagine è la fotografia del gruppo di via Panisperna; ci sono D'Agostino, Segre, Amaldi, Rasetti e Fermi

Da sinistra: Oscar D Agostino, Emilio Segre, Edoardo Amaldi, Franco Rasetti ed Enrico Fermi.

Con i mezzi e le attrezzature messi loro a disposizione da Corbino, gli esperimenti e progressi si susseguivano senza tregua: le cronache raccontano di un ambiente fervente di idee e ricco di entusiasmo, dove il contributo di ognuno era parte di un tutto per arrivare alla grande scoperta.
La svolta avvenne in un pomeriggio del 1934, quando il gruppo guidato da Fermi sperimentò il bombardamento di una lastra di paraffina (materiale contenente idrogeno) con neutroni (particelle prive di carica): il risultato li lasciò attoniti e increduli, avevano provocato la prima fissione nucleare della storia. Era stata scoperta la possibilità di produrre radioattività artificiale. Verosimilmente, nessuno di loro colse subito l’enorme portata del risultato raggiunto, il quale sarà il punto di partenza della radiomedicina e – purtroppo – della creazione della bomba atomica.
Corbino, orgoglioso dei traguardi raggiunti dai suoi ragazzi e nonostante le resistenze di Fermi, rese pubblici i risultati ottenuti in occasione di un incontro all’Accademia dei Lincei alla presenza del Re Vittorio Emanuele III. In pochi mesi l’effetto della scoperta, ormai sotto gli occhi anche della comunità scientifica internazionale, catapultò il piccolo laboratorio di Via Panisperna in testa tra i centri di fisica nucleare più avanzati al mondo.
Il tempo passa e le cose cambiano: la guerra incombe e nel 1937 improvvisamente muore Orso Mario Corbino. Il gruppo perde il suo punto di riferimento, il suo mentore, colui che li ha sempre protetti e garantito i mezzi per la ricerca. Nulla sarà più come prima.
E’ l’inizio della fine dell’avventura; il punto di non ritorno va fissato ai primi di settembre del 1938, quando vennero promulgate le famigerate leggi razziali che, sull’assunto dell’esistenza di una pura “razza italiana”, introducevano una serie misure dirette – secondo l’ideologia fascista – alla conservazione di tale razza.

L'immagine è la fotografia della testata del Corriere della Sera del 1938

Testata del Corriere 11 novembre 1938

Sono passati ottant’anni da quegli aberranti provvedimenti antisemiti, che vietarono agli ebrei – tra l’altro – l’esercizio delle professioni, del commercio, di possedere terreni e di lavorare nella pubblica amministrazione. Venne loro impedito di insegnare nelle scuole statali o parastatali di qualsiasi ordine e grado e chi svolgeva tali attività dovette abbandonarle. Molti furono costretti a lasciare il paese, furono vietati anche i matrimoni misti, mentre in caso di convivenza more uxorio si rischiavano sino a cinque anni di carcere.

Fotografia del manifesto del razzismo italiano

Manifesto del Razzismo Italiano

Erano gli albori di quell’incubo che attraversò l’Europa lasciando orrore e cicatrici indelebili che neppure il tempo ha potuto attenuare e – forse – è meglio così… a futura memoria dell’oblio in cui può cadere l’umanità.
Nello stesso anno Fermi vinse il premio Nobel per la fisica: il riconoscimento andava a tutto il gruppo di lavoro per l’impegno e l’indefessa dedizione al progetto. Al prestigioso evento il regime dette scarsissimo rilevo, in ragione del fatto che Fermi non era un “puro”, in quanto la moglie aveva origini ebraiche.

L'immagine è la fotografia della consegna del Premio Nobel a Fermi nel 1938

Enrico Fermi ritira il Premio Nobel, 1938

Quanto agli altri, Segrè lasciò il paese per sfuggire ai nazisti e nel 1959 ricevette anch’egli il premio Nobel per la fisica, Rasetti rientrò a Firenze e poi si trasferì in Canada, Pontecorvo proseguì l’attività di ricerca in Russia, mentre Ettore Majorana scomparve la sera del 25 marzo 1938 senza lasciare alcuna traccia. Il mistero della sua fine risulta ancora oggi irrisolto.
Le nefande leggi razziali vennero abrogate nel 1944. La Costituzione entrata in vigore nel 1948, per scongiurare il ripetersi di quanto accaduto e nel contempo tutelare l’individuo in quanto tale, ha conferito rilevo costituzionale ai diritti inviolabili dell’uomo (art. 2) – tra cui spiccano il diritto alla vita, all’integrità personale e alla libertà di pensiero – e sancito il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge (art. 3) senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni personali. Secondo talune fonti, l’inserimento del termine “razza” nella norma in questione fu oggetto di numerosi confronti tra i Padri Costituenti: alla fine si optò per l’attuale formulazione per non dimenticare le leggi razziali e lo scempio dell’umanità perpetrato dal nazifascismo.

Da qui il gruppo si disperse e, nonostante l’amicizia che li legava, tutti abbandonarono Via Panisperna. Fermi partì con la famiglia per Stoccolma dove ritirò il Nobel indossando un elegante frac anziché la camicia nera; s’inchinò al cospetto del Re di Svezia, gli strinse la mano senza fare il saluto romano. Non rientrò in Italia e si trasferì negli Stati Uniti.
Quanto agli altri, Segrè lasciò il paese per sfuggire ai nazisti e nel 1959 ricevette anch’egli il premio Nobel per la fisica, Rasetti rientrò a Firenze e poi si trasferì in Canada, Pontecorvo proseguì l’attività di ricerca in Russia, mentre Ettore Majorana scomparve la sera del 25 marzo 1938 senza lasciare alcuna traccia. Il mistero della sua fine risulta ancora oggi irrisolto.
Le nefande leggi razziali vennero abrogate nel 1944. La Costituzione entrata in vigore nel 1948, per scongiurare il ripetersi di quanto accaduto e nel contempo tutelare l’individuo in quanto tale, ha conferito rilevo costituzionale ai diritti inviolabili dell’uomo (art. 2) – tra cui spiccano il diritto alla vita, all’integrità personale e alla libertà di pensiero – e sancito il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge (art. 3) senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni personali. Secondo talune fonti, l’inserimento del termine “razza” nella norma in questione fu oggetto di numerosi confronti tra i Padri Costituenti: alla fine si optò per l’attuale formulazione per non dimenticare le leggi razziali e lo scempio dell’umanità perpetrato dal nazifascismo.

Per approfondire:

(Bibliografia: G. Colangelo e M. Temporelli “La banda di via Panisperna” – Microscopi –ed. Hoepli 2015; L. Paladin “Diritto Costituzionale” ed. Cedam 1991; Sitorgrafia: fisicisenzapalestra.com “Quei ragazzi di via Panisperna: quando il “Papa” ebbe l’idea di usare i neutroni lenti” di Matteo Barbetti; corriere.it “Extra per voi” Lo Scaffale della storia: “Il fascismo e gli ebrei: così nel 1938 le e leggi razziali arrivarono anche in Italia” D. Messina; lacostituzione.info “La parola “razza” e le Costituzione” di G. De Michele)

La Calunnia è un venticello…

“La calunnia è un venticello, un'auretta assai gentile che insensibile, sottile, leggermente, dolcemente incomincia a sussurrar…”: si apre così la celebre aria di Don Basilio nel Barbiere di Rossini, che continua in un crescendo inesorabile che avvolge e travolge la vittima.

La falsa attribuzione avanti all’Autorità di una condotta delittuosa è pratica antica come il mondo e sostanzialmente i connotati di questo odioso reato nel tempo non sono mutati più di tanto.
Ne abbiamo traccia già nel IV secolo a. C.: ne fu vittima Apelle di Efeso, il più noto pittore dell’epoca; il fatto è precisamente narrato dal sofista greco Luciano nel suo trattato “Non bisogna prestar fede alla calunnia “: si racconta come il pittore Antifilo – rivale di Apelle – avesse riferito a re Tolomeo che la rivolta di Tiro sarebbe stata suggerita da Apelle stesso, il quale nel corso di un banchetto avrebbe dato tutte istruzioni del caso a Teodoto governatore della Frigia.
Re Tolomeo, appresa l’accusa di cospirazione in capo al suo artista di punta, al quale aveva concesso innumerevoli benefici, non avviò alcuna istruttoria, né richiese di quali prove l’accusatore potesse disporre: si scagliò contro Apelle, apostrofandolo duramente e condannandolo a morte per decapitazione.
Soltanto un compagno di prigionia dell’artista, colpito dalla sfrontatezza di Antifilo, ebbe pietà di Apelle e testimoniò la verità di fronte al Re Tolomeo, riferendo che il pittore mai si era recato a Tiro: egli era innocente e del tutto estraneo ai fatti contestati.
Il re Tolomeo tornò sui suoi passi e per riparare all’incauto giudizio diede cento talenti ad Apelle, consegnandogli Antifilo come schiavo.
Apelle, a futura memoria, dipinse un quadro nel quale era illustrata la sua vicenda: l’opera fu dettagliatamente descritta da Luciano ed era nota agli artisti del rinascimento.

L'immagine rappresenta la Calunnia del pittore Apelle

F. Zuccari “La calunnia di Apelle” – Disegno

Nel 1494 Botticelli, in una celebre e straordinaria allegoria, rappresentò la calunnia in danno di Apelle, l’opera è oggi custodita alla Galleria degli Uffizi. Gli elementi del reato vi sono tutti: la Calunnia che trascina la vittima davanti al re, porgendogli una fiaccola senza luce, in quanto fonte di una falsa conoscenza.
L’Ignoranza e il Sospetto sussurrano alle orecchie d’asino del Re, così rappresentato come pessimo giudice.
Attrae l’attenzione una cupa figura nera incappucciata: è il Rimorso, o pentimento, che consegue all’accertamento della calunnia, mentre guarda sottecchi la statuaria e luminosa Verità.
Sono presenti anche l’Invidia e la Falsità che ancora oggi giocano un ruolo spesso determinante per la commissione di questo delitto. Tuttavia, l’elemento essenziale e dirimente è rappresentato dalla coscienza e volontà della falsa accusa mossa nei confronti della vittima avanti all’Autorità: il reo deve essere sempre consapevole dell’innocenza del calunniato.

Il particolare disvalore sociale della calunnia è ravvisabile nel fatto che il pentimento e il risarcimento monetario quasi mai elidono il danno provocato alla reputazione. Rimarrà difficile arginare il sospetto sotteso, il velato dileggio e quella chiacchiera che aleggerà ancora: al tempo e all’oblio la soluzione naturale.

Per approfondire:

G. Fiandaca E. Musco “Diritto Penale – parte speciale” Vol. II, tomo primo, I delitti contro la persona, ed. Zanichelli 2010

Una volta di stelle per rimettere il peccato.

La storia racconta di uomini che per redimersi da condotte disdicevoli, o peggio, hanno ritenuto di poter espiare i loro torti senza scontare la giusta sanzione, realizzando magnifiche opere destinate alla collettività, con il sotteso fine di lavarsi la coscienza davanti a Dio e alla Società.

Il Diritto Perfetto - Cappella degli Scrovegni

La storia della Cappella degli Scrovegni, capolavoro patavino frutto della delicatissima e innovativa mano di Giotto, non si discosta molto da tali abitudini: secondo le fonti, Enrico Scrovegni, esponente della nobile famiglia padovana, il 6 febbraio del 1300 acquistò da Manfredo Dalesmanini il terreno su cui – ancora oggi – sono visibili i resti di un’antica arena romana. Sembra che la compravendita sia stata agevolata dalla necessità del venditore di risolvere una difficile situazione finanziaria.

All’epoca gli Scrovegni potevano contare su un ingente patrimonio, frutto della sfrenata attività di usuraio di Reginaldo – padre di Enrico – il quale era odiato e detestato come nessun altro dai concittadini per aver crudelmente tratto ingenti profitti dalle loro difficoltà. Pare che alla sua morte, avvenuta nel 1301, il popolo volesse saccheggiare e dare alle fiamme il palazzo di famiglia, che si trovava dove oggi sorge il Palazzo del Monte di Pietà, vicino al Duomo.
L’odiosa pratica dell’usura ha radici nel tempo immemore ed è stata oggetto di ferme condanne dall’antichità sino ai giorni nostri ma, nonostante questo, risulta essere una piaga quasi impossibile da debellare.

Il Diritto perfetto - Cappella degli Scrovegni

La Cappella degli Scrovegni – Dettaglio


Ora come allora, tale condotta costituisce un crimine punito con severe sanzioni, in ragione della spiccata pericolosità sociale attribuitagli dall’ordinamento: per questo motivo l’originaria formulazione del reato del codice Rocco è stata ampliata, svincolandola dal presupposto dello stato di bisogno della vittima – troppo restrittivo per un’efficace politica criminale – spostandolo sull’ampio piano della difficoltà economica o finanziaria.
Purtroppo le cifre reali dell’usura sono difficilmente accertabili, vista la persistente ritrosia delle vittime a sporgere denuncia, sia per paura di ritorsioni e ricatti della più svariata natura, ma anche per un senso di vergogna connesso al fatto di essere stati costretti a ricorrere a un prestito usurario.
Questo forte elemento psicologico ha indotto il Legislatore a introdurre un Fondo di solidarietà per le vittime dell’usura, con l’obiettivo di motivare una reazione difensiva che consenta allo Stato la giusta e doverosa repressione di quest’indegno fenomeno.

Il Diritto perfetto - Cappella degli Scrovegni

La Cappella degli Scrovegni – Dettaglio


Per il fermo il disprezzo di tale delitto, Dante mandò lo Scrovegni padre dritto all’inferno, mentre il figlio – quasi se la sentisse – decise di erigere sul terreno dell’arena romana una Cappella, dedicata alla Vergine Annunziata, al fine riscattare l’anima perduta del genitore e nel contempo lavare – in via preventiva – anche la sua.
Durante i lavori di edificazione vibranti proteste furono sollevate dai frati Agostiniani del vicino monastero degli Eremitani, i quali denunciarono la difformità delle opere realizzate rispetto al progetto approvato dal Vescovo. Le doglianze dei religiosi erano fondate, poiché si stava subdolamente edificando una Chiesa – e non una Cappella privata – con tanto di campanile annesso. Questo avrebbe provocato un danno irreparabile per la vicina comunità di frati i quali avrebbero subito la concorrenza di questo nuovo edificio di culto.
Non vi è documentazione certa sull’esito della controversia, ma pare che gli Agostiniani l’abbiano avuta vinta, visto che non c’è traccia del campanile e le dimensioni del fabbricato sono quelle consone a una Cappella privata.
Per le decorazioni Scrovegni convocò Giotto, il pittore più in voga del momento, il quale aveva – tra l’altro – già provveduto ad affrescare Assisi.
L’artista realizzò un capolavoro – completamente restaurato nel 2002 – incentrato sul tema della salvezza e riconciliazione dell’umanità: la nota di modernità introdotta da Giotto fu chiaramente spiegata dal Vasari, il quale osservò come, per la prima volta nella storia della pittura, furono rappresenti gli affetti e le attitudini dell’uomo, la felicità, l’ira, il pianto e anche i colori riproducevano la più vivida realtà.
Un particolare è degno di nota e si colloca nell’ambito dell’antica rivalità tra le città di Padova e Venezia: si racconta che nella realizzazione del Giudizio Universale, che occupa la parete in fondo e conclude il ciclo delle Storie raffiguranti la redenzione umana, Giotto s’ispirò (c’è chi dice che fu molto di più di un’ispirazione) al Giudizio Universale della Chiesa della Santa Maria Assunta al Torcello, uno splendido mosaico di trecento anni prima. Diversi dettagli, quali la posizione del Cristo e il sangue che scorre per divenire fiamma dell’inferno, possono far supporre che l’artista avesse dato un’occhiata al mosaico veneziano, anche se la vera innovazione dell’opera patavina sta nei dannati collocati alla base dell’affresco. Per la prima volta sono rappresenti con dovizia di dettagli, in tutta la loro cruda e truculenta realtà, quasi a voler significare al mondo dei vivi l’eterna e ineluttabile dannazione delle anime perdute.

Per approfondire:

Fiandaca Musco “Diritto Penale Parte speciale – I delitti contro il patrimonio” ed. Zanichelli 2009

Philippe Daverio “Guardar lontano Veder vicino” Ed. Rizzoli 2013; 

treccani.it/scrovegni O. Ronchi; 

giuseppebasile.org/restauri/lacappelladegliscrovegni

www.giottoagliscrovegni.it

Un Angelo troppo bello…

Si racconta che un giovanissimo Leonardo lavorasse come apprendista presso la Bottega di Andrea Verrocchio a Firenze, quando il Maestro, intento a realizzare il “Battesimo di Cristo”, gli chiese di dipingere un angelo nell’angolo in basso a sinistra della tela: Leonardo, che già padroneggiava egregiamente la nuova tecnica della pittura a olio, realizzò un'incantevole figura, in una posizione del tutto naturale, con una bionda capigliatura fluente e lo sguardo limpido rivolto al Signore.
Il Diritto Perfetto - Vergine delle Rocce - Leonardo da Vinci

Il Vasari racconta che alla vista di cotanta bravura e bellezza “…l’Andrea mai più volle toccare i colori, sdegnatosi che il fanciullo ne sapesse più di lui…”. Il talento di Leonardo era evidente e straordinario, ma nonostante questo gli esordi non furono facili e, quando pareva avere “campo libero” a Firenze – atteso che gli artisti più anziani e quotati si erano trasferiti a Roma – fu mandato da Lorenzo il Magnifico a Milano presso la Corte del suo alleato Ludovico Sforza.
Qui entrò in società con i fratelli De Predis titolari di una loro bottega: gli artisti ricevettero una commissione da parte della Confraternita di Santa Maria della Concezione, avente ad oggetto – tra l’altro – la realizzazione da parte di Leonardo di una Madonna con Angeli e Santi.
Pare che tra le parti fosse stato sottoscritto un contratto, con la precisa descrizione della prestazione dovuta, compreso il colore delle vesti, il modo in cui i personaggi dovevano presentarsi e lo stile dell’opera.
Leonardo, per essere adempiente ai propri obblighi avrebbe dovuto attenersi alle condizioni contrattuali, ma è noto che genio e regole raramente vanno d’accordo e per l’artista i contratti erano una mera formalità.
Discostandosi clamorosamente dalle istruzioni pattuite, Leonardo realizzò un’opera straordinariamente bella, ma del tutto diversa da quella richiesta: il dipinto rappresentava un episodio che neppure compare sulla Bibbia, secondo gli storici dell’arte la fonte ispiratrice sarebbe nei Vangeli apocrifi, ovvero quelli mai approvati dalla Chiesa. Nessuno prima di allora aveva osato pensare di raffigurare una scena tratta da tali testi per una pala d’altare.
Difficile non riscontrare un inesatto adempimento della prestazione resa dall’artista, la quale – secondo la committente – andava ben oltre la “libera interpretazione” dell’episodio da rappresentare.
Oltre a questo, attraeva l’attenzione la figura dell’Angelo Uriel: la creatura divina portatrice di luce era talmente bella da essere considerata quasi inquietante, il suo sguardo magnetico, leggermente enigmatico, in modo del tutto inusuale era rivolto fuori dal quadro verso lo spettatore e quel viso era così perfetto da sembrare quello di una ragazza. Era troppo.
Prevedibilmente, committenti non furono per niente soddisfatti dell’opera e rifiutarono il pagamento concordato, offrendo una somma molto inferiore a quanto richiesto a saldo dagli artisti.
La controversia proseguì per qualche tempo, senza esiti positivi, tanto è vero che de Predis minacciò di vendere l’opera a terzi pronti a pagare un prezzo ben più alto.
Ludovico il Moro cercò di mediare tra le posizioni dei due contendenti, aprendo una vera e propria negoziazione, con tanto di “Consulenza tecnica” dell’epoca: vennero, infatti, convocati diversi esperti cosicché fossero rappresentate tutte le parti in causa; i consulenti avevano anche il potere di conciliare la lite – esattamente come accade oggi – ma non si raggiunse alcun accordo, ipotesi frequente anche questa ai giorni nostri.

Il Diritto Perfetto - Vergine delle Rocce - Leonardo da Vinci dettaglio

Vergine delle Rocce di Leonardo da Vinci – Dettaglio


Fu così che la Pala venne rimossa per volere degli artisti e si aprì un lungo contenzioso, che porterà Leonardo a dipingere una seconda versione della Vergine delle Rocce – oggi conservata a Londra – leggermente diversa: l’Angelo, sempre bellissimo, diventa una presenza più discreta, il suo sguardo non è più rivolto allo spettatore e anche il gioco di luce è riservato ai soli personaggi, mentre altre correzioni riguardanti il piccolo San Giovanni ne fanno una rappresentazione più accettabile per la committente, che posizionerà l’opera sull’altare della cappella dov’era destinata.
Il pagamento andò a buon fine, anche se l’attesa durò venticinque anni, in quanto gli artisti incassarono l’ultima rata del prezzo nel 1508.
La prima versione del capolavoro, esposta al Musèe du Louvre, rimane certamente quella più suggestiva e seppur siano passati più di cinquecento anni da quando la mano di Leonardo diede vita a quella meravigliosa efebica divina creatura, nessuno mai è rimasto inerte di fronte al suo languido sguardo in tralice.

Per approfondire:

“Il Leonardo segreto” di C. D’Orazio ed. Pickwick

La potenza dell’immagine tra appalti e subappalti.

Tra gli appalti più celebri della storia possiamo ricordare quello conferito da Papa Giulio II a Raffaello Sanzio. Dopo aver creato un forte Stato temporale, il Pontefice commissionò ai più noti maestri del tempo la realizzazione di opere d’arte di assoluta bellezza e dallo straordinario potere evocativo, al fine di rappresentare ed esaltare la potenza della Chiesa, avviando così la più intensa campagna d’immagine e comunicazione del Rinascimento.
Il Diritto Perfetto - La Scuola di Atene

I presupposti per garantire il massimo successo del progetto c’erano tutti, atteso che egli poté convocare alla sua corte artisti del calibro di Michelangelo, Raffello e non ultimo Bramante, al quale commissionò la realizzazione della nuova chiesa di Roma, quella che poi diverrà la Basilica di San Pietro.
Tra tutti questi grandi maestri Raffaello è forse il più interessante, non solo perché appena venticinquenne era noto per il garbo, l’eleganza e la raffinata educazione, ma soprattutto per come il giovane appaltatore gestì con maestria e sottile intelligenza la complessa situazione conseguente all’incarico di affrescare gli appartamenti privati del Papa.
Giulio II, infatti, aveva categoricamente rifiutato di occupare quelli precedentemente abitati da Papa Alessandro VI Borgia, per via della condotta non proprio specchiatissima del suo predecessore.

Il Diritto Perfetto - Il Parnaso - Raffaello

Il Parnaso – Raffaello


Raffaello accettò di buon grado l’appalto, ma i lavori erano già in parte iniziati e alcune opere realizzate da altri noti maestri del tempo, tra i quali spiccava il nome di Lorenzo Lotto. Per questi ultimi l’incarico al giovane artista rappresentava un grave danno, sia in termini patrimoniali che d’immagine.
Di questo Raffaello era ben consapevole, così come aveva coscienza di non avere l’esperienza necessaria ad affrontare da solo un’opera titanica come quella assegnatagli; quindi, optò per una soluzione alquanto innovativa e moderna: egli non allontanò i vecchi maestri, ma strinse con loro una proficua collaborazione.

Il Diritto Perfetto - Disputa del Sacramento

Disputa del Sacramento – Raffaello


Di fatto si perfezionarono dei contratti di subappalto, che conferivano ai vecchi maestri specifici incarichi e precise mansioni, il tutto sempre sotto la completa supervisione di Raffaello.
Il risultato fu epocale: la sola stanza della Segnatura regalò al mondo capolavori inarrivabili come la “Scuola di Atene” o la “Virtù e la Legge”.

Lo spirito imprenditoriale del giovane urbinate non si fermò qui: egli si circondò di giovani allievi, in una sorta di apprendistato dell’epoca, i più dotati divennero veri e propri collaboratori del maestro, portando alla nascita della Bottega di Raffaello.


Il lavoro dell’artista divenne così il frutto di un continuo e costruttivo confronto, dal quale nacquero capolavori di eterna perfezione e irraggiungibile bellezza.

Per approfondire:

A. Forcellino “Raffaello una vita felice” ed. spec. Corriere della Sera; C. D’Orazio “Raffaello Segreto” ed. Pickwick 2017

Michelangelo e l’inganno che gli valse la fortuna…

L’inganno, inteso come l’arte di far apparire vero ciò che è falso, costituisce il cuore della truffa, crimine di antica memoria, spesso perpetrato da menti con capacità particolarmente raffinate.
Il Diritto Perfetto - La pietà di Michelangelo

Pur essendo un reato contro il patrimonio altrui, di frequente viene visto con minor disvalore sociale rispetto al furto, verosimilmente per l’ingegno e la fantasia con cui il reo ha insidiosamente manipolato la realtà per percepire l’ingiusto profitto.
L’inganno può essere perfezionato con un raggiro di parole o argomentazioni, oppure con un artificio, ovvero la materiale alterazione della realtà, come quella che sembra essere stata realizzata da un giovanissimo Michelangelo Buonarroti.

Il Diritto Perfetto - Cupido Dormiente - Michelangelo

Cupido Dormiente – Michelangelo


Si racconta che tra il 1495 e il 1496 a Firenze l’artista fu contatto da due cugini di Lorenzo de Medici appena rientrati dall’esilio: giunti presso la bottega dell’artista, la loro attenzione fu attratta da un “Cupido dormiente” rappresentato nell’età di circa sei anni, a grandezza naturale; chiesero allo scultore se fosse possibile trattarlo per farlo sembrare antico, poiché avevano un compratore al quale potevano spacciarlo per autentico; per il lavoro gli avrebbero versato ben trenta ducati… un buon vantaggio per tutti.
Per alcune fonti, Michelangelo accettò la proposta; lavorò e affumicò il Cupido sino a che non risultasse antico di almeno un paio di secoli; lo consegnò ai due committenti, incassando il pagamento.
Qualche tempo dopo, uno dei due cugini de’ Medici ritornò presso la bottega dello scultore insieme a un gentiluomo giunto da Roma, tal Jacopo Galli: quest’ultimo chiese a Michelangelo di disegnare una mano; poco dopo lo schizzo fu pronto e il gentiluomo esclamò che non aveva dubbi su chi fosse allora lo scultore del falso Cupido antico venduto per duecento scudi al potente Cardinale Raffaele Riario, di cui Galli era il segretario. L’opera era senz’altro frutto dello straordinario talento del Buonarroti.
Jacopo Galli riferì che il Cardinale era piuttosto indispettito per la figuraccia conseguente all’ampia diffusione della notizia della truffa in suo danno, ma al contempo desiderava conoscere l’autore dello splendido Cupido e per tali ragioni invitava lo scultore a Roma.
Quando si dice la svolta della vita: Michelangelo accettò senza indugio e quando si trovò al cospetto del Cardinale, gli porse le sue scuse. Questi, da avveduto mecenate qual era, non sporse denuncia, ma volle che l’artista rimanesse presso la residenza del Galli, commissionandogli la scultura del Bacco, oggi esposta al Museo del Bargello a Firenze.
Sembra inizi così, con un condotta illecita rimasta impunita, l’ascesa nella Città Eterna dello scultore che – come nessun altro- ha saputo estrarre dal marmo più candido la fisicità intensa di un corpo umano o la sublime delicatezza di un volto di fanciulla.

Il Diritto Perfetto - La Pietà di Michelangelo - Dettaglio

La Pietà di Michelangelo – Dettaglio


Michelangelo non aveva ancora venticinque anni quando ricevette dal cardinale francese Jean Bilhères de Lagraulas, del titolo di Santa Sabina, ambasciatore del re di Francia, l’incarico di scolpire una Vergine con un Cristo morto da collocare presso la Cappella di Santa Petronilla, nella vecchia Basilica di San Pietro.
Jacopo Galli, che conosceva bene lo straordinario talento di Michelangelo ed era stato l’intermediario tra i due, prestò quasi una garanzia – anche se il termine è giuridicamente improprio – a favore dell’artista, scrivendo una lettera – oggi conservata presso l’Archivio di Stato – nella quale assicurava che la scultura sarebbe stata la più bella opera in marmo che Roma avesse mai avuto.
Michelangelo accettò la proposta e si recò a Carrara, dove si trattenne per nove mesi fintanto che trovò un blocco di marmo soddisfacente per lucentezza e perfezione.
Al suo rientro a Roma il rapporto negoziale venne formalizzato in un atto scritto datato 27 agosto 1498: si trattava di un contratto d’opera nel quale si specificava che il Cristo doveva essere a grandezza naturale. La peculiarità del contratto d’opera rispetto all’appalto, al quale spesso viene assimilato, va ravvisata nella predominanza del lavoro del persona rispetto agli altri mezzi a disposizione dell’obbligato (attrezzature, personale, immobilizzazioni…).
Nel caso di Michelangelo non è dubitabile l’assoluta dominanza della mano dell’artista in rapporto alla prestazione dovuta e ai mezzi a disposizione: si pensi che – secondo talune fonti- la delicata fase della levigatura del marmo, eseguita con pietra pomice, aveva portato conseguenze irreversibili alle mani dello scultore.
Il termine di consegna era fissato entro un anno dalla data della sottoscrizione del contratto, appena tre mesi in più del tempo occorso per procurarsi il marmo.

Il Diritto Perfetto - La Pietà di Michelangelo - Dettaglio

La Pietà di Michelangelo – Dettaglio


Dalla pietra Michelangelo estrasse un capolavoro assoluto: lascia attoniti la bellezza del giovane volto di Lei, quasi non potesse essere la madre figlio abbandonato sulle sue gambe, coperte da una veste dal panneggio ampio e morbido. Anche il volto del figlio ha lasciato andare la sofferenza, tutto trasmette una rassegnata serenità, quasi vi fosse – in fondo – la consapevolezza che con l’amore è stata vinta la crudezza della morte.
Roma rimase incantata dalla Pietà, come se fosse di fronte a qualcosa di prodigioso, mai visto prima per la sua lucentezza, lo splendore e la grazia, vera bellezza dell’anima.
La promessa di Jacopo Galli fu ampiamente mantenuta e mezzo secolo dopo Vasari colse più di ogni altro la meraviglia compiuta da Michelangelo, affermando «Non pensi mai, scultore né artefice raro, potere aggiungere di disegno né di grazia, né con fatica poter mai di finezza, pulitezza e di straforare il marmo tanto con arte, quanto Michelangelo vi fece, perché si scorge in quella tutto il valore et il potere dell’arte».

Per approfondire:

Fiandaca Musco “Diritto Penale Parte speciale” Vol. II, tomo secondo ed. Zanichelli pag. 170 e ss.

Costantino D’Orazio “Io sono fuoco” ed. Sperling & Kupfer 2018

Philippe Daverio “Il gioco della Pittura” ed. Rizzoli 2015

Vasari “Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)”, Grandi Tascabili Economici Newton, 2003)

L’immortale eterea bellezza.

"Vi è un lampo di vita fuggevole da acchiapparsi al volo ed egli l’esprime con un frego, in uno svolazzo, in un fiocco; lo suggerisce con un tocco rozzo o livido sulle labbra, con un cerchio paonazzo intorno a due occhi febbrili, lo fa tremare in un ricciolo di capelli ribelli su una nuca di donna. E lo fa bene". Con queste poche parole pubblicate ne “La Voce”, del marzo 1909, il grande artista toscano Ardengo Soffici descriveva l’arte di Giovanni Boldini.
Il diritto perfetto - Giovanni Boldini

A Parigi, nei primi del ‘900 pulsa il cuore della Belle Epoque, Giovanni Boldini diventa l’icona di quel mondo che esalta una sensuale femminilità, avvolta in sinuosi chiffon, sete trasparenti e audaci scollature; nessuno come lui sa trasportare sulla tela le immagini e le sensazioni che imboccano già la via della modernità.
Boldini fu il più celebre ritrattista dell’epoca, la sua tecnica pittorica fatta di “sciabolate di colore” era sempre alla ricerca del particolare perfetto, della bellezza sublime, sempre nel vorticare di virtuosismo unico.
Ritrasse nobildonne di mezza Europa, ma ebbe una relazione speciale con Marthe de Florian, raffinata, elegante, dalla ricca vita mondana, diventò la musa prediletta di Boldini.
Marthe viveva in un appartamento nell’ottavo arrondissement di Parigi, sulla rive droite, quartiere della borghesia, dove hanno sede l’Eliseo e il Ministero dell’Interno: ancora oggi non è chiaro a che titolo occupasse l’abitazione, anche se più fonti propendono per un rapporto di locazione, ma è certo ch’ella visse in quella casa sino alla sua morte avvenuta nel 1939. Dopo di lei, vi risiedette il figlio Henri Beaugiron, il quale a sua volta ebbe una figlia, Solange.
Scoppiò la seconda guerra mondiale, le truppe naziste invasero Parigi, il figlio di Madame de Florian con la bambina fu costretto a una fuga repentina: si chiuse alle spalle la porta di quell’appartamento che vide i fasti della Belle Epoque e trovò rifugio nel sud della Francia, senza mai più far ritorno.
Nel 2010 Solange Beaugiron moriva all’età di 91 anni: gli eredi all’atto di riordinare gli effetti personali della nonna, trovarono un contratto in virtù del quale la signora Solange si era impegnata a pagare l’affitto di un appartamento a Parigi, della cui esistenza nessuno di loro aveva contezza.
Sarebbe interessante conoscere gli aspetti legali della vicenda locatizia, in quanto generalmente alla morte del conduttore la locazione viene a cessare, trattandosi di un contratto tipicamente caratterizzato dall’intuitu personae, ovvero quel rapporto negoziale nel quale la considerazione della identità del contraente, o delle sue qualità personali, sono elementi determinanti del consenso di una delle parti.

Il Diritto Perfetto - La Femme en Rouge di Giovanni Boldini

La Femme en Rouge – Giovanni Boldini


È verosimile pensare che il figlio di Madame de Florian, dopo la morte della madre, abbia sottoscritto un nuovo contratto, oppure con il consenso del locatore sia subentrato in quello esistente.
È ipotizzabile, altresì, che il rapporto locatizio – sempre adempiuto dal conduttore con il pagamento dei canoni – si sia rinnovato negli anni e, in seguito alla morte di Henri Beaugiron, la figlia Solange sia subentrata al padre, in forza di una specifica clausola contrattuale, oppure per aver a sua volta sottoscritto un nuovo contratto.
Quello che è certo è che per quasi 70 anni gli eredi di Madame de Florian pagarono l’affitto di quell’appartamento parigino.
I nipoti di Solange – sorpresi dall’inusuale scoperta – contattarono l’esecutore testamentario nominato dalla de cuius: espletate le pratiche di successione, quest’ultimo, insieme ai parenti della defunta e alla polizia giudiziaria, si recò in quella che fu la casa di Madame de Florian.

Il Diritto Perfetto - l'Appartamento di Madame de Florian

L’appartamento di Madame de Florian


La porta venne forzata, i presenti entrarono, rimanendo attoniti e senza parole. Era come se il tempo si fosse fermato a settant’anni prima: tutto era rimasto immobile, persino i belletti e i profumi sparsi alla rinfusa sulla toilette da signora, con un paio di spazzole d’argento. C’erano riviste, un vecchio forno a legna, un pupazzo di Micky Mouse… quando qualcosa di assolutamente meraviglioso si palesò agli occhi dei presenti.
Il ritratto di una bellissima giovane donna, di profilo, i capelli morbidamente raccolti lasciavano cadere alcune ciocche ondulate, al collo delle perle… e quell’abito da sogno in seta rosa, con maniche ricche, che lasciava le scoperte spalle.
Era Marthe de Florian a 24 anni: Giovanni Boldini l’aveva ritratta come solo lui sapeva fare, fissando lo charme di una donna (e quello di un’epoca) sulla tela, regalandole l’immortalità di quel momento di eterea assoluta bellezza.
Il mistero per cui l’appartamento rimase chiuso per settant’anni non è stato chiarito, mentre il dipinto ha sbaragliato tutte le quotazioni dei precedenti Boldini, superando i tre milioni di euro; anche l’abito in seta rosa è stato ritrovato nell’armadio, insieme a diverse lettere ordinatamente raccolte da un nastro: erano quelle che lei e il Maestro Boldini si erano scambiati nel corso degli anni… la storia di un amore, la storia di una Musa. Per sempre.

Per approfondire:

L’arte, la libertà … e il coraggio.

“La bellezza salverà il mondo”: in queste famose parole si condensa lo spirito di colui che dedicò tutto sé stesso per recuperare le migliaia di opere d’arte che i nazisti sfacciatamente trafugarono dal nostro Paese.

Il diritto perfetto - Storia di Ruggero Siviero

Molti cittadini furono disposti a correre rischi e pericoli per salvare i capolavori della nostra storia e a ognuno di essi è rivolta nostra la gratitudine, ma tra tutti spicca il nome di Ruggero Siviero.
Fiorentino, colto e raffinato con una particolare attitudine per le pubbliche relazioni, divenne un impavido agente segreto nella Germania degli anni ’30, osservando e passando informazioni sulle modalità di confisca dei beni agli ebrei.
Nel ’38 iniziò a destare sospetti, per cui venne espulso dal territorio tedesco; poco dopo – forte di quanto appreso sul campo come agente infiltrato – iniziò la sua spericolata attività di protettore e cacciatore di opere d’arte, capeggiando un gruppo di antifascisti dediti anch’essi a contrastare la sottrazione di capolavori inestimabili per mano germanica.
È noto che i nazisti, oltre alle indicibili nefandezze di cui si macchiarono, erano soliti depredare il patrimonio artistico dei vari paesi europei: il Louvre venne svuotato, Olanda e Belgio pagarono un prezzo carissimo e la sorte italiana non fu diversa.
Non si può negare che i teutonici avessero pensato proprio a tutto, arrivando a costituire il “Kunstschutz”, ente diretto dal prof. Alexander Langsdorff – colonnello delle SS – il cui compito ufficiale era quello di proteggere le opere d’arte italiane dai danni che avrebbero provocato gli alleati, mentre in realtà era un sistema “legale” per razziare indiscriminatamente il nostro patrimonio artistico.

Il Diritto Perfetto - Bacco di Michelangelo

Il Bacco di Michelangelo


All’inizio del 1944 si vociferava che Goring avesse messo gli occhi su un meraviglioso dipinto del Beato Angelico – l’Annunciazione – collocato presso il Convento francescano di Montecarlo in San Giovanni Val d’Arno.
Il dipinto fa parte delle tre grandi tavole dell’Annunciazione, ma questa spicca per la magnificenza del colore espressa nella ricchezza della veste rossa e oro dell’Arcangelo Gabriele in contrasto con quella blu della Madonna. Un inarrivabile capolavoro del ‘400 italiano.
Siviero, che conosceva bene la passione per l’arte di Goring – il quale si era personalmente “trattenuto per evidenti ragioni di tutela e protezione” un terzo delle opere prelevate dal Louvre – non perse tempo, riuscendo ad avvisare la Soprintendenza, nonché due frati francescani del convento di Piazza Savonarola a Firenze.
Il dipinto venne immediatamente prelevato, nascosto e salvato dalle grinfie naziste. Grazie al suo intervento la tavola è oggi conservata presso la Chiesa di Santa Maria delle Grazie a San Giovanni Val d’Arno.
In seguito, Siviero fu protagonista di altri innumerevoli avventurosi recuperi, realizzati grazie a un’intensa ed efficacissima attività d’intelligence, unita a una caparbietà fuori dal comune, che comprendeva persino il pedinamento dei camion tedeschi carichi di tesori dal valore inestimabile.
A lui si deve il ritrovamento di capolavori di De Chirico, del Bacco di Michelangelo, del San Giorgio di Donatello, della Madonna del Divino Amore di Raffello, nonché di Hermes di Lisippo, oltre a migliaia di altri tesori impunemente trafugati.
Finita la guerra riuscì a far valere di diritto dell’Italia alle restituzioni come se fosse stato un paese occupato al pari dell’Olanda.

Il Diritto Perfetto: Madonna del Divino Amore di Raffaello

Madonna del Divino Amore di Raffaello


Ma il vero colpo di genio fu un altro, un tocco degno del più fine dei giuristi: Siviero affermò che gli acquisti da parte della Germania di opere d’arte avvenuti prima dello scoppio del conflitto erano invalidi, essendo stati il risultato di pressioni politiche e che, comunque, si trattava alienazioni in violazione delle norme di legge.
Sotto il profilo di diritto non fece altro che denunciare la nullità di quei contratti, poiché stipulati contra legem.
All’epoca l’attuale Codice Civile era già in vigore, risalendo al 1942: la nullità del contratto è disciplinata dagli art. 1418 e ss., dove si specificano con precisione le diverse cause di invalidità, che spaziano dalla mancanza di uno degli elementi essenziali del negozio (consenso, oggetto, causa e forma), all’illiceità di taluni di essi, prevedendo, altresì, una norma di chiusura secondo cui sono nulli tutti i contratti contrari a norme imperative.
Il negozio nullo non produce alcun effetto; in altre parole, è come se non fosse mai stato perfezionato: ne consegue un reciproco obbligo restitutorio in capo alle parti, le quali sono obbligate a rendere quanto ricevuto in esecuzione del rapporto invalido.
Verosimilmente, Siviero ricorse proprio a questa disposizione di generale di contrarietà alla legge per eccepire la nullità – e quindi l’assoluta inefficacia – delle cessioni di opere d’arte effettuate prima dello scoppio della guerra: nonostante le strenue resistenze tedesche, secondo cui tali rapporti esulavano da quanto statuito per le restituzioni post belliche, Siviero ne uscì vittorioso, consentendo il rientro in Italia del Gentiluomo di Memling e del Discobolo di Lancellotti.
Negli anni successivi Siviero continuò per conto dello Stato italiano la sua attività di recupero dei capolavori con clamorosi successi, dando un contributo unico nella storia della tutela del patrimonio artistico del nostro Paese.
Si spense a Firenze nel 1983, ma non senza aver cercato di dare, ancora un volta, il proprio apporto nella ricerca della Natività con i Santi Lorenzo e Francesco di Caravaggio rubata nel 1969 a Palermo e mai più ritrovata… ma questa sarà un’altra storia.

Per approfondire:

“Eroe e spia: lo strano destino di Rodolfo Siviero” di Daniela Cavini in Sette/Redazionale 14, 8/4/2017, pg. 56 e 57

“L’ombra di Caravaggio” di R. Fagiolo – I manuali del Corriere della Sera – L’arte come un romanzo n. 28 ed. Nutrimenti srl 200 ed. RCS MediaGroup Spa 2017