Il furto del secolo… e il delitto imperfetto.

Budapest. Notte tra il 5 e 6 novembre 1983. L’oscurità avvolge Piazza degli Eroi nel cuore della capitale Ungherese dove si erge il Museo delle Belle Arti, con la sua ricchissima collezione donata dai principi Esterhàzy. Nel silenzio gelido tre figure si arrampicano furtive sull’impalcatura dei lavori di restauro installata sul retro del museo.
Il Diritto Perfetto: il furto del secolo

Nonostante le ricchezze ospitate, il sistema d’allarme è fuori uso da tempo. I tre uomini, giunti al secondo piano, forzano senza difficoltà una delle finestre e, in men che non si dica, sono dentro. Si dirigono dritti verso la stanza degli italiani, staccano dal muro sette capolavori: un paio di Tintoretto, un Giorgione, altri due del Tiepolo e per finire due di Raffaello, “Ritratto di Giovane” e l’inestimabile “Madonna Esterhàzy”.
Quest’ultima è un piccolo quadro al quale il giovane Raffello doveva essere particolarmente legato: si pensa fosse una sorta di “diario” per ricordargli di quando lasciò Firenze per Roma, dove scrisse le più belle pagine della storia dell’arte. Nella Città Eterna proseguì il dipinto iniziato in Toscana, lo si deduce dai resti del Foro Romano rappresentati sullo sfondo, ma non lo portò a termine, rimanendo ancora visibile il disegno preparatorio da eliminare con le ultime pennellate di rifinitura.

Il Diritto perfetto - Il Museo di belle arti di Budapest

Il Museo di belle arti di Budapest


Torniamo al nostro furto: dopo appena una ventina di minuti i tre sono già fuori con il ricco bottino, dove due complici ungheresi li attendono a bordo di un’auto con la quale si allontanano indisturbati. Tutto secondo i piani.
Sino alla tarda sera di domenica 6 novembre nessuno si accorge di nulla, poi la notizia si diffonde a gran voce: il fatto è su tutti i notiziari del mondo. Nel frattempo la Polizia ungherese indaga: sul luogo del delitto si rinviene un cacciavite sul quale è impressa la dicitura “USAG”. Indizio o depistaggio? Qualche giorno dopo da un fiume emerge un sacco di iuta, dentro ci sono le cornici dei sette capolavori rubati: all’interno vi è un’etichetta che reca un marchio di fabbricazione, dove si legge “Porto Marghera”, località industriale vicino a Venezia, mentre si accerterà che il cacciavite non è americano, bensì prodotto da un’azienda milanese.

Il Diritto Perfetto - Ritratto di Pietro Brembo

Raffaello Santi – Ritratto di Pietro Bembo


La pista si sposta in Italia: inizia una stretta collaborazione investigativa tra i Carabinieri del Nucleo Tutela dei Patrimonio Artistico e la Polizia ungherese. Un altro particolare balza agli occhi: negli stessi giorni del furto, in Ungheria scompare una ragazza di sedici anni, che parla perfettamente l’italiano. Si segue anche quella pista: poco tempo e la giovane viene rintracciata in ambienti di dubbia fama, messa alle strette confessa quasi subito.
Era stata avvicinata da due italiani, si innamorò di uno di loro e per questo accettò di aiutarli, trovando un paio di complici che avrebbero dovuto fare da palo durante l’operazione. Identificati i due balordi, ben presto vennero acciuffati: in sede di interrogatorio, uno dei due raccontò il piano in ogni dettaglio, comprese le diverse ricognizioni effettuate nei giorni precedenti al furto per capire i tempi del giro delle guardie e per accertare quali fossero le misure di protezione poste a tutela delle opere.
Specificarono che la loro ricompensa per la collaborazione fu il “Ritratto di giovane” di Raffaello, valore 17 miliardi di lire dell’epoca, che pensarono bene di seppellire in un campo poco distante in attesa di tempi migliori per monetizzare. In breve il dipinto venne ritrovato in buone condizioni.
Nel frattempo, in Italia, i Carabinieri proseguono una meticolosa indagine alla vecchia maniera: indizi e riscontri, vagliati senza i grandi supporti tecnologici di oggi, portano in un bar di Reggio Emilia. Vengono identificati due personaggi, tali Ivano Scianti e Graziano Iori, i cui nomi erano già spuntati in altri reati connessi al mondo dell’arte.
Un altro nome emerge dall’indagine: si tratta di un certo Morini, proprietario di una Fiat Ritmo rossa, il quale che da qualche tempo viaggiava con una Citroen a noleggio. Che fine aveva fatto la Ritmo Rossa?
Gli inquirenti incrociano queste informazioni con gli ungheresi i quali, con un certosino lavoro di controllo delle immagini della frontiera, riferiscono che effettivamente una vettura identica a quella indicata aveva varcato il confine poco dopo il furto in direzione della Jugoslavia.
Il Morini venne sottoposto a interrogatorio: consapevole del rischio di finire in un carcere ungherese, iniziò con le prime ammissioni, dichiarando che la Ritmo Rossa si trovava presso un’officina meccanica in Grecia, essendo rimasto in panne durante una vacanza. Gli investigatori ritennero piuttosto strano il mese di novembre per andare in vacanza in Grecia…
Tutte le piste portano al mondo dei trafficanti di opere d’arte: la mente della banda risulta essere Scianti, ma né lui, né Iori risultano reperibili. Viene, quindi, allertata la Polizia greca, la quale accerta che, nei pressi del luogo dove sarebbe stata ricoverata la Ritmo rossa, vive un ricco appassionato di opere d’arte.
Ormai il cerchio si stringe e i quadri diventano difficilmente piazzabili, c’è troppo clamore intorno al caso, il mondo intero attende notizie; il timore è che vengano distrutti.
Invece, si verifica la svolta: una telefonata anonima perviene al capo del Servizio Interpol della Grecia, rivelando il luogo dove si sarebbero potuti ritrovare i sei dipinti rubati. Le Forze dell’Ordine si precipitano sul posto e in una cassa ritrovano le tele: tutte più o meno in buono stato.
C’è anche la Madonna Esterhàzy, forse quella che ha subito il danno maggiore, una crepa longitudinale dovuta al fatto di essere stata piegata, ma nulla di irreparabile. La notizia del ritrovamento fa il giro del mondo, con grandi onori alle Forze dell’Ordine di tutti i paesi coinvolti, evidenziando la grande efficacia della cooperazione investigativa internazionale.
Tralasciando le dimissioni della direttrice del Museo e altri vari strascichi, vi è dire che all’esito della celebrazione dei processi le pene comminate dagli ungheresi furono molto più severe di quelle dei Giudici italiani. I due complici di Budapest vennero condannati rispettivamente a 5 e 11 anni, mentre la ragazza minorenne, dopo il processo d’appello, rimase in libertà con l’obbligo di rigare dritta.
Gli italiani, autori materiali del fatto, furono condannati a pene comprese tra i 4 anni e 9 mesi e i 4 anni e sei mesi.
Il 30 dicembre del 2014, Ivano Scianti rilasciò un’intervista al quotidiano “Gazzetta di Reggio” dove raccontò tutta questa rocambolesca storia, compreso il clamoroso errore del cacciavite che pensavano fosse di fabbricazione americana, lasciato nel tentativo di depistare le indagini verso l’ipotesi del complotto contro un paese comunista, nonché del sacco di iuta con l’etichetta italiana. Tutto venne raccontato… tranne il nome del vero mandante del furto del secolo.

Per approfondire:

“L’ombra di Caravaggio” di R. Fagiolo, ed. speciale del Corriere della Sera n. 28

“Gazzetta di Reggio” di T. Soresina del 31 dicembre 2014

Il fruscio di un attimo fuggente.

Nella prima metà del ‘700 l’arte muta, si fa più viva e dinamica, diventa la rappresentazione di un momento per fissare sulla tela un’emozione, rimanendo sotteso il significato della storia. 
Il diritto perfetto: il fruscio di un attimo fuggente

La decorazione è sempre ricca e opulenta, un tripudio di sete, trine e merletti; dominano le linee morbide e gli arabeschi, i colori si attenuano e largo spazio viene lasciato al rosa e al celeste.
Nella celeberrima opera “I fortunati casi dell’Altalena” – meglio nota come “L’Altalena” – la superba mano di Jean-Honoré Fragonard ha magistralmente evocato lo spirito leggero, la bellezza e l’esaltazione del divertimento tipico di quel tempo. 
Inizialmente il committente, si pensa un nobile francese, si rivolse a Gabriel-Francois Doyen descrivendo con precisione quale doveva essere il contenuto dell’opera; Doyen, specializzato in dipinti religiosi, rifiutò l’incarico e lo passò al collega Fragonard, il quale realizzò quanto richiesto: un religioso spingeva la moglie del nobile sull’altalena, mentre lui nascosto dietro a un cespuglio spiava sotto la gonna della signora.
Il risultato fu un capolavoro di virtuosismo unito a un’evidente sensualità: l’allusivo movimento dell’altalena, la scarpetta che vola via, la gonna alzata dal vento che lascia intravedere le calze candide trattenute da una giarrettiera, mentre lui sdraiato tra i cespugli coglie l’attimo per guardare sotto la veste di lei, tutto sottende un esplicito messaggio erotico. 
Da sempre il sapiente gioco della seduzione passa anche attraverso il visto e non visto e lo sbirciare sotto la gonna delle signore pur essendo prassi antica è ampiamente diffusa ancora oggi. Talvolta può accadere che il sottile limite del corteggiamento e del gioco delle parti venga superato, scivolando in atteggiamenti che possono assumere connotati lesivi dell’immagine, del decoro e della libertà altrui.

Il Diritto Perfetto - Amanti nel Parco

Amanti nel parco – François Boucher

Il travolgente progresso tecnologico ha contribuito a creare dei voyeurs 3.0, i quali non si limitano più all’occhiata indiscreta, ma provvedono a immortalare l’evento a suon di clic di smartphone, o microcamere della più svariata natura e dimensione, con frequente condivisione social dell’ambita immagine-trofeo.
 L’upskirting, ovvero la pratica voyeuristica di scattare foto sotto le gonne delle signore, è in continua espansione, ma risulta difficile da perseguire legalmente, in quanto al momento non esiste una fattispecie di reato entro la quale sussumere tale spregevole condotta, in particolare nei casi in cui l’immagine sia stata “rubata” in un luogo pubblico.

Le cronache raccontano che neppure quando il voyeur 3.0, con più di 5000 immagini in archivio, è stato colto sul fatto (si direbbe in flagranza se ci fosse un reato), si è arrivati a una condanna e il Tribunale di Milano è stato costretto a pronunciare sentenza di assoluzione nei confronti dell’imputato, verosimilmente perché il fatto non costituisce reato.
 I Giudici non hanno avuto scelta: niente norma incriminatrice, niente condanna. Peraltro, va sottolineato come l’upskirting non presenti i connotati della violenza privata, mancando del tutto la coartazione della volontà delle vittime, le quali al momento del fatto erano ignare e inconsapevoli e mai ebbero contezza di essere fotografate; neppure può trovare applicazione la norma sulla molestia, in quanto l’atteggiamento che reca disturbo deve essere percepito dalla persona offesa, cosa che non avviene in siffatte situazioni.
Sotto il profilo civilistico qualsiasi risarcimento è stato escluso, non essendo stato possibile procedere con l’identificazione delle vittime, con conseguente impossibilità di dimostrare l’eventuale danno dalle stesse sofferto. 
L’upskirting non è un gioco di seduzione e neppure un corteggiamento un po’ fuori dagli schemi: si tratta, invece, di un’evidente violazione della dignità e dell’immagine della persona, indipendentemente dal fatto ch’essa ne sia consapevole o meno; per tali ragioni da più parti – anche a livello europeo atteso che il fenomeno è fortemente sentito nel Regno Unito – si chiede un pronto intervento con mano ferma da parte Legislatore… nel frattempo… ragazze usate pure la gonna corta, ma occhio all’occhio indiscreto.

Per approfondire:

www.finestresull’arte.it

Giulia, l’acqua… e il concorso nel delitto quasi perfetto.

Siamo a Palermo, prima metà del ‘600, Giulia Tofana è un’avvenente cortigiana di pagana bellezza, dotata di un’acuta intelligenza e uno spiccato senso per gli affari. L’intraprendente ragazza aveva frequentato per qualche tempo uno speziale e questo le dette la possibilità di disporre del più famoso ed efficace veleno dell’epoca: l’arsenico.
Il diritto perfetto: la storia di Giulia Tofana

Si può dire che Giulia fosse “figlia d’arte”, in quanto sembra che sua madre, o sua nonna, fosse Thofania d’Adamo, giustiziata per aver eliminato il marito “cum venificio propinato”.
Rispetto alla d’Adamo, Giulia aveva raffinato la tecnica di preparazione del veleno: grazie a una particolare procedura di ebollizione dell’anidride arseniosa, era riuscita a ottenere una soluzione altamente tossica a base di sale d’arsenico, la quale si presentava come una semplice acqua, del tutto inodore e insapore, quindi, somministrabile alla vittima designata con estrema facilità.
Dietro alla facciata di cortigiana d’alto bordo e fattucchiera, Giulia aveva avviato una fiorente attività basata sulla produzione e vendita della sua “soluzione”: come una vera donna d’affari, aveva provveduto anche al “packaging” del prodotto, che presentava in fiaschette di vetro di circa mezzo litro, costose ma non economicamente inaccessibili.
Venivano dettagliatamente fornite le corrette istruzioni d’uso: si dovevano somministrare poche gocce al giorno, tempo due settimane il risultato era garantito: la morte veniva scambiata per una forte gastroenterite, malattia all’epoca largamente diffusa, così tutti la facevano franca.
L’acqua Tofana era diventata il rimedio ideale per procedere a un “divorzio” rapido e senza le lungaggini giudiziarie che ben conosciamo, per eliminare le amanti che infestavano la felicità coniugale, oppure per portare a termine piani che prevedevano la morte del malcapitato di turno, come nel caso di successioni ereditarie maturate prima del termine naturale… poco importava che si trattasse di un parente, un fratello o un amico.
Giulia, grazie al suo lavoro, era diventata molto ricca e nessuno sospettava nulla, sino al giorno in cui vendette la sua acqua a un tale di nome Spadafora il quale, invece di seguire le istruzioni d’uso, propinò alla vittima tutto il contenuto della fiaschetta, facendolo morire in tempi brevissimi e con evidenti sintomi di veneficio.
Giulia era ben consapevole che in breve le indagini sarebbero arrivate a lei, per cui decise di lasciare Palermo immediatamente: destinazione Roma.
Dopo diverse traversie, giunse nella Città Eterna dove, in poco tempo e con le conoscenze giuste ottenute grazie alla sua “professione”, riavviò la sua redditizia attività commerciale.
Le sue clienti erano prevalentemente donne che non riuscivano a disfarsi dei mariti, per cui ricorrevano al drastico metodo dell’acqua Tofana: tale pratica delittuosa venne scoperta quando una di loro somministrò il veleno in dosi eccessive. La donna sottoposta a tortura rivelò che il preparato era stato prodotto e venduto da Giulia Tofana.
Fermo restando che all’epoca i Tribunali non andavano tanto per il sottile, anche oggi possiamo sostenere come la posizione della cortigiana fosse difficilmente difendibile dall’accusa di concorso nel reato di omicidio volontario.
Il concorso si perfeziona quando il crimine è il risultato della consapevole partecipazione di ciascun concorrente alla determinazione dell’evento criminoso: in altre parole, ogni soggetto agente deve aver volontariamente fornito il proprio contributo personale alla realizzazione del delitto.
Nel caso di specie, Giulia Tofana è stata una complice dell’autrice materiale del delitto: infatti, se è vero che la sua partecipazione al reato si è limitata alla fornitura del veleno – materialmente somministrato dalla moglie della vittima – è altrettanto pacifico che tale contributo causale si sia rivelato determinante per l’omicidio. Sotto il profilo sanzionatorio tutti i correi soggiacciono alla pena prevista il reato commesso.
Le cronache dell’epoca non raccontano di un processo penale a carico di Giulia Tofana e sembra che la sua morte sia sopravvenuta per cause naturali.
Non morì, invece, il segreto della sua “acqua”, che venne tramandato alla sua figliastra Girolama Spana, la quale continuò e sviluppò l’attività della matrigna insieme ad altre quattro donne. Le cinque “imprenditrici” vennero fermate soltanto dopo diversi anni: il processo destò grande scalpore, il numero dei decessi era da capogiro, pare che le vittime complessive fossero più di 600. Il Tribunale ritenne le cinque avvelenatrici tutte penalmente responsabili dei reati loro ascritti, condannandole alla pena capitale che poco dopo venne eseguita in Campo dei Fiori a Roma.

Per approfondire:

“Veleni Intrighi e Delitti nei secoli” di F. Mari e E. Bertol, ed. Le lettere 2003;
“Diritto Penale – Parte Generale” di F. Fiandaca – E. Musco Sesta edizione ed. Zanichelli 2014

L’arte del Profumo Perfetto.

Che cos’è un profumo? Il profumo è come la musica: contiene tre accordi, ognuno composto da quattro essenze: la testa, il cuore e la base, il tutto per dodici note in totale. L’accordo di testa racchiude la prima impressione dura pochi minuti per lasciare il posto al cuore, il tema dominante del profumo che dura alcune ore… e infine, l’accordo di base, la scia del profumo che rimane impigliata leggera nei ricordi (dal film “Il profumo”, 2006).
Il Diritto Perfetto: Iris nel giardino di Monet

Nulla è evocativo come il profumo e nulla sa dare quel tocco in più allo charme che rende indimenticabili, del resto la corteccia olfattiva nel cervello umano appartiene al rinencefalo, una strutture cerebrali dall’evoluzione più antica e complessa.
Innumerevoli sono le storie legate alle essenze, si sono snodate nel corso della storia e molto spesso sono partite dal nostro paese. Pensiamo che fu Caterina De Medici a introdurre il profumo alla Corte di Francia dopo aver sposato Enrico II: per lei l’Officina Profumo Farmaceutica di Santa Maria Novella a Firenze – tutt’ora esistente e che merita certamente una visita – aveva creato un’acqua a base di agrumi ed essenza di bergamotto; Caterina era talmente legata alla sua fragranza che portò con sé a Parigi anche Renato Bianco suo fidato profumiere il quale, subito ribattezzato René le Florentin, riscosse un enorme successo.
Sempre un italiano fu l’artefice di un altro successo storico: tutto ha inizio in un piccolo paese in provincia di Novara dove Gian Paolo Feminis, venditore ambulante, creò una profumata Acqua Mirabilis che a suo dire era in grado di guarire tutti i mali. Dopo qualche tempo il commerciante si trasferì a Colonia dove continuò la produzione della sua “Acqua” sempre più apprezzata.
Alla sua morte la formula della fragranza, composta dalle essenze di limetta italiana, bergamotto, neroli, arance, limoni e cedro, passò al nipote Giovanni Maria Farina, il quale era già titolare di una boutique di articoli di lusso come sete pregiate, merletti, guanti profumati, spezie e profumi. Nel 1701 l’erede entrò in società con il fratello, la cui dote peculiare era il “naso”.
La svolta arrivò quanto l’antica fragranza venne ribattezzata con un nome che per Farina doveva essere un tributo alla città doveva viveva, un nome che nel tempo è diventato storia: nasceva l’Acqua di Colonia.

Il Diritto Perfetto: acqua di colonia di Giovan Maria Farina

L’Acqua di Colonia di Giovan Maria Farina

Grandi furono le innovazioni apportate da questi italiani nella tecnica di produzione del profumo a partire dalla distillazione, all’uso dell’alcol puro, dai metodi di macerazione ed estrazione delle essenze, alla primissima qualità delle materie prime.
Per garantire l’autenticità del loro prodotto al marchio “Eau de Cologne” sull’etichetta venne aggiunto anche il nome di “Giovanni Maria Farina”; l’Acqua di Colonia di diffuse rapidamente in tutte le Corti d’Europa, arrivando nel tempo anche oltre Oceano, come testimoniano le numerose lettere provenienti da New York ritrovate nell’Archivio di Farina.
Dopo la morte di Giovanni Maria, la fiorente attività fu portata avanti dagli eredi e nei primi anni dell’800 venne fondata una fabbrica anche a Parigi: come spesso accade nelle grandi famiglie di imprenditori, nacquero forti contrasti, i quali nel caso di specie vennero descritti dallo scrittore drammaturgo Honoré de Balzac in uno dei suoi romanzi sulle beghe della borghesia francese.

Il Diritto Perfetto - Eau de Cologne

Pubblicità dell’Eau de Cologne di Jean Marie Farina


Tempo dopo il Farina di Parigi vendette il suo ramo d’azienda a Roger & Gallet, i quali poi promossero una causa contro Wilhem Mulhems per illegittimo sfruttamento del marchio “Farina”: la Roger & Gallet, quale legittima titolare del nome e del marchio, usci vittoriosa dal giudizio, in esito al quale venne imposto a Mulhen il divieto di utilizzare il nome “Farina” per contraddistinguere i propri prodotti, profumi compresi.
Mulhen non si perse d’animo e ribattezzò la sua profumazione, più economica e meno raffinata rispetto all’Eau de Cologne”, con il numero civico della sede della sua azienda: nasceva la “4711”.
Dall’altra parte, l’ascesa del marchio Farina non conosceva limiti, innumerevoli furono i riconoscimenti e i premi, tra cui spicca quello di Azienda fornitrice ufficiale della Regina Vittoria.
L’arrivo della modernità con l’introduzione di procedimenti chimici sempre più raffinati non ha eliso l’allure che permane attorno alla creazione di un profumo: questa rimane una forma d’arte, un’opera dell’ingegno e come tale quando presenti i connotati della creatività e originalità trova tutela nelle norme sul diritto d’autore.
Nell’ambito di una controversia che interessò un famoso marchio francese, il Giudice di primo grado, particolarmente saggio e accorto, ravvisava una similitudine tra la composizione di una fragranza e un’opera musicale: come la partitura musicale creata dal compositore consente la riproduzione dell’opera musicale, così la formula del profumo ne consente la riproduzione. L’eccezione secondo cui nel caso specifico di una fragranza la valutazione sarebbe troppo soggettiva, non esistendo un mezzo preciso attraverso il quale essa possa essere descritta, non ha trovato accoglimento nei giudici francesi i quali hanno sostenuto che la mancanza di una descrizione oggettiva non è un ostacolo all’applicazione della tutela della norme sul diritto d’autore qualora ne ricorrano i presupposti di legge.
Giusta decisione, pienamente condivisile… ma poteva essere diversamente in un paese che ha fatto dello charme e del profumo una delle sue bandiere?

Per approfondire:

accademiadelprofumo.it: Caterina de Medici e L’Acqua di Colonia