Giocami ancora

Ogni anno circa 300 milioni di palline da golf vengono perse o finiscono nei laghi o nel mare: il numero è enorme e lascia allibiti anche per l’impatto ambientale. In realtà, in ogni campo del mondo la caccia alla pallina persa è aperta ed è un vero business.

Il Golf è uno sport bellissimo, tra i più praticati al mondo: si gioca all’aria aperta immersi nella natura e i campi si trovano in luoghi particolarmente suggestivi.

L'immagina raffigura Golf Club Padova, sullo sfondo Villa Barbarigo, Valsanzibio (Padova)

Golf Club Padova, percorso giallo, sullo sfondo Villa Barbarigo, Valsanzibio (Padova)

La pratica del golf è molto più difficile e complessa di quanto si possa immaginare a prima vista: lo swing, il movimento da compiere per colpire la palla con la mazza, è quanto di più innaturale possa essere richiesto al nostro corpo.

 

L'immagina raffigura il back swing di Tiger Woods

Il back swing di Tiger Woods

Una minima variazione della postura, della presa del bastone, della rotazione possono portare all’errore, separandoci definitivamente dalla nostra pallina. Acquisire la sicurezza del movimento atletico richiede tempo, pratica e pazienza… molta pazienza.

 

Anche per i professionisti come il mitico Tiger Woods o il più giovane Rory Mcllory, veri e propri atleti con una preparazione fisica finalizzata a potenziare la forza del colpo, l’errore è sempre in agguato. Ma qual è il peggio che possa capitare durante una gara? Perdere la pallina: se accade (e agli amateur accade spesso) il giocatore “perde colpo e distanza”, in altre parole, incorre in un punto di penalità e deve ripetere il colpo tornando dove aveva giocato la palla perduta.

Che fine fanno le palle perse? In Italia sono di chi le trova: il golfista che le rinvenisse in campo le potrà tenere; lo stesso dicasi per quelle che sono ritrovate negli ostacoli d’acqua del percorso oppure in mare per i campi che vi si affacciano.

In punto di diritto, la qualificazione giuridica suggerisce di considerarle “res derelictae” (cose abbandonate), perché se è vero che inizialmente sono state smarrite, il golfista che non ritrovi la palla entro cinque minuti dal colpo (tempo concesso dalle regole per cercarla) l’abbandona  volontariamente, proseguendo il suo gioco con una nuova pallina  e la sequela di penalità sopra descritte.

Il giocatore agisce così con “animus dereliquendi”, ovvero la volontà di abbandonare la cosa, che da quel momento non avrà più alcun proprietario.

L'immagina raffigura gli ostacoli d'acqua e i bunker del percorso

Ostacoli d’acqua e bunker

I beni mobili senza proprietario possono essere “res derelictae”,  o “res nullius”, queste ultime intese come cose che non sono mai state di proprietà di alcuno: in siffatte ipotesi, colui che materialmente si impossesserà del bene, con l’intenzione di farlo proprio, ne diverrà il proprietario; questo modo di acquisto delle diritto dominicale (i. e. diritto di proprietà) è detto occupazione.

L’acquisto del diritto di proprietà in forza dell’occupazione può avvenire soltanto per i beni mobili, non per quelli immobili, i quali, se non appartengono a privati, sono di proprietà dello Stato.

L’argomento delle palline perse sembra futile ma non lo è affatto se consideriamo il ricchissimo giro d’affari connesso al loro ritrovamento e vendita. Il mercato delle palline usate è florido e particolarmente appetibile per i giocatori, i quali possono acquistarne di buona qualità a un prezzo inferiore rispetto alle nuove: il prezzo di una pallina nuova di  media fascia è di circa € 3,00, per quelle top si arriva anche a € 5,00, mentre per quelle usate, anche di ottima qualità, il costo  si aggira tra i € 0,50 e € 1,00. Un bel risparmio per gli allenamenti o le nove buche con gli amici.

Negli Stati Uniti c’è chi è diventano considerevolmente ricco ripescando palline da laghi e mari, ripulendole e mettendole in vendita: il fatturato dell’azienda leader in questo settore ammonta all’astronomica cifra di 15.000.000 di dollari.

L'immagina raffigura un cercatore subacqueo di palle perse

Cercatore subacqueo di palle perse

L’attività mondiale di ricerca e recupero delle “lost balls” è pregevole anche sotto il profilo ambientale elidendo – almeno in parte – l’ennesimo fattore d’inquinamento del pianeta… nella speranza che il golfista che si posizionerà sul tee per giocare una ex-palla persa sia più bravo del suo predecessore.

L'immagina raffigura una pallina da golf persa e ritrovata

Palla da golf persa e ritrovata

 

Per approfondire:

Alberto Trabucchi “Istituzioni di diritto civile”, Quarantesima sesta edizione Cedam 2013; http://www.golfpiu.it/recupero-palline-golf-in-acqua-il-sub-da-15-milioni-di-dollari/

La Natività perduta e l’ombra della criminalità organizzata

Palermo. 18 ottobre 1969. Le sorelle Gelfo scoprirono uno dei furti più clamorosi e oscuri della storia: il capolavoro di Caravaggio “Natività con i Santi Lorenzo e Francesco” era stato rubato dall’Oratorio di San Lorenzo.

La notizia lasciò il mondo attonito. La dinamica del furto fu di una semplicità disarmante: una porta rotta, niente allarme, nessuna misura di sicurezza, nulla era stato predisposto a protezione di una delle ultime opere del Merisi e l’unica presente a Palermo.

L’olio su tela era collocato sopra l’altare, incastonato tra i meravigliosi stucchi di Giacomo Serpotta e dominava la piccola chiesa dal 1609. I malviventi staccarono il dipinto dal muro, tagliando la tela in corrispondenza del bordo della cornice con una lametta da barba, dileguandosi indisturbati con un bottino dal valore inestimabile.

L'immagine rappresenta l'Oratorio san Lorenzo a Palermo

Oratorio San Lorenzo, Palermo

Scoperto il trafugamento, le forze dell’ordine compresero subito che il recupero dell’opera sarebbe stato difficilissimo, se non impossibile: non vi era alcun indizio e neppure avevano contezza del momento in cui il furto fosse stato commesso.  Secondo il racconto delle sorelle Gelfo, all’epoca custodi dell’Oratorio San Lorenzo, dal pomeriggio del 12 sino alla mattina del 18 ottobre nessuna di loro si recò presso la chiesa: un lasso di tempo troppo lungo, unito al fatto che – ovviamente – nessuno vide o sentì alcunché. L’indagine partì malissimo.

La graffiante penna di Leonardo Sciascia sferzò dalle pagine del Corriere delle Sera le pubbliche autorità siciliane, in particolare il Prefetto, scrivendo:

L'immagine riporta uno stralcio di un articolo di L. Sciascia scritto per il Corriere della Sera

Leonardo Sciascia dal Corriere delle Sera 1969

Le ipotesi formulate dagli inquirenti erano tre: ladruncoli da quattro soldi inconsapevoli del valore dell’opera (stimata all’epoca in un miliardo di lire), un’operazione di stampo mafioso, oppure un furto su commissione.

I giorni passavano e le indagini rimanevano incagliate, neppure l’offerta di denaro in cambio di informazioni sortì un qualche effetto, mentre cresceva il fondato  timore che il quadro potesse essere  stato distrutto perché non piazzabile sul mercato dell’antiquariato clandestino, oppure tagliato in più parti da vendersi separatamente, come il volto della Vergine illuminato dalla luce, il Bambino, o l’angelo che dall’alto domina la scena.

L'immagine raffigura un Particolare della Natività con i Santi Francesco e Lorenzo, Caravaggio

Particolare della Natività con i Santi Francesco e Lorenzo, Caravaggio

Per giorni la stampa evidenziò ripetutamente l’incuria dello Stato e delle amministrazioni locali nei confronti del patrimonio artistico siciliano, ritenendo l’accaduto un fatto del tutto prevedibile. Fu il giornalista Mauro De Mauro a spingersi oltre:  in esito a un’approfondita ricerca, il cronista documentò che esisteva una copia perfetta della Natività trafugata, dipinta da Paolo Geraci nel 1627. Effettivamente, nel novembre 1984 la copia del Geraci venne ritrovata a Catania.

Gli anni passarono e della Natività di Caravaggio nessuna traccia, sino al 1995: siamo nel corso del processo a carico di Giulio Andreotti, svoltosi nell’aula bunker dell’Ucciardone a Palermo. Durante una delle udienze, uno dei pentiti storici di Cosa Nostra, Francesco Marino Mannoia, affermò di essere stato uno degli autori del furto di un Caravaggio (senza specificare null’altro circa l’opera), di avere informato del fatto il Pubblico Ministero Giovanni Falcone e di aver precisato che la tela era andata distrutta, poiché irrimediabilmente danneggiata dopo essere stata piegata. La tela   – secondo il pentito – sarebbe dovuta andare al senatore Andreotti. Su quest’ultimo punto la dichiarazione del collaboratore di giustizia rimase priva del benché minimo riscontro probatorio, ma la pista mafiosa non fu abbandonata.

Gli investigatori del Nucleo Tutela Patrimonio Artistico non credettero alla distruzione del capolavoro caravaggesco, del quale si tornò a parlare nel 1998, durante il processo di Firenze per la strage dei Georgofili del 27 marzo 1993.

L'immagine raffigura la strage di via dei Georgofili del 27 maggio 1993

Strage di via dei Georgofili a Firenze, 27 maggio 1993

Per capire i fatti dobbiamo fare un passo indietro: il 23 maggio del 1992 il Giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i cinque agenti della scorta persero la vita nella famigerata strage di Capaci; meno di due mesi dopo, il 19 luglio 1992, il Giudice Paolo Borsellino e altri cinque agenti vennero uccisi nella strage di Via D’Amelio a Palermo.

L'immagine raffigura una fotografia dei Giudici Falcone e Borsellino

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Quel periodo può essere ricordato tra i più cupi e duri della storia italiana. La gravità di quei fatti scosse la coscienza collettiva: era tempo per lo Stato di reagire e contrastare la mafia con fermezza e con ogni mezzo. Fu allora che venne introdotto l’art. 41 bis dell’Ordinamento Penitenziario, disposizione meglio nota come “carcere duro per i mafiosi”.

La norma trova applicazione nei confronti dei soggetti imputati o condannati per reati commessi  avvalendosi o agevolando l’associazione di stampo mafioso. Le severe restrizioni imposte dall’art. 41 bis limitano fortemente i contatti del detenuto sia con l’esterno, sia con l’ambiente carcerario, in quanto era stato appurato che il regime detentivo ordinario non impediva ai boss di Cosa Nostra di dirigere i loro traffici e dare ogni disposizione necessaria dal carcere.

Più volte il disposto in questione è stato sottoposto al vaglio della Corte Costituzionale, nonché della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo poiché tacciato di disumanità: entrambe le Corti ne hanno sempre riconosciuto la legittimità per l’evidente l’utilità della misura nel contrasto al fenomeno mafioso e la necessaria tutela della collettività da soggetti di accertata pericolosità.

L'immagine rappresenta l'aula della Corte Costituzionale a Roma

Corte Costituzionale, Roma

Tornando al processo di Firenze per la strage dei Georgofili, dagli atti risulta che l’attentato fu commesso dalla mafia per indurre lo Stato a revocare la misura del 41 bis, atteso che ogni altro tipo di trattativa, compresa la restituzione di importanti opere d’arte, non aveva trovato positivo riscontro. Lo Stato non cedette alle pressioni e il regime del carcere duro da misura temporanea per il periodo di tre anni venne resa definitiva nel 2002.

Da quei tragici fatti la lotta alla criminalità organizzata ha riscosso importanti successi e tutt’ora continua indefessa; forse la Natività non è andata perduta. Secondo le notizie apprese negli ultimi giorni dalla Commissione Antimafia, il   dipinto si troverebbe in Svizzera. Pare  che l’opera fu trafugata da balordi, quindi consegnata a Stefano Bontate e poi al boss Tano Badalamenti (condannato all’ergastolo anche per l’omicidio di Peppino Impastato) che la portò all’estero, verosimilmente nel paese elvetico.

Alla luce degli ultimi avvenimenti possiamo ancora sperare nel recupero di questo superbo capolavoro per troppo tempo sottratto all’Italia, alla città di Palermo e all’intera Umanità.

 

 

Per approfondire:

R. Fagiolo “L’ombra di Caravaggio”, Edizione Speciale per il Corriere della Sera, 2017; A. Della Bella Diritto on line “Carcere duro” in www.treccani.it; www.ilfattoquotidiano.it sez. attualità, “Palermo, il caso del Caravaggio rubato. Per la commissione antimafia non è stato distrutto” del 28 maggio 2018.

Bel colpo per l’Arte!

I Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Bologna hanno messo a segno un colpo magistrale, recuperando tre importanti opere d’arte sottratte ad alcuni musei dell’Emilia Romagna.
Il dipinto trecentesco raffigura Sant'Ambrogio attribuito a Giusto de Menabuo - Pinacoteca di Bologna

Si tratta del “Sant’Ambrogio” del ‘300, attribuito a Giusto de Menabuo, rubato dalla Pinacoteca di Bologna il 10 marzo 2018 durante l’orario di apertura, nonché della “Crocefissione e discesa al Limbo” del tredicesimo secolo sottratta a Faenza: il quadro di piccole dimensioni è stato staccato dalla cornice e trafugato dal museo senza grandi difficoltà, verosimilmente dentro una borsa o sotto i vestiti.

L'immagine raffigura la “Crocefissione e discesa al Limbo” del tredicesimo secolo sottratta a Faenza

“Crocefissione e discesa al Limbo” del tredicesimo secolo – Faenza

Infine, è stato ritrovato di un “Ritratto di donna” delle metà del XVII secolo rubato a Imola.

L'immagina raffigura un "Ritratto di donna” delle metà del XVII secolo rubato a Imola.

“Ritratto di donna” delle metà del XVII secolo – Imola.

Le indagini serrate e le acquisizioni dei filmati di video sorveglianza dei musei hanno permesso di accertare il momento della consumazione dei reati, nonché di individuare la fisionomia e le  fattezze del criminale immortalato in alcuni fotogrammi. Il sospetto, pedinato lungo le vie cittadine, prima che potesse darsi alla fuga è stato fermato. Durante la perquisizione domiciliare dell’indagato le Forze dell’Ordine hanno rinvenuto i dipinti rubati e gli indumenti utilizzati in occasione dei furti.

La guerra a tutela del nostro Patrimonio Artistico prosegue indefessa e senza tregua, la guardia è alta e i successi sempre pronti ad arrivare.

Complimenti sinceri ai Carabinieri del Nucleo Tutela del Patrimonio artistico.

Per approfondire:

Dal comunicato stampa in Arte: Recuperati dai Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale tre pregevolissimi dipinti rubati nelle sedi museali di Faenza, Bologna e Imola in www.carabinieri.it  – Comando Provinciale di  – Bologna, 04/05/2018