“Continuum. Dall’Impronta al Simbolo” è una mostra fotografica ideata da Barbara Bonvicini, medico legale, e curata da Veronica Gabriele, storica dell’arte, allestita presso l’Istituto di Anatomia Umana dell’Università di Padova. Le immagini esposte riproducono le impronte lasciate dagli organi umani sulle garze e sui cartoncini di laboratorio durante lo svolgimento degli accertamenti medico-legali.

Il progetto nasce con una precisa finalità scientifica, formativa e divulgativa: osservare e restituire la forza visiva e simbolica di tracce generate in un contesto di studio scientifico. L’esposizione richiama l’attenzione del pubblico sull’importanza della ricerca in campo medico, sulla comprensione dei processi biologici e sulla possibilità di avvicinarsi, attraverso l’immagine, alla complessità della vita e al valore della donazione del corpo alla scienza.
È proprio qui che il diritto comincia a interrogarsi.
Quando una fotografia nata in ambito scientifico assume una forza espressiva autonoma, può essere protetta dal diritto d’autore? Il diritto d’autore si muove, da sempre, intorno a una distinzione essenziale. Non protegge il fatto in sé, né il dato naturale, né il fenomeno biologico nella sua esistenza materiale. Protegge la forma espressiva, cioè il modo in cui quel dato o quell’idea vengono interpretati, rappresentati, fotografati e/o comunicati. La questione non riguarda il valore estetico, una fotografia non diventa opera perché piace o commuove.

L’Uomo Vitruviano, Leonardo da Vinci
Nel caso di Continuum, l’impronta lasciata dall’organo appartiene alla realtà biologica e alla pratica scientifica, mentre le fotografie, il titolo, la sequenza delle immagini e il racconto espositivo appartengono invece a un diverso livello di elaborazione, dove emerge un apporto creativo riconoscibile e una forma espressiva innovativa e fuori dagli schemi della dogmatica accademica.
Le immagini Continuum svelano una parte delle attività necessarie per lo studio dell’anatomia e del funzionamento del corpo umano: raccontano quanto sia profonda la cultura anatomo- patologica da cui muove la ricerca medica nello studio dei processi biologici per sviluppare nuove conoscenze e, nel contempo, contribuire all’evoluzione delle cure. L’intero percorso è sostenuto da un profondo rigore scientifico, accanto a ogni fotografia è collocato il relativo preparato anatomico così da consentire allo spettatore non specialista di cogliere il legame tra immagine, corpo, ricerca e formazione
La mostra tocca anche profili strettamente legati al diritto sanitario, in particolare alla Legge 10 febbraio 2020, n. 10, che disciplina la disposizione del proprio corpo e dei tessuti post mortem a fini di studio, formazione e ricerca scientifica e alla Legge 22 dicembre 2017, n. 219, che ha consacrato nel nostro ordinamento il principio del consenso informato quale espressione della libertà personale e dell’autodeterminazione in ambito medico.
In questa prospettiva, la donazione del corpo alla scienza rappresenta un atto di volontà particolarmente significativo: la persona dispone consapevolmente del proprio corpo per contribuire alla formazione, alla ricerca e al progresso delle conoscenze mediche. La libera scelta del donante permane anche dopo la sua morte e il corpo non viene considerato come mera materia biologica, ma come persistente volontà previamente espressa libera, personale e responsabile.

Ferma la cifra scientifica dell’evento, è indubbio che quelle immagini abbiano anche una forza estetica, Continuum rimane tuttavia distinta e diversa dalla bioarte in senso proprio. La mostra può dialogare con il mondo della bioarte, può collocarsi su un confine visivo e concettuale vicino a quel territorio. Non coincide però con la bioarte più radicale, dove il materiale biologico, le cellule, i tessuti, il DNA o i processi vitali entrano direttamente nella costruzione dell’opera.
In alcune esperienze contemporanee il laboratorio diventa studio d’artista e la coltura cellulare sostituisce il pigmento, mentre il dato genetico diventa materiale concettuale. L’opera diventa il processo biologico, espressione della forza generatrice della vita.
Tra gli esempi più significativi vi è Regenerative Reliquary di Amy Karle, opera del 2016 che si colloca apertamente nel campo della bioarte. L’artista ha realizzato uno scaffold (contenitore) biostampato a forma di mano umana, in idrogel biodegradabile, installato in un bioreattore, con l’intenzione che cellule staminali mesenchimali prelevate dall’artista stessa potessero aderire alla struttura, crescere e mineralizzarsi in tessuto osseo. Interessante il riferimento alla reliquia, la quale tradizionalmente legata alla conservazione di ciò che resta del corpo, mentre nella visione dell’artista la reliquia è orientata alla crescita e alla rigenerazione vivente.

Regenerative Reliquary di Amy Karle
La bioarte più avanzata costringe quindi il diritto a una domanda ulteriore: fino a che punto l’uso artistico del materiale biologico può ritenersi legittimo? Se analizziamo il caso di Heather Dewey-Hagborg e di Stranger Visions emergono evidenti molteplici profili di criticità: l’artista dopo aver raccolto in spazi pubblici capelli, gomme da masticare e mozziconi di sigaretta li utilizzava per estrarre DNA e generare ritratti tridimensionali di persone ignare. L’opera nasce come denuncia della sorveglianza genetica e del determinismo biologico, ma proprio per questo rivela la potenza invasiva del dato genetico. Ciò che viene abbandonato nello spazio pubblico non diventa, per ciò solo, liberamente appropriabile nella sua dimensione biologica e informativa.

Stranger Visions di H. Dewey-Hagborg
Sul piano giuridico italiano ed europeo, il progetto integra una pluralità di violazioni gravi. I materiali raccolti costituiscono campioni biologici dai quali vengono estratti dati genetici: ai sensi dell’art. 4, n. 12 e ss., GDPR si tratta di dati personali di categoria particolare soggetti a tutela rafforzata (art. 9 GDPR), il cui trattamento è vietato in via generale salvo eccezioni tassative, nessuna delle quali applicabile all’uso artistico. Il fatto che i materiali siano stati abbandonati nello spazio pubblico non li rende liberamente appropriabili nella loro dimensione biologica: il dato genetico rimane pertinente alla persona e non perde la propria tutela per il solo fatto di essere fisicamente separato dal corpo.
Il nucleo concettuale è che il dato genetico è inscindibile dalla persona che lo ha prodotto.

Dello stesso avviso la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, sentenza del 26 gennaio 2023, causa C-205/21, dove afferma che la raccolta e il trattamento dei dati biometrici e genetici, poiché costituiscono una grave ingerenza nel diritto alla protezione dei dati personali, sono autorizzati solo se strettamente necessari per il perseguimento di obiettivi legati alle forme gravi di criminalità, che il diritto nazionale deve chiaramente identificare.
Continuum resta allora un progetto di soglia: nasce nella scienza, attraversa l’immagine e incontra il diritto. La sua forza sta proprio nella distanza che conserva dal corpo, perché ciò che viene mostrato è una traccia, non la materia biologica nella sua fisicità, un segno visivo che rimane ancorato alla ricerca, alla formazione e al valore della donazione.
La bioarte oltrepassa questa soglia: cellule, tessuti, DNA, biotecnologie e processi vitali stanno entrando progressivamente nel linguaggio artistico contemporaneo, imponendo al diritto nuove domande sul consenso, sulla dignità della persona, sulla protezione dei dati genetici e sui limiti dell’uso creativo del vivente. Il futuro dell’arte passerà anche da qui, ma quando l’opera nasce dal corpo umano, o da una sua traccia genetica, la creatività non può separarsi mai dalla responsabilità.



